Lo stop russo all’accordo sul grano ucraino attraverso il Mar Nero si è imposto come un grande campanello d’allarme. La «Black Sea Initiative», voluta fortemente dalla Turchia di Recep Tayyip Erdogan per mostrare il ruolo di Ankara come garante della stabilità alimentare, si è interrotta dopo che Vladimir Putin ha deciso che mancavano le condizioni per un’ulteriore proroga. La diplomazia internazionale si è attivata immediatamente. Da un lato per convincere il presidente russo a rimettere in moto l’iniziativa, dall’altro lato per individuare alternative che evitino effetti negativi sul fabbisogno alimentare dei Paesi destinatari dei cereali. Stati che erano garantiti dalle assicurazioni fornite da Mosca sulla libera navigazione delle navi salpate dai porti ucraini. Elemento decaduto nel momento in cui la Russia ha deciso di rimuovere il sostegno all’iniziativa.

Qualcuno ha ipotizzato che la decisione del Cremlino sia dipesa dall’attacco ucraino al ponte di Kerch. Il portavoce del presidente russo, Dimtry Peskov, ha però smentito questa tesi sostenendo che la decisione era già stata presa prima del sabotaggio. In effetti va ricordato che Mosca ha sempre tentennato a ogni proroga dell’accordo, trattando sulle condizioni che dovevano essere concesse per il placet. E anche in questo caso ad avere avuto la meglio, più che ragioni di tipo bellico, sembrano essere state motivazioni di ordine commerciale e politico. Da un lato, la Russia ha sempre chiesto più concessioni da parte dell’Occidente per esportare cereali e fertilizzanti. Il tema è stato utilizzato anche questa volta, ma il portavoce del consiglio per la sicurezza nazionale Usa, John Kirby, ha ribadito che «non ci sono sanzioni sui prodotti agricoli o sui fertilizzanti russi», accusando così Putin di fare «solo propaganda».

Per il presidente russo, in effetti, si tratta di un calcolo politico molto più sottile di una semplice trattativa sull’export di cereali. Lo dimostra il fatto che Erdogan si è detto da subito convinto che «l’amico Putin» avrebbe rinnovato ancora una volta l’accordo, quasi a indicare l’esistenza di un margine di trattativa già in corso. Inoltre non va sottovalutato il fatto che Peskov abbia affermato che la Russia «è pronta a sostituire gratuitamente la fornitura di grano ucraino ai Paesi che ne hanno bisogno» e di volerlo già fare al prossimo summit Russia-Africa di San Pietroburgo. Segno che Putin continua a ergersi a interlocutore «salvifico» dei suoi alleati africani rispetto all’Occidente, che accusa di non essere attento ai loro bisogni.

Infine, come segnalato da Federico Rampini sul Corsera, va sottolineato che i maggiori beneficiari dell’accordo sul grano ucraino attraverso il Mar Nero non sono gli Stati africani, ma Cina, Spagna, Turchia, Italia e Paesi Bassi. Certo, anche i Paesi poveri ricevono carichi di grano. E non va dimenticato il peso dei cereali di Kiev per il Programma alimentare mondiale Onu. Il segretario generale del Palazzo di Vetro, Antonio Guterres, ha giustamente lanciato l’allarme su milioni di persone nei Paesi poveri che potrebbero essere vittime di questa scelta. Ma gli effetti potrebbero essere ben diversi da quelli paventati, andando a colpire paradossalmente Pechino e l’Europa. Il primo come grande importatore. La seconda perché già si sono visti gli effetti dell’arrivo di grano ucraino nei Paesi orientali, con proteste dei contadini e dei governi e l’Ue costretta a bloccato l’importazione in cinque Stati fino a metà settembre.

L’articolo Cosa c’è dietro lo stop del grano: calcoli politici e propaganda proviene da Il Riformista.