Tutte le idee che abbiamo sulla creazione come atto benedetto da una qualche forza divina, forse, sono esagerate. Secondo Mary Shelley, l’enfant prodige che a 18 anni ci consegnò un libro come Frankenstein, «la creazione non è un’invenzione dal nulla, bensì dal caos». Una teoria con la quale potrebbe essere d’accordo Walter Chiapponi, 45 anni sotto il segno del Toro, direttore creativo di Tod’s dal 2019. 

«La mia prima sfilata per il brand è stata il 21 febbraio 2020 (la data dell’accertamento del paziente 1 di Codogno, ndr). Pensa che caos può essere stato il mio inizio», dice mentre lo intervistiamo nel suo ufficio milanese, in un elegante edificio ottocentesco affacciato su Corso Venezia. «Il caos però, inteso non come schizofrenia di loghi e inseguimento di mille trend, ma come casualità degli eventi, è un concetto a me molto caro: per quella prima collezione avevamo pensato a un guardaroba perfetto, quasi stereotipato. Poi, quando ho avuto tutti gli elementi in mano, dal little black dress al pantalone ideale, ho voluto evidenziare la casualità, intesa come intervento umano che cambia tutte le carte in tavola, quell’apparente sbaglio nella scelta delle scarpe o nella gonna con fondo piega un po’ troppo lunga, che evidenzia la soggettività di chi la indossa». 

Una pacatezza risoluta, quella del designer – cresciuto negli uffici stile di Gucci, Bottega Veneta, Givenchy e Miu Miu – che sulle passerelle si traduce in collezioni inappuntabili dal punto di vista artigianale, ma velate da un sottile filo perturbante, “newtoniano”, al limite tra rigore e perversione.

La collezione autunno/inverno 2023-24 di Tod’s disegnata da Walter Chiapponi ha sfilato sotto i Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer, opera permanente nella cornice dell’Hangar Pirelli della Bicocca.

Cappotti gessati lunghi fino a terra indossati da Laetitia Casta; bomber avvitati sopra blazer doppiopetto portati come minidress dalle silhouette femminili; polo a costine sulla pelle nuda, con la zip centrale evidenziata da profili in pelle; le ballerine bubble con i gommini che sono sproporzionati, giganti, ricoperte di uno shearling bambinesco, ma coi lacci in pelle nera che si abbarbicano sensuali sulle caviglie. A guardarla, la collezione autunno/inverno 2023-24 non sembra neanche essere stata partorita dalla mente di quest’uomo elegante, dal sorriso gentile, e che manca dell’ego ipertrofico di molti suoi colleghi. 

«Sono una persona riservata, evito la vita mondana, ho cinque amici che lavorano nella moda ma ho altre curiosità. Però amo profondamente le donne forti, intellettuali: Pina Bausch, Marina Abramović, la Marchesa Casati, una donna che viveva di sogni, o anche Anna Magnani così poetica nella sua arte eppure così forte nella vita reale, capace di scrivere la sua storia. Sono a metà tra Helmut Newton e il neorealismo». E in effetti nel suo lavoro, come in quelli del fotografo tedesco o dell’attrice romana, c’è una certa qualità fisica, un desiderio tattile di costruire gli abiti dando loro il volume dei corpi che li abitano. «Sarà perché da ragazzino volevo fare lo scultore», spiega Chiapponi. «I miei miti sono Michelangelo e Brancusi. Poi ho capito che la strada per la scultura era ben più complicata di quella della moda, ma mi è rimasta la passione del realizzare le cose con le mani: lo trovo un atto emotivamente forte».

La borsa iconica della maison Tod’s si tinge di nuance neutre, raffinate, che giocano tono su tono sul look multi layer.

Cresciuto in campagna, nella Val Tidone tra Piacenza e Pavia, la sua formazione umana lontanissima dai manierismi cittadini, con quella ironia latente ma garbata, lo ha reso il candidato ideale di Diego Della Valle, patron del gruppo Tod’s. «Mi ha chiamato dopo che si era conclusa la mia esperienza da Bottega Veneta: credo abbia visto il mio desiderio di non fare rivoluzioni, ma evoluzioni. D’altronde a me non interessa inventare, preferisco “rimescolare”. Il nostro rapporto oggi è sul filo dell’ironia anche quando ci sono discussioni accese: vediamo Tod’s in due modi diversi ma ci accomuna l’amore per l’artigianalità. Mi rendo conto di essere una mosca bianca, di essere fortunato, eh: se ti guardi intorno, quello che è successo con Alessandro (Michele, con il quale Chiapponi ha lavorato da Gucci, ndr) ha lanciato un segnale preoccupante. Qui, invece, non c’è la pressione mentale di crescere a livello esponenziale anche se il brand sta andando bene (nei primi 3 mesi del fiscal year Tod’s ha avuto una crescita del 24,4 per cento con vendite a 130,2 milioni di euro, ndr). Prima dei soldi, dei successi, ci sono gli esseri umani e la mia maggiore soddisfazione è stata scoprirmi un buon capo, capace di lavorare con un team di persone con cui condivido i meriti».

Se oggi però Chiapponi è guida stilistica e morale della sua squadra, in passato è stato anche studente, alla corte di Alessandro Dell’Acqua, «un uomo al quale devo molto, con una cultura del prodotto sopraffina, che mi ha insegnato tanto. E poi, negli anni Novanta, per entrare alle sue sfilate la gente si prendeva a borsettate! Oggi il panorama è diverso, mi sembra che manchi la “luccicanza”, il desiderio di fare questo lavoro; poi però vado alla sfilata di Magliano, uno tra i giovani più talentuosi che abbiamo, e vedo un punto di vista personale, una realtà, la sua, espressa con estrema raffinatezza, una parola che mi piace, per quanto possa sembrare scontata».

Un’altra parola che a Chiapponi piace usare, anche se non se ne rende conto, è “leggerezza”: la sua però è una leggerezza densa, calviniana, intesa come incapacità di abbandonarsi agli egocentrismi. «Propongo le cose con morbidezza, ironia e se qui ho portato il caos, è stato un “caos calmo”», conclude, citando il libro di Sandro Veronesi. E, dopo aver trasformato una maison “istituzionale” in un esperimento in corso d’opera sui nuovi significati dell’eleganza, la prossima missione è «una collezione che vada all’essenza, un’elogio alla banalità. I miei ragazzi strabuzzano gli occhi quando lo dico, ma credo ci sia bisogno di tornare all’essenziale, inteso come anima sacrale della nostra umanità. Lo credo ancora di più da qualche settimana: ho perso mio nipote quattordicenne da poco. Io ho tatuato sul braccio la frase del Piccolo Principe, “l’essenziale è invisibile agli occhi”, lui ha lasciato una nota nella quale ha scritto: “L’essenziale è visibile agli occhi: ma non per tutti, e non per capire tutto”. Sarebbe un bellissimo omaggio a lui, non credi?».

Articolo proveniente da Linkiesta