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A cena con Pittelli, due giudici trasferiti per lesa maestà a Gratteri: lo show di Di Matteo che chiama in causa il Riformista

DiRed Viper News Manager

Nov 24, 2022

Trasferiti, con 17 voti favorevoli e 6 astenuti. Non è bastato che di propria iniziativa i due giudici siano passati dal settore penale a quello civile, e neanche che abbiano proposto di traslocare a Messina, ritenuta troppo “contigua”. I due giudici Giuseppe Perri e Pietro Scuteri, contagiati dal virus di Giancarlo Pittelli, sono stati cacciati dal plenum del Csm a causa di una cena. I due “imputati” non ci sono, e neanche i loro difensori. Il processo si svolge dunque in contumacia. E la scena se la prende il consigliere Nino Di Matteo, che pare indossare la toga e svolgere la sua requisitoria non solo nei confronti dei due magistrati di cui si discute la necessità di trasferimento, ma anche contro Giancarlo Pittelli e la notorietà non solo del personaggio, ma anche di chi ne difende i diritti.

Sarebbe lo “strepitus eccezionale” degli articoli del Riformista sui diritti dell’imputato a rendere appannata la reputazione di due magistrati calabresi che devono essere trasferiti, possibilmente molto lontani dalla loro regione e anche dalla contigua città di Messina. Contigua perché ci potrebbe essere qualche scambio di carte, qualche forma di collaborazione tra i giudici dei due lati dello stretto, anche se ancora non collegati dal ponte. Ma se i due magistrati sono ormai al settore civile? Non importa, la longa manus di Pittelli potrebbe allungarsi fino lì. E anche quella del Riformista, supponiamo. Si arriva così, paradossalmente, a una sorta di pena aggiuntiva per Giancarlo Pittelli: nessuno vorrà più andare a cena da lui. L’ipotesi non è azzardata, visto quel che è capitato a questi due magistrati, finiti sulla graticola del Csm solo per aver partecipato a una serata piacevole. Non su invito di una cosca mafiosa, ma a casa di un avvocato incensurato, di cui non era possibile prevedere che un anno e mezzo dopo sarebbe stato indagato e arrestato, su stimolo del procuratore Nicola Gratteri nel blitz del 19 dicembre del 2019, e che lo vede ancora in detenzione domiciliare.

Ma qui si aggiunge assurdo all’assurdo. La vicenda è sintetizzata dal relatore Alberto Maria Benedetti, laico in quota Cinque stelle, che illustra un percorso veramente singolare. Perché la notizia di quella cena del 16 marzo 2018 tra magistrati e avvocati a casa dell’onorevole Pittelli sarebbe emersa da una richiesta di archiviazione di un’inchiesta sulla massoneria. All’interno di questa “evanescenza” (come avrebbe detto il dottor Lupacchini) l’avvocato catanzarese aveva un bel trojan nel telefono, proprio come Luca Palamara, e con quello i carabinieri sono andati a caccia di reati. E hanno trovato la cena. Niente reati, a tavola, quella sera. Perché dalle intercettazioni non risulta che si sia violato qualche segreto investigativo, né i due magistrati hanno profferito verbo su inchieste di cui erano titolari in prima persona o a conoscenza da parte dei colleghi. Di che cosa sono accusati, dunque? Di non aver mostrato dissenso su affermazioni di altri. E’ sicuro, questo lo ammettono anche i suoi accusatori, che i due non sapessero che l’avvocato Pittelli era indagato, visto che sarà arrestato un anno e mezzo dopo, ma non importa. Quando sentivano la parola “Gratteri”, immaginiamo, avrebbero dovuto scattare in piedi e dire “obbedisco!”, e non tacere se qualcuno lo criticava.

Ma la domanda più logica la pone il consigliere indicato da Forza Italia, Alessio Lanzi: è possibile che qualche giudice vada a cena con un avvocato? E magari persino con qualche pm? E sono reati le chiacchiere in libertà che si fanno in quelle occasioni? Ma c’è sempre un “ma”, perché pare che l’avvocato Pittelli qualche battutina sul procuratore Gratteri l’abbia fatta davvero, e anche su qualche gip di Catanzaro. E abbia persino definito i suoi ospiti, all’epoca ambedue gip, come magistrati “atipici”. Magari perché, possiamo aggiungere, non erano sempre proni ai voleri del Grande Procuratore. L’avvocato è già intercettato prima della cena, nel momento degli inviti. Ogni sua parola registrata e poi trascritta e consegnata al Csm è interpretata nel modo funzionale a far “condannare” i due magistrati. E’ sospetto il fatto che l’ospite dica di invitare a una cena in casa invece che al ristorante perché lì si può stare più tranquilli, anche perché, dal momento che la moglie è assente, si può stare “tra soli uomini”. Mamma mia, chissà che cosa potrà succedere, senza le consorti! Altra aggravante. Dire a un amico giudice “bello mio” indica qualcosa di peccaminoso, forse di contagioso.

Ricordiamo che l’avvocato Pittelli all’epoca era non solo come ora incensurato, ma ufficialmente non indagato. E stimato da tutti. Naturalmente il consigliere Di Matteo trova il modo, allusivo, di citare persino la disastrosa inchiesta di de Magistris “Poseidone”, per dire che comunque il legale era stato “attenzionato” dalla magistratura. E nella replica ricorda anche l’indagine attuale di Reggio Calabria per costruire un bel “tipo d’autore” e sottoporlo al plenum del Csm. Ma non si doveva solo decidere sul trasferimento di due giudici? Quanti sono gli “imputati”? Chi ha mostrato più dignità, se ci è consentito dopo aver ascoltato la diretta dal sito di Radio Radicale, sono stati proprio i due assenti, i giudici Perri e Scuteri. Non sappiamo se siano “atipici”, ma hanno dato una bella lezione a questo morente Csm.

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