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L’abolizione delle carceri è l’unica riforma possibile

DiRed Viper News Manager

Set 23, 2022

L’impagabile Gherardo Colombo, in una trasmissione televisiva, ha definito sé stesso “abolizionista del sistema penale”. Anche noi, come Colombo, auspichiamo una riforma del Sistema Giustizia in un quadro che finalmente non parli di “pene alternative”, ma di “alternative al sistema penale”. È forse giunto il momento di dare seguito al “soggetto politico” caldeggiato da Luigi Manconi che preveda il superamento del sistema penale e, con esso, di quello carcerario. Ricordo che Altiero Spinelli, già nel 1949 sulla rivista “Il Ponte”, scriveva: «Più penso al problema del carcere e più mi convinco che non c’è che una riforma carceraria da effettuare: l’abolizione del carcere penale».

Del resto furono molte le personalità che si espressero per l’abolizione della vergogna del carcere penale, ovvero della “vendetta di Stato”. Soprattutto oltre i nostri per molti versi angusti confini nazionali. Solo per fare qualche esempio, devo ricordare che Thomas Mathiesen ha trascorso molti anni della sua vita a ripetere che «la ‘prigionizzazione’ è l’opposto stesso della riabilitazione, ed è l’ostacolo maggiore sulla strada del reinserimento». Mathiesen, deceduto nel 2021, fu anche direttore dell’Istituto di ricerca sociale dell’Università di Oslo e uno dei fondatori dell’Associazione norvegese per la riforma penale. Egli chiede a noi tutti, perché continuare a segregare cittadini dal momento che il carcere è una delle più «grandi e distruttive Istituzioni della società moderna»? Prima di lasciarci egli fu anche uno dei firmatari del manifesto di “No Prison”, di Livio Ferrari e Giuseppe Mosconi. C’è un intero mondo che ha pensato all’abolizione del carcere come alla precondizione per un salto in avanti dell’umanità verso una società migliore. Mi basta ricordare Alain Brossat con il suo “Scarcerare la società”, Louk Hulsman con il suo “Pene perdute” o Nils Christie con il suo “Il business carcerario, ovvero la via occidentale al Gulag”.

Se su un tema di questo genere non si cimenta la forza di un movimento transnazionale ad hoc, temo si corra il rischio di rallentare il processo abolizionista in tempi tali da permettere ancora troppe vittime di questa vera e propria barbarie e il rischio di altrettante illusioni totalitarie. Temo sia per la solida attitudine al provincialismo di casa nostra che ancora si voglia ignorare il lavoro che continua a essere svolto da I.C.O.P.A. (International Conference on Penal Abolition). Di straordinaria importanza è stato anche il lavoro di Michael Zimmerman (“The Immorality of Punishment”) e, mi dicono, di Fay Honey Knopp che negli USA scrisse “Instead of Prisons”. Come risultato di questo impegno nel 1981 i quaccheri canadesi raggiunsero una posizione comune sull’abolizione del carcere con un documento di opposizione al penalismo e al modello retributivo. Anche per loro il sistema carcerario è sia una causa sia un effetto della violenza e dell’ingiustizia sociale. Noi siamo pronti a fare nostre quelle tesi, perché ce ne siamo fatti una ragione, morale ancorché politica. A costo di ripetermi ricorderò che il Cardinal Martini era solito dire che «Qualsiasi pena [afflittiva] ha la distretta della pena di morte e della tortura, e che già il pensiero di affliggere un altro essere umano è intollerabile e perverso».

È sempre più evidente come l’incarcerazione di esseri umani, al pari della loro resa in schiavitù, è intrinsecamente immorale ed è distruttiva tanto nei confronti dei detenuti quanto nei confronti dei detenenti. I dati ufficiali ci dicono che non è in ambienti come le carceri che si garantisce sicurezza ai cittadini, proprio perché in essi si demolisce il senso stesso della dignità personale. La libertà personale può essere sospesa solo per il tempo strettamente necessario allo scampato pericolo e al reinserimento sociale del reo, e solo in luoghi aperti al controllo democratico. Confermando la tesi di Hulsman per la quale è necessaria la partecipazione delle Istituzioni, alla “politica” resta la responsabilità del fare. Tra le cose da fare, ad esempio: perché escludere una “riforma radicale” che si concentri sull’abolizione del concetto di “pena” ovvero della sofferenza e della punizione – della tortura legale di coloro che hanno trasgredito alle regole – per consentire un progetto di reinserimento consapevole nel tessuto sociale? Perché non dedicare molta più attenzione alla teoria e alla prassi della nonviolenza per introdurne la visione anche nel Sistema Giustizia, per un confronto civile in ogni genere di contenzioso, anche in quello tra Stato e cittadino? Per parte mia, sapendo che “il cattivo” non esiste, sono anni che spero che perfino Topolino non debba sempre confrontarsi con il solito Gambadilegno, supponendo che “delinquenti si è per sempre”, e che anche quelle avventure possano essere costruite intorno a una fantasia di nonviolenza.

 

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