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La Francia nella rete del tripolarismo ma alla presidenziali sarà sempre Macron-Le Pen

DiRed Viper News Manager

Nov 24, 2022

Dopo le elezioni, il sistema politico italiano, grazie in larga misura alla legge elettorale Rosato, si avvia verso un nuovo tentativo di bipolarismo, simile in linea di principio a quello del periodo 1994–2013. Dopo due elezioni (quelle del 2013 e del 2018), le quali, con la presenza del movimento di Grillo e di Casaleggio, hanno visto emergere un terzo polo, che rompeva la tradizionale competizione destra/sinistra, la sfida fra partiti sembra oggi riassestarsi lungo il tradizionale asse binario. Certo, per ora si tratta di un bipolarismo in parte fragile e in parte zoppo.

A destra, l’inedita e forte egemonia della componente FdI in seno alla coalizione produce tensioni nei confronti dei suoi vecchi alleati, ridotti nei sondaggi di opinione a comprimari di rango inferiore (il partito di Meloni ha ormai superato in alcuni sondaggi il 30% mentre continuano a declinare FI e la Lega). A sinistra (o, piuttosto, al centro e a sinistra messe insieme) le tre forze presenti, anche a causa di posizioni molto divergenti su diverse questioni rilevanti, non sembrano disposte a coalizzarsi, ciò che con la legge elettorale esistente le mette in una posizione di perdente sistematico nel confronto con l’altra parte. Questo nonostante il fatto che tutte e tre insieme contano su un sostegno elettorale pressappoco equivalente a quello che hanno ottenuto i tre partiti del centro destra. Ma tutti questi voti non servono a niente se non si riesce ad aggregarsi e a formare una parvenza di coalizione. Tra parentesi, vale la pena di osservare che il mito della volontà popolare altro non è che il risultato di una somma di preferenze individuali, le sole che esistono, e la cui addizione in vista della formazione di una maggioranza rappresentativa dipende non da quelle volontà individuali, ma dall’algoritmo che regola l’aggregazione delle medesime (la formula elettorale) e dall’offerta politica, cioè nel caso specifico dalla alleanza o meno fra di loro dei partiti che si presentano dinanzi al corpo elettorale.

Se ora volgiamo lo sguardo ad ovest delle Alpi, il paesaggio politico francese appare invece oggi – per la prima volta, nonostante la legge elettorale a doppio turno e l’elezione diretta del presidente della Repubblica – diviso, per quanto riguarda l’Assemblea legislativa, in partes tres – come scriveva Cesare della Gallia – e senza maggioranza stabile al suo interno. Il ballottaggio fra i due candidati che arrivano in testa al primo turno delle presidenziali presenta com’è ovvio inevitabilmente la forma del bipolarismo. Questo tradizionalmente ha opposto la destra gaullista alla sinistra socialista. Le elezioni del 2017, a causa del disfacimento del partito socialista (prodotto dal conflitto interno fra l’ala socialdemocratica e quella massimalista) hanno visto l’opposizione fra una candidata della destra radicale, Marine Le Pen, che per la prima volta aveva superato al primo turno la destra post-gaullista (rappresentata da François Fillon) e un candidato, Emmanuel Macron, che esprimeva al tempo stesso la sinistra e la destra anti estremiste – segno peraltro di un complessivo spostamento a destra dell’opinione pubblica francese. Il duello si è ripetuto quest’anno con una sfida fra gli stessi candidati: Le Pen e Macron e quest’ultimo ha battuto di nuovo la sfidante, ma con un margine inferiore alla volta precedente (2017 Macron: 66,10%, Le Pen 33,90%; 2022 Macron 58,55%, Le Pen 41,45%). Il che testimonia tra l’altro di un ulteriore spostamento a destra della opinione transalpina, ciò che accomuna i due paesi dalle due parti delle Alpi.

Contrariamente però ad una concezione superficiale dei sistemi che vanno sotto l’etichetta di presidenziali, occorre osservare che, pur nella loro varietà, tali sistemi si distinguono dalle dittature, non solo perché i presidenti sono eletti e responsabili di fronte al corpo elettorale (i presidenzialismi fanno parte, a differenza delle dittature, della famiglia dei governi rappresentativi), ma perché non monopolizzano il potere legislativo, che è competenza delle assemblee elette a loro volta dai cittadini. Anche il potente presidente degli Stati Uniti può non essere in grado di controllare la legislazione, se come accade spesso – ed è il caso oggi degli Stati Uniti – una delle due camere (o entrambe) sono di un colore politico diverso di quello del presidente. Nel corso della 5a Repubblica in vari casi il presidente francese si è trovato a dover convivere con una Assemblea nazionale dominata da una maggioranza diversa da quella che lo aveva eletto – i francesi hanno chiamato questa situazione cohabitation. Tuttavia, il sistema restava bipolare: una parte politica controllava la presidenza e un’altra l’assemblea, poiché il presidente francese non ha – a differenza di quello americano – un potere di veto sulle leggi votate dall’assemblea.

Il sistema non correva il rischio di paralisi (come può accadere al limite nel caso americano). Oggi però la situazione è diversa. Il presidente Macron non ha di fronte a sé una assemblea di diverso colore, ma addirittura una senza maggioranza assoluta. Questa volta è l’assemblea francese che tota divisa est in partes tres: l’estrema sinistra (a sua volta divisa al suo interno), i gruppi parlamentari centristi e, infine, la destra, in cui bisogna distinguere fra l’ala nazionalista del Rassemblement national e quella post-gaullista liberale e filoeuropea: Les Républicains. Un recente sondaggio dell’Ifop mostra che se si dovesse votare oggi per la presidenza della Repubblica in un ipotetico ballottaggio fra Macron e Le Pen, il presidente in carica vincerebbe per la terza volta, con uno scarto però ancora minore rispetto all’aprile scorso (53 a 47%). Il sondaggio è doppiamente ipotetico, non solo perché si voterà fra quattro anni, ma soprattutto perché Macron, in base alla costituzione francese, non potrà essere candidato per una terza volta. Ipotetico, ma non privo di significato.

Infatti, se ne traggono alcune indicazioni sulle quali varrà la pena di riflettere da una parte e dall’altra delle Alpi. Innanzitutto, si conferma lo spostamento a destra dell’opinione pubblica francese, preoccupata sempre di più dalla sicurezza e dall’immigrazione. In secondo luogo, si conferma che la competizione politica si gioca fra il centro e la destra (in larga misura “de-diabolizzata” – da noi si diceva anni addietro “sdoganata”). La sinistra radicale è presente, ma fuori dal gioco per l’elezione presidenziale, anche se è possibile ma non probabile che essa possa impedire anche in futuro l’emergere di una maggioranza nella Assemblea legislativa, per la natura ternaria della competizione legislativa. Infine, sembra evidente che nella sfida per la futura presidenza un ruolo decisivo sarà svolto da quello che resta della destra liberale e filoeuropea. Non è detto che il partito dei Républicains sopravviva, ma il suo volgersi in maggioranza verso il centro – che dovrà trovare un successore a Macron – oppure verso la destra di Le Pen deciderà della presidenza della repubblica in terra di Francia. Come si dice da quelle parti: affaire à suivre.

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