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“Mercoledì sono io”, Tim Burton e gli Addams: “Quasi tutte le famiglie sono strane”

DiRed Viper News Manager

Nov 24, 2022

«Mercoledì sono io», poche semplici parole, quelle di Tim Burton per spiegare il perché di Mercoledì, una serie TV sulla primogenita della famiglia Addams, da ieri, 23 novembre (un mercoledì appunto), su Netflix. Il regista di film tanto oscuri quanto epici come Edward Mani di Forbice e Beetlejuice, ospite al Lucca Comics and Games lo scorso Halloween, si è donato al pubblico in un incontro per raccontare la genesi di questo tuffo nella serialità. Un connubio quasi scontato, a pensarci, quello tra un esperto di commedia dark e horror come Burton e la famiglia che dell’oscurità ha sempre fatto la sua cifra stilistica, gli Addams creati nel 1939 da Charles Addams.

Burton amplia il discorso sul suo rivedersi in Mercoledì e aggiunge: «Io ero Mercoledì, lo sono stato per tutta la mia vita. Mi ha anche attirato il fatto che fosse una famiglia strana. In realtà quasi tutte le famiglie sono strane». Dall’inizio della sua carriera Tim Burton ha dato voce agli outsider, i cosiddetti reietti, li ha mostrati ed amati in tutte le loro sfumature e si è fatto amare per questo, a sua volta. Questa sua avventura seriale quindi, non poteva che passare da una sfida quasi più grande, raccontare una giovane donna che si sente fuori posto ovunque, non solo ad un liceo “normale” ma contro ogni previsione, anche a quello frequentato in gioventù dai genitori Morticia (Catherine Zeta-Jones) e Gomez (Luis Guzmán), la Nevermore Academy, scuola per studenti speciali. In relazione a questo, Burton confessa: «Ho anch’io problemi di salute mentale e ce li ho avuti per tutta la mia vita – sorride – ed è questo il motivo per cui amo il personaggio di Mercoledì. Lei è tranquilla e silenziosa ma diretta, è una reietta tra i reietti». Complice la piattaforma di destinazione, Mercoledì è ambientato ai giorni nostri e si concentra quasi totalmente sulla giovane protagonista interpretata magistralmente da Jenna Ortega. C’è poca traccia della Famiglia Addams al completo, fatta eccezione per Mano, fedele compagna e quasi braccio destro di Mercoledì.

Un’anima antica però quella che la ragazza conserva, a cominciare dall’odio per tutto ciò che è moderno, soprattutto internet. Un fastidio anche questo che Burton condivide con la sua eroina: «Comprendo Mercoledì. Ho paura di internet e dei social network. Ogni volta che vado a cercare qualcosa mi trovo in un buco nero. Ti capita di vedere certi filmati dei gatti, veramente spaventosi». Teen drama in tutto e per tutto Mercoledì, con possibili interessi amorosi e una difficilissima ricerca di un posto nel mondo, nel paradosso descritto poc’anzi, quello di non riuscire ad ambientarsi neanche in un sistema fatto di persone uniche per antonomasia e quindi abituate ad una diversa percezione del mondo. Da serie adolescenziale quale è il core business di Netflix, i giovani, target preferenziale della piattaforma, Mercoledì poi diventa anche noir e mistery poichè la ragazza, nella serie di Burton, ha particolari poteri psichici da imparare a gestire (qualità non presente nell’opera di Addams), una mostruosa serie di omicidi che terrorizzano la comunità locale da sventare e un mistero da svelare, venuto alla luce alla Nevermore, datato a venticinque anni prima e che ha a che fare proprio con la sua famiglia.

Sono solo i primi quattro, gli episodi diretti da Tim Burton sugli otto totali di cui si compone la prima stagione della serie e si concentrano sulla visione del mondo di Mercoledì, in bianco e nero, uno sguardo che Jenna Ortega ha fatto totalmente suo: «Senza di lei non ci sarebbe stata la serie, se non con grandissime difficoltà», dichiara Burton e prosegue: «Jenna è perfetta nel raffigurare un personaggio in bianco e nero, che riesce a comunicare con lo sguardo, lasciando trasparire un po’ di umanità, senza tradire il lato oscuro che è in lei, quello di Mercoledì». Del suo personaggio, la stessa Ortega si è espressa in un messaggio prima dell’uscita della serie: «Mercoledì è un’adolescente al momento e non l’abbiamo mai vista così prima d’ora. I suoi commenti sarcastici e sprezzanti potrebbero non necessariamente sembrare graziosi quando sono espressi da una ragazzina che non ha più dieci anni. Non è stato semplice. Non volevamo che fosse come tutte le altre adolescenti, ma neanche che sembrasse ignara. E non l’abbiamo mai vista così presente sullo schermo. In passato quando Mercoledì entrava in scena, che fosse solo per una battuta o che fosse presa di mira da uno scherzo, lo faceva sempre con maestria ed è questo che le persone amano di lei. Ma in questa serie lei è al centro dell’azione. Abbiamo l’opportunità di darle più spessore e in questo modo diventa una persona più reale, qualcosa che non è mai stato fatto in precedenza».

Inaspettatamente centrale nella serie, accanto a Mercoledì e già menzionata, c’è Mano, un quasi Watson per la protagonista in versione Sherlock Holmes, personaggio a cui Tim Burton teneva particolarmente: «Mi piaceva perché ricordava i vecchi film dell’orrore di serie B come The Calling Hand. Mano è un personaggio particolare a cui volevo dare una vita più consumata e una presenza più ampia. Potremmo definirlo il Dustin Hoffman delle mani». Per chi si allarmasse sul fatto che Tim Burton possa essere stato definitivamente catturato dalla serialità televisiva, la risposta del regista di Big Fish tranquillizza tutti: «Mi è piaciuto molto lavorare a una serie tv, che ha un ritmo diverso dai film ma il cinema rimane comunque il mio primo amore. Credo che oggi ci sia ancora spazio per i film». Non resta che abbandonarsi alla visione di Mercoledì su Netflix dunque, ricordandoci che è burtoniana sì ma al tempo stesso una serie teen con i limiti del genere a cui appartiene e da cui non vuole distaccarsi.

L’articolo “Mercoledì sono io”, Tim Burton e gli Addams: “Quasi tutte le famiglie sono strane” proviene da Il Riformista.