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Oltre Andrew Tate: le reti misogine della ‘maschiosfera’

Qual è il modo più rapido e efficace per diventare uomini di successo? Pagare altri uomini di successo per farselo spiegare. È questa la filosofia alla base della Hustler’s University, una piattaforma di corsi online dall’approccio decisamente poco accademico (hustler significa letteralmente “imbroglione” o “manipolatore”) di proprietà dell’ex kick-boxer e influencer trentaseienne Andrew Tate. 

Divenuto popolare all’estero in seguito alla sua eliminazione, nel 2016, dall’edizione britannica del Grande fratello, a causa della diffusione di un video che lo ritraeva picchiare una donna con una cintura – una notorietà presto alimentata dalla misoginia che permeava i suoi contenuti social, principalmente su TikTok e Twitch –, Tate è rimasto pressoché sconosciuto al pubblico italiano fino all’estate scorsa, quando le piattaforme Instagram e Facebook – poi seguite da TikTok e YouTube – ne hanno bannato il profilo per incitamento all’odio e alla violenza. Negli ultimi giorni del 2022, la sua notorietà ha poi raggiunto il picco in seguito a uno scambio di tweet avvenuto con l’attivista per il clima Greta Thunberg: negli stessi giorni, stando a quanto riportato dal Guardian, la polizia romena avrebbe infine arrestato Tate con l’accusa di stupro, traffico di esseri umani e sequestro di persona, al termine di un’indagine durata diversi mesi.

A poco più di un anno dalla sua fondazione, oggi la community della Hustler’s University è accessibile, per la cifra di £49.99 mensili, a persone di qualsiasi età e provenienza (minorenni compresi) e conta oltre 160 mila iscritti, tutti attratti dalla stessa promessa: quella di “fare soldi imparando a fare soldi”, aderendo, di fatto, a un sistema di affiliazione piramidale anch’esso successivamente costretto a chiudere. Se è vero che il sito ufficiale della Hustler’s University non presenta riferimenti espliciti alla misoginia tipicamente esibita da Tate nei suoi contenuti social, le strategie di arricchimento da lui proposte vanno però contestualizzate nell’ambito di una narrazione più ampia, dove l’elogio di soldi, armi e macchine di lusso si accompagna alla denigrazione di qualsiasi princìpio, comportamento o categoria di persone stereotipicamente non assimilabili al modello machista dell’“uomo di successo”.

In altre parole, a indurre centinaia di migliaia di uomini a condividere i video di Tate, difendere pubblicamente i suoi comportamenti (anche quando Tate è accusato di crimini) e pagare un abbonamento con lo scopo di assomigliargli il più possibile, non è solo il carisma del singolo personaggio, né l’idea di diventare ricchi fine a sé stessa, ma anche – e soprattutto – l’acritica adesione a un modello culturale fortemente maschilista, del quale Tate costituisce un rappresentante esemplare. In quest’ottica, la manifestazione di atteggiamenti misogini e violenti non sarebbe solo legittima, ma anche necessaria nel momento in cui la figura femminile non rappresenta altro che una proprietà da collezionare, anche a costo di ricorrere a minacce o violenza fisica nel momento in cui è manifestata la volontà di scavalcare i confini del ruolo imposto – nello specifico “fare figli, rimanere a casa, stare zitta e fare il caffè”. 

Ad allarmare ancor più delle strategie di comunicazione Tate sono, quindi, la galvanizzazione collettiva legata alle sue affermazioni, l’entità del supporto (umano ed economico) da lui ricevuto in seguito alla sospensione degli account e quello che, se le accuse a lui rivolte in Romania fossero confermate, si configurerebbe come un vero e proprio business fondato su rapimenti, sfruttamento e abusi. 

Oltre alle accuse in Romania, nel Regno Unito Tate era già stato denunciato e arrestato con le accuse di violenza sessuale e abuso fisico nel 2015, come rivelato da Vice, che in seguito ha rivelato analoghe accuse risalenti al 2013 (con tanto di messaggi in cui Tate si vantava con la sopravvissuta). Secondo Vice, sarebbero state proprio le indagini relative alla denuncia del 2015, comunicate dalla polizia all’emittente Channel 5, a provocare l’espulsione di Tate dall’edizione 2016 di Big Brother. Il caso era poi stato chiuso perché per il pubblico ministero britannico (il Crown Prosecution Service) “il Crown Prosecution Service “non c’era alcuna prospettiva realistica di una condanna”.

Bisogna quindi prestare attenzione al consenso che la misoginia estrema – generalmente associata a ideali suprematisti e di estrema destra – è ancora in grado di suscitare da parte di alcune fasce della popolazione maschile: una community che, nell’ambito delle piattaforme digitali, prende il nome di “uomosfera” (manosphere).

La manosphere e i vari gruppi che la compongono

Il concetto di “uomosfera” (o “maschiosfera”) nasce nel 2009 dalla fusione dei termini inglesi “uomini” (men) e “blogosfera” (blogosphere), ma comincia ad assumere una maggior popolarità a partire dal 2013, grazie alla pubblicazione del libro di Ian Ironwood “The manosphere. A new hope for masculinity”. Consiste in una complessa rete digitale composta da pagine, forum e gruppi online in cui le interazioni fra gli utenti – generalmente incentrate su tematiche quali la sessualità, le relazioni fra i generi e i significati associati al concetto di mascolinità nella società contemporanea – avvengono sulla base di princìpi e convinzioni comuni, come l’aderenza a ideali fortemente conservatori, la nostalgia per i “valori tradizionali” e la frustrazione legata alla (parziale) perdita del privilegio sociale associato al proprio genere. Non a caso, uno dei sentimenti più diffusi all’interno di queste bolle è il risentimento nei confronti di chi, attraverso le proprie rivendicazioni politiche, promuove il ribaltamento del sistema patriarcale nel suo complesso, attivandosi per una suddivisione più equa del potere sociale.

La manosphere si compone, quindi, di un intreccio di movimenti organizzati dichiaratamente antifemministi, nati allo scopo di tutelare una precisa idea di mascolinità ribadendo, nel frattempo, la supremazia del maschio bianco su qualsiasi altra categoria di persone. Dall’altra parte, essa si presenta tuttavia come un network di comunità virtuali profondamente variegato per intenzioni, mezzi e linguaggio, ognuna dotata di precisi valori e codici di condotta relativi, per esempio, alle strategie da adottare nell’ottica della riconquista del proprio posizionamento sociale, al tipo di relazione da instaurare con le donne e, non ultimo, all’eventuale creazione di una sorta di gerarchia interna, relativa alla capacità dei singoli utenti di adeguarsi all’unico modello di maschilità ritenuto valido e socialmente accettabile – la cosiddetta “mascolinità egemone”.

Fra le organizzazioni in questione, la più storicamente rilevante è costituita dai cosiddetti Men’s Rights Activists (MRA), un’organizzazione nata offline negli anni Settanta come movimento di “liberazione maschile” ed esteso solo negli ultimi anni anche alle piattaforme digitali. Alla base della filosofia MRA si ritrova, in particolare, l’idea di una natura maschile fortemente idealizzata e, quindi, “naturalmente” sovraordinata rispetto alle altre, nonostante la distribuzione attuale del potere – frutto degli stravolgimenti economici e politici prodotti dall’emancipazione femminile – sembri suggerire il contrario. Per gli appartenenti al movimento, infatti, fenomeni quali violenza domestica o verbale, discriminazioni sistemiche e sfruttamento sessuale – tutte realtà che, nella maggior parte dei casi, vedono gli uomini occupare la posizione dei carnefici e le donne quella delle vittime – colpirebbero la categoria maschile più spesso di quella femminile, le cui bugie e false accuse avrebbero però fatto in modo di rovesciare la narrazione – a partire da quella proposta dai tribunali, soprattutto nei casi di separazione e affidamento dei figli. Non a caso, un’altra organizzazione piuttosto attiva all’interno della manosphere è quella degli “Attivisti per i diritti dei padri”, fondata sull’equivoco per cui, in seguito alla fine di una relazione, la tendenza dei giudici ad affidare la prole alle ex partner rappresenterebbe il risultato delle politiche misandriche promosse dalle donne e non, come invece suggerito dalle stesse femministe, della genderizzazione del lavoro di cura e della conseguente propensione a concepire la crescita dei figli come una prerogativa esclusivamente femminile.

Ideologie fortemente misogine caratterizzano anche il movimento dei “Celibi involontari” (Incels), uomini eterosessuali e cisgender uniti da un forte senso di emarginazione sociale legato alle difficoltà riscontrate nell’intrattenere rapporti sessuali con le donne – una condizione nettamente in contrasto con il “diritto al sesso” che, nello stereotipo prevalente, dovrebbe contraddistinguere l’identità maschile. Fra i riferimenti teorici degli incel si ritrovano, in particolare, la cosiddetta “Teoria LMS” – per la quale gli unici criteri in grado di determinare il successo relazionale di un uomo sarebbero la bellezza fisica (look), la ricchezza (money) e lo status sociale di riferimento – e la più conosciuta ideologia RedPill. Chi metaforicamente assume la “pillola rossa” (un riferimento al film Matrix) diventerebbe consapevole dell’oppressione sessuale subìta dalla categoria maschile. Questo sarebbe il primo passo verso la costruzione di una società più giusta, fondata sul ripristino dei ruoli di genere tradizionali.

Secondo la filosofia RedPill, trasversale a buona parte delle comunità della maschiosfera, le donne – in particolar modo le “Stacy”, ovvero le ragazze più appariscenti e popolari della media – godrebbero di un “privilegio sessuale” legato possibilità di scegliere, fra un’infinità di potenziali partner, quelli che ritengono più attraenti, denominati Chad (una sorta di rappresentazione stereotipata del cosiddetto maschio alpha). A fronte di questa svantaggiosa condizione di partenza, gli uomini non reagirebbero però tutti allo stesso modo: per ogni “uomo alpha” in grado di incarnare i tratti intrinsecamente associati alla natura maschile, come prestanza fisica, competitività e aggressività, esisterebbe infatti un “uomo beta” che, consapevole della sua scarsa attrattività fisica – e, quindi, della posizione ulteriormente sfavorevole da lui occupata nell’ambito del mercato sessuale – reagirebbe adottando atteggiamenti remissivi e compiacenti nei confronti delle donne, ponendosi fisicamente ed economicamente al loro servizio pur di conquistarne l’attenzione. Da qui l’espressione gergale statunitense “Alpha fux, Beta bux” (“l’uomo alpha scopa, l’uomo beta paga”).

Ancora, rientrano fra le comunità della uomosfera gli anti-VAWA, gruppi antifemministi nati nella seconda metà degli anni Novanta in reazione alla pubblicazione del Violence against women act statunitense, e i Men going their own way (MGTOW), caratterizzati da un approccio meno aggressivo nei confronti delle donne ma basato, piuttosto, sulla svalutazione e sul rifiuto della figura femminile, della famiglia e delle relazioni, soprattutto se romantiche o a lungo termine. Il sottrarsi a ogni interazione con il genere opposto (a eccezione delle sex worker, uniche donne con le quali i MGTOW ritengono sia possibile intrattenere rapporti sessuali senza subire una qualche forma di vittimizzazione) diventa così l’unica strategia efficace per perseguire la serenità, evitando di trasformarsi nelle ennesime prede del presuntoginocentrismo” della società.

Infine, appartengono alla manosphere i Pick-up artists (“artisti del rimorchio”), specializzati nella vendita online di un vasto repertorio di “corsi di seduzione” elaborati con lo scopo di aiutare gli uomini, specialmente i più inesperti o impacciati, a “risvegliare il proprio istinto seduttivo” – procurandosi così il rapporto sessuale che desiderano – o, in alternativa, tagliati sul conseguimento di obiettivi più mirati, come conquistare una ragazza già fidanzata o riconquistare la propria ex. Di nuovo, a distinguere i PUA da Incel e MRA è la parziale sostituzione dell’ostilità esplicita rivolta alle donne con una più implicita, ma non per questo meno pericolosa, oggettivazione delle stesse. A preoccupare parte dell’opinione pubblica è, in particolare, la continuità esistente fra i “segreti di seduzione” venduti in queste piattaforme – perlopiù incentrati sull’insegnamento di tecniche di stalking e manipolazione psicologica – e alcuni recenti casi di cronaca, caratterizzati da presunti tentativi di riconquista poi culminati con il femminicidio.

Il sessismo come denominatore comune

Ad accomunare tutte queste realtà non è solo la convinzione di vivere in una società misandrica, né la tendenza a concepire le donne come individui biologicamente privilegiati, ostili e manipolativi (quando non come meri trofei sui quali esercitare il proprio dominio), ma anche la costruzione di un ambiente in cui l’incarnazione della mascolinità egemone rappresenta l’unica condizione in grado di garantire l’accesso a relazioni di tipo omosociale e, quindi, al senso di appartenenza e complicità che le accompagna. In molti casi, infatti, la paura di rimanere esclusi dal gruppo dei pari – o, peggio, di subire in prima persona la stigmatizzazione riservata a chiunque si rifiuti di aderire al modello normativo di mascolinità – è ciò che, ancor più del rancore provato nei confronti delle donne, favorisce l’introiezione delle idee, degli atteggiamenti e dei registri discorsivi che contraddistinguono le varie bolle della manosphere. Ciò a partire dall’assimilazione di un linguaggio violento e ricco di riferimenti a tematiche quali la competizione, il possesso e lo stupro (il cosiddetto rapeglish).

Dinamiche simili, d’altra parte, non riguardano solo la manosphere cosiddetta “centrale” ma anche, più in generale, numerose “maschiosfere periferiche”, diffuse principalmente su Telegram e WhatsApp. A differenza delle comunità illustrate in precedenza, nell’ambito di queste piattaforme la partecipazione a thread o conversazioni fra soli uomini non dipende necessariamente dalla volontà esplicita di assumere posizioni radicali o manifestare atteggiamenti di odio nei confronti delle donne, ma anche, talvolta, dalla semplice necessità di mantenersi in contatto con persone conosciute offline, come amici, colleghi o compagni di squadra. Ciononostante, anche in questi casi non è raro che la necessità di ribadire pubblicamente la propria maschilità (pena la perdita di rispetto da parte del resto del gruppo) faccia sì che all’utilizzo di una retorica sessista e svalutante nei confronti delle donne si alternino veri e propri abusi di genere online – da sommarsi ai numerosi esempi di violenza contro le donne (quando non veri e propri atti terroristici) elogiati nella maschiosfera e poi realizzati nella dimensione “offline”.

https://www.valigiablu.it/incel-misoginia-terrorismo/

Le forme di molestie o violenza esercitabili a danno delle donne possono essere le più varie. Ne sono esempio la condivisione di fotografie scattate con la tecnica dell’upskirting – termine riferito alla ripresa, dal basso verso l’alto, della parte inferiore del corpo di una donna che indossa una gonna, in modo da evidenziarne la biancheria o le parti intime; il deepfake porn ovvero l’utilizzo, in ambito pornografico, di software in grado di combinare il volto di una persona (spesso di una celebrità) con il corpo di un’altra, allo scopo di molestarla o umiliarla; o, ancora, la pubblicazione di contenuti sessualmente espliciti senza il consenso delle donne rappresentate.

Nonostante quest’ultimo fenomeno coinvolga generalmente le partner o ex partner degli utenti, ciò non significa che la condivisione non consensuale di materiale intimo non possa colpire anche donne del tutto estranee ai partecipanti di questi gruppi. Ne sono esempio le innumerevoli foto di nudo o sessualmente esplicite hackerate e pubblicate – spesso con annessi nomi e contatti personali delle persone raffigurate – fra il 2010 e il 2012 sul sito IsAnyoneUp.com, fondato dal californiano Hunter Moore e la cui storia è stata ripresa, nel 2022, anche nella docuserie L’uomo più odiato di internet, disponibile su Netflix.

In tutti questi casi, è evidente come la questione del consenso sia solo uno dei problemi. I contenuti a disposizione degli utenti – così come i corpi femminili rappresentati – sono infatti percepiti come materiale proprio, senza alcun riguardo per i desideri o la volontà delle legittime proprietarie. Allo stesso modo, anche la possibilità di condividerli con altre persone, al di là del significato esplicitamente associato al gesto (sia esso odio, vendetta o “goliardia”), rappresenta uno strumento eccezionale per riaffermare su di essi il proprio controllo, soprattutto nel momento in cui l’utente, a causa di alcuni specifici comportamenti messi in atto da una donna – dalla manifestazione di una certa ambizione lavorativa, alla scelta di interrompere una relazione – o dell’atteggiamento dei pari – percepito come più “mascolino” del proprio – avverte la necessità di rinegoziare, con sé stesso e con gli altri componenti del gruppo, la propria maschilità.

Al di là della vicenda specifica di Tate, la popolarità raggiunta dalla manosphere (soprattutto nelle sue componenti periferiche) si deve in buona misura al fatto che, per molti uomini, il valore associato al proprio “essere maschio” non può prescindere dalla stigmatizzazione di ogni soggettività che presenti caratteristiche diverse dalle uniche ritenute normative, da un lato; dall’ammirazione dai pari, dall’altro. Anche laddove tali convinzioni non sfocino nella radicalizzazione politica o nell’immediata attuazione di comportamenti violenti (online o offline), questa costante necessità di approvazione da parte di quella che il sociologo Michael Kimmel definì “polizia del genere” rappresenta così un fattore di rischio notevole per la successiva manifestazione di atteggiamenti abusanti, soprattutto nei contesti collettivi.

Parallelamente alla promozione di un’educazione digitale in grado evidenziare le distorsioni ideologiche dei contenuti misogini diffusi online (facilitandone così il distanziamento), il contrasto del loro potere influenzante passa, quindi, anche per il progressivo smantellamento delle prescrizioni di genere e della cultura dello stupro che caratterizzano l’ambiente sociale in cui si inseriscono, con un’attenzione particolare all’educazione delle giovani generazioni.

(Immagine in anteprima: grab via YouTube)

Articolo proveniente da Valigia Blu