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La risoluzione del Parlamento Europeo per dichiarare la Russia uno Stato sponsor del terrorismo: l’insensata scelta di chi ha votato contro

Il 23 novembre c’è stato un voto importante del Parlamento Europeo, con cui si è mosso un passo nel riconoscere la Russia come Stato sponsor del terrorismo. Usiamo questa formulazione perché, come vedremo, questa definizione manca nel quadro giuridico dell’Unione Europea. 

Nella risoluzione non legislativa approvata a larghissima maggioranza, ci sono prima di tutto vari punti che sottolineano la gravità inaudita della condotta russa in Ucraina. Qualcosa che è emerso sin dalle prime fasi dell’invasione su larga scala iniziata a febbraio, e su cui via via si sono accumulati resoconti, rapporti, dossier.

Nel quadro normativo richiamato a inizio risoluzione, si menziona l’esplicita violazione della Convenzione di Ginevra, per quanto riguarda la “Protezione generale dei beni di carattere civile” – e non è la prima volta che viene richiamata la sua violazione dal Parlamento Europeo. Ma è anche espressamente menzionata la Convezione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio. Convenzione in vigore per Russia e Ucraina, e sulla cui violazione da parte della Russia si sono già avuti negli scorsi mesi pronunciamenti in vari paesi, tra cui Canada, Irlanda, Estonia e Lituania. Lo stesso Parlamento Europeo aveva menzionato la Convezione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio in una risoluzione del maggio scorso (“Lotta contro l’impunità per i crimini di guerra in Ucraina”). 

C’è quindi un primo elemento da individuare: la risoluzione arriva sulla scia di altre, riconoscendo le gravi violazioni dei diritti umani e i crimini di guerra sistematici che la parte russa sta compiendo in Ucraina. Ciò non è affatto scontato e automatico, in particolare se pensiamo al dibattito in paesi come il nostro, avvelenato da sciagurati negazionismi o da false equiparazioni tra aggressore e aggredito, da revisionismi storici spacciati per lavoro intellettuale.

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Nella risoluzione il Parlamento Europeo riconosce prima di tutto il “sostegno incrollabile all’indipendenza, alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina, all’interno dei suoi confini riconosciuti a livello internazionale”. Si chiede poi all’Unione Europea e agli Stati membri di sviluppare:

Un quadro giuridico comunitario per la designazione degli Stati come sponsor del terrorismo e degli Stati che utilizzano mezzi terroristici, che farebbe scattare una serie di significative misure restrittive nei confronti di tali paesi e avrebbe profonde implicazioni restrittive per le relazioni dell’UE con tali paesi; invita il Consiglio a prendere successivamente in considerazione l’aggiunta della Federazione Russa a tale elenco UE di Stati sponsor del terrorismo; invita i partner dell’UE ad adottare misure analoghe.

La risoluzione, nell’invitare il Consiglio Europeo a preparare un nuovo pacchetto di sanzioni, parla esplicitamente di “escalation di atti terroristici” da parte della Russia. Il riferimento non è soltanto a quanto stiamo vedendo in queste ultime settimane, ossia il pianificato attacco a infrastrutture energetiche e idriche, allo scopo di colpire la popolazione civile alle porte dell’inverno e comprometterne le possibilità di sopravvivenza. 

La lista dei crimini elencati da questo punto di vista è esaustiva, e tiene conto della condotta del Cremlino non solo a partire da febbraio (si ricordano ad esempio gli omicidi di giornalisti e dissidenti). Tra quanto citato nella risoluzione e relativamente all’invasione su larga scala partita a febbraio, troviamo “60.982” infrastrutture civili distrutte o danneggiate; la distruzione di riserve di cibo con conseguente impatto anche sulla crisi alimentare a livello internazionale; l’aver stipato equipaggiamento militare in centrali nucleari dopo aver sequestrato chi vi lavorava, e aperto il fuoco contro bersagli nelle vicinanze. Sono tutte azioni dove la strategia militare lascia spazio al disprezzo totale della vita umana e dove si ravvisano persino i tratti del genocidio, secondo le definizioni in vigore. Evitiamo di menzionare esplicitamente i casi più efferati

Si chiede poi all’Unione e agli Stati membri di intraprendere azioni volte a isolare la Russia a livello internazionale, anche per quanto riguarda l’appartenenza a “a organizzazioni e organismi internazionali come il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”. 

Un altro punto riguarda i mercenari del gruppo Wagner e i cosiddetti “kadyroviti”, l’organizzazione paramilitare cecena guidata da Eamzan Kadyrov. Insieme a tutti i gruppi mercenari e alle milizie finanziate da Mosca si chiede che vengano inseriti nella lista delle organizzazioni terroristiche dell’Unione europea. Questo è un punto molto importante, perché di fatto si riconosce il loro ruolo nel conflitto, il loro ruolo attivo nella violazione di diritti umani e nel compiere crimini di guerra e, indirettamente, si chiede alla Russia di prendere una posizione al riguardo. Che quest’ultimo punto avvenga, non dipende naturalmente dal Parlamento europeo.

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Singoli Stati avevano già dichiarato la Russia governata da Putin uno Stato terrorista – Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia. Gli Stati Uniti, invece, avevano escluso questa possibilità a settembre. In ciò bisogna tenere conto della definizione giuridica di “Stato sponsor del terrorismo”, sia perché Mosca ha lasciato intendere che ciò avrebbe precluso ulteriori trattative, sia per i meccanismi giuridici che la definizione mette in moto negli USA, e che potrebbero avere conseguenze indesiderate, ad esempio per le organizzazioni umanitarie che portano aiuti. 

Diverso quindi appare il contesto per l’Unione Europea, proprio perché la cornice legale va creata. Ciò anche in virtù delle possibili azioni da intraprendere. La risoluzione approvata, quindi, da una parte ha un valore simbolico, poiché segna un passaggio nelle relazioni tra Russia e Unione Europea conseguente alla condotta tenuta da Mosca: se ne riconosce la gravità, si riconosce il ruolo dell’Ucraina, si creano, fondano le premesse per ciò che verrà. Dall’altra è però un passo necessario per permettere all’Unione europea e altri organismi di affrontare questo tipo di scenari, per poter chiamare i crimini compiuti con il loro nome nelle sedi opportune e sottrarli a possibili manipolazioni nel discorso pubblico.

C’è quindi una necessità giuridica e politica da portare avanti, ossia sottrarre gli avvenimenti al terreno della pura retorica, e riportarli nel raggio d’azione del diritto. Concetti come “terrorismo”, “Stato terrorista”, Stato sponsor del terrorismo”, “genocidio”, “crimine di guerra” che questo conflitto ha tristemente portato alla ribalta, hanno infatti bisogno di definizioni precise, di essere normati – anche solo per essere esclusi nelle sedi competenti. Ciò per sottrarli al rischio di suonare come iperboli, o metafore, o di essere relativizzati, trasformati in vuote forme per giochi di propaganda sulla pelle altrui. Non è qualcosa con cui è facile avere a che fare, sotto molteplici piani: non lo è mai stato, né lo sarà. Farlo in assenza di strumenti diventa impraticabile, è come avere una lingua senza grammatica.

Benché in ambito diverso, ricordiamo il peso che può avere in tal senso una sentenza come quella pronunciata da un tribunale olandese sulla strage che nel 2014 ha fatto esplodere il volo malese MH17. Furono uccise 298 persone, e la sentenza, nel condannare tre dei responsabili materiali, ha anche sancito il controllo effettivo russo del Donbas, dietro la facciata della cosiddetta “Repubblica popolare” e le responsabilità del Cremlino nell’episodio. La sentenza potrebbe avere un ruolo anche nel tentativo dei Paesi Bassi stessi di portare la Russia di fronte alla Corte europea per i diritti dell’uomo. Atti di questo tipo, tra l’altro, rendono più difficile il revisionismo, il negazionismo, l’opera di depistaggio sistematico, puntellando il faticoso processo di costruzione di una memoria storica, così come la sua preservazione. Rendono più evidenti le complicità, che si trovano a dover confutare documenti ufficiali e organismi istituzionali.

In un contesto così evidente, appare davvero incomprensibile, ai limiti della decenza, la decisione di astenersi, come fatto per esempio dal Movimento 5 stelle, o quella di votare persino contro. Su quest’ultima decisione, gli europarlamentari italiani sono stati 4: Francesca Donato, Pietro Bartolo, Andrea Cozzolino, Massimiliano Smeriglio

Pur con parole diverse, i quattro hanno dato in parte una motivazione analoga: la risoluzione rischierebbe di allontanare il dialogo e ostacolerebbe il cessate il fuoco. A nove mesi dall’inizio del conflitto, ci si ritrova a constatare l’ingenuità di chi pensa che il problema sia nelle definizioni e nell’offesa che possono recare al Cremlino. Che chiamare cioè i crimini commessi con il loro nome rappresenti un ostacolo, e non una procedura necessaria nella lunga strada che porterà un giorno alla pace. Dobbiamo davvero credere che si abbia paura di una risoluzione non vincolante, o che si abbia paura di dotarsi di strumenti giuridici che potrebbero tornare utili in futuro per altri casi? 

Sembra altrettanto improbabile che, nella giornata di ieri, il Cremlino abbia deciso di negare il bombardamento delle strutture energetiche come conseguenza della risoluzione. Questa sistematica strategia di negazione e non collaborazione per i crimini compiuti è portata avanti con coerenza, alternata alle campagne di disinformazione, e non certo dall’inizio dell’invasione su larga scala. Sembra di assistere, sul piano internazionale, a dinamiche da cortile, col bullo che viene difeso e i bullizzati che devono fare i conti con tutta una serie di giustificazioni posticce – altrove esse lasciano spazio a colpevolizzazione vere e proprie. Intanto, sempre in tema di risposte e di bulli, Yevgeny Prigozhin, leader del Gruppo Wagner, ha replicato alla risoluzione inviando simbolicamente un martello insanguinato al Parlamento europeo. Un riferimento all’esecuzione di un disertore del gruppo compiuta a metà mese. 

Se si pensa che riportare la definizione di ciò che accade entro la sfera della legalità, della giustizia o del diritto sia un ostacolo alla negoziazione e alla pace, e si agisce politicamente nelle sedi opportune lungo questa direzione, si sta dicendo che l’eccezionalità è legittima. Questa è esattamente la logica che sta adottando la Russia dall’inizio del conflitto. Non solo. Si suggerisce a qualunque potenziale dissidente, compreso il silenzioso membro di apparato intrappolato dagli ingranaggi di un potere criminale, che quello che sta vivendo è solo il cono d’ombra proiettato dal tavolo delle negoziazioni. La risoluzione, ricordiamolo, invita anche cooperare con la società civile russa e i perseguitati politici: getta dei ponti (il che è un bene, anche solo considerando l’infausta politica operata in precedenza sui visti turistici). Ciò danneggia i negoziati? Dove sono poi i confini di questo ragionamento? Anche la sentenza già citata sull’attentato al volo MH17, allora, può aver compromesso i negoziati, no?

Così si rinuncia a pensare che si possa esercitare una pressione dall’esterno verso l’interno, il cosiddetto “soft power”. Si rinuncia ad ammettere che “il clima di dialogo” richiede iniziative concrete anche da parte russa. E, in questa rinuncia, si dice a un regime criminale che le bombe sugli ospedali, i centri di filtraggio, il sequestro di persone, lo stupro come mezzo di distruzione psicologica, le torture, le esecuzioni sommarie, le violazioni di cessate il fuoco o accordi temporanei, l’attacco a corridoi umanitari, la minaccia di ricorso all’atomica, la propaganda genocida che tratteggia il nemico come nazista, come “satanista” da purificare funziona. Infine, si dice anche a tutti quegli organismi che hanno documentato e provato crimini di ogni tipo, che quel lavoro è utile per gli storici, mentre è bene lasciarlo fuori dai tavoli della politica e della diplomazia.

Così facendo, si trasforma in norma l’eccezionalità che Putin attribuisce a sé e alla Russia, si certifica l’esempio per chiunque voglia seguirlo. Si abbandona il diritto nell’abbraccio della forza bruta, e il tiranno vede confermate le premesse che gli hanno fatto mettere in moto la macchina omicida.

In un sistema funzionante, il dibattito pubblico sull’invasione in Ucraina dovrebbe avere al centro due questioni:

  1. Come si ferma un genocidio in corso;
  2. Come ci si comporta con uno Stato che impiega strategie terroristiche.

Anche su questo versante, ci riesce difficile pensare che nel nostro paese questi temi siano fuori dal dibattito per timore di scoraggiare i negoziati. Anzi, è tutto perfettamente coerente con quell’esteso fronte che tratta la “pace” come qualcosa che dipende dal giusto atteggiamento verso Mosca, dietro gli slogan astratti che negano il vissuto delle vittime, dei superstiti e dei dissidenti (“la pace si fa coi nemici”, frase che nasconde la propria violenza ideologica mentre esibisce altezzosità morale), senza porsi il problema di come si ripristini quello Stato di diritto che garantisce il mantenimento degli impegni presi a un tavolo.

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Articolo proveniente da Valigia Blu