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La Serie A ha un problema con l’antisemitismo

di Valerio Moggia

In questo momento di crisi di talenti (la Nazionale è fuori dal Mondiale per la seconda volta consecutiva, cosa mai successa prima nella storia) e di scarsità di fondi a disposizione dei club, il principale prodotto della Serie A è il razzismo. 

Purtroppo negli ultimi tempi una frase del genere assomiglia sempre meno a una provocazione e sempre più a una constatazione: la scorsa annata è stata segnata da un numero particolarmente elevato di casi, e l’attuale non è iniziata nel migliore dei modi. Abbiamo avuto infatti due episodi di antisemitismo in due diverse partite dell’ultimo turno, a cui si sono aggiunti come corollario gli ormai consueti cori sull’eruzione del Vesuvio (avvenuti in una partita in cui il Napoli nemmeno era coinvolto).

Il fatto che sabato 4 settembre, nel giro di poche ore, si siano verificati addirittura due casi differenti rappresenta un triste precedente nella storia non proprio felice delle discriminazioni nel campionato italiano.

I fatti, per dovere di cronaca sono facilmente riassumibili. Nel pomeriggio di sabato, alcuni tifosi della Juventus hanno rivolto un coro contro gli avversari di turno, cioè quelli della Fiorentina: “Loro non sono italiani, ma sono una massa di ebrei”. In serata, durante il derby di Milano, sono stati stavolta alcuni sostenitori dell’Inter a cantare “I campioni dell’Italia sono ebrei”, coro rivolto ai rivali cittadini che pochi mesi fa hanno conquistato lo scudetto. 

L’esistenza di questi cori è indiscutibile: ci sono dei video, ripresi in mezzo ai tifosi stessi che cantavano. Si riconoscono distintamente i settori in cui sono avvenuti i cori, si distinguono con facilità i volti di diverse persone coinvolte. Staremo a vedere se e quali provvedimenti verranno presi.

Reagire alle discriminazioni

In attesa che la macchina della giustizia si avvii, la palla dovrebbe passare ai club, come di solito avviene all’estero. Dal 2018, una norma della FIGC consente alle società italiane di agire indipendente dalla giustizia e cacciare dal proprio stadio persone che si rendono protagoniste di atti discriminatori o violenti. In questo caso, il Milan è stata la prima società a intervenire, e non appena il video dei cori del derby è stato reso pubblico online i rossoneri hanno condannato l’accaduto e annunciato un esposto in Procura. Va detto che, comunque, il Milan aveva la parte più “facile” nella vicenda, dato che è stato vittima dei cori. L’Inter ha pubblicato nel pomeriggio di lunedì un tweet  che recita “Siamo Fratelli del Mondo dal 1908” (la data di fondazione della squadra), con l’aggiunta dell’hashtag #NoToDiscrimination.

Colpisce l’estrema vaghezza della replica: non c’è alcun riferimento al tipo di episodio avvenuto, né al fatto che i responsabili sono tifosi nerazzurri. Non è chiaro nemmeno se il club stia agendo in qualche modo per identificarli e bandirli da San Siro, come è avvenuto in altre circostanze, all’estero e non solo: un anno fa, la Juventus, senza aspettare il DASPO da parte del tribunale, identificò ed espulse per cinque anni un proprio tifoso colpevole di aver mimato il gesto dell’aereo – in riferimento alla tragedia di Superga del 1949 – durante il derby contro il Torino. 

Sebbene le immagini di quell’episodio fossero meno nitide rispetto a quelle che sanno circolando in questi giorni, il club bianconero impiegò solo una ventina di giorni per punire il responsabile: sarebbe quindi lecito aspettarsi che tra un paio di settimane, se non prima, arrivino risposte decise nei confronti degli autori delle discriminazioni di Firenze e Milano. Nel frattempo, però, sui social della Juventus non si trova ancora alcun riferimento ai cori di sabato.

Ancora una volta, il calcio italiano si scontra con una strutturale incapacità di affrontare questi problemi: o non si reagisce, o si reagisce in maniera vaga e innocua. Le prese di posizione pubbliche da parte delle squadre non risolvono il problema, che ha radici sociali profonde e che quindi va combattuto prima di tutto fuori dai campi sportivi e sul lungo periodo. Ma se non altro mettono in chiaro che per le società esiste un confine, e che chi lo oltrepassa non deve più parte della comunità che sta attorno a un club. 

Non è solo un modo per “salvare la faccia”, ma anche per spezzare una catena su cui spesso questi comportamenti prosperano: il tifoso, per vocazione, è portato a identificarsi con il club e, soprattutto, con la tifoseria. Questo tipo di appartenenza, alle volte, porta a minimizzare o addirittura a giustificare episodi discriminatori commessi da compagni di tifo, anche quando si tratta di persone assolutamente sconosciute. Il silenzio dei club in questi casi finisce per legittimare questi comportamenti, mantenendoli all’interno della comunità che la società stessa rappresenta. Ecco perché una pubblica condanna è un primo passo molto importante.

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Il problema dell’antisemitismo nel calcio

Chi non sa come agire davanti a episodi così gravi dovrebbe banalmente guardare all’estero. Nell’aprile 2021, il Chelsea ha comunicato di aver condotto un’indagine interna per individuare un tifoso colpevole di messaggi antisemiti pubblicati online (quindi, neanche in uno stadio, durante una partita, ma in tutt’altro contesto), e di averlo bandito dal club per dieci anni. Lo scorso ottobre, l’Union Berlino ha fatto sapere di aver identificato un tifoso che aveva rivolto insulti antisemiti a dei tifosi del Maccabi Haifa, e di averlo espulso a vita dal club. Insomma, non dovrebbe essere particolarmente difficile.

Ma il calcio italiano ha una lunga storia di impotenza davanti a questi fenomeni, superficialmente condannati con la massima fermezza eppure tollerati di fatto. Sempre troppe poche persone ricordano quando nel 1989 l’attaccante israeliano Ronny Rosenthal venne accolto alle visite mediche con l’Udinese da scritte antisemite sui muri della sede del club friulano, e subito dopo il suo acquisto venne bloccato. Le scritte erano firmate “HTB”, cioè Hooligans Teddy Boys, all’epoca il principale gruppo ultras della curva bianconera. Nonostante l’evidente rivendicazione, nessun responsabile venne identificato e punito, né dal club né dalla giustizia italiana.

Uno sarebbe portato a pensare che, dopo 33 anni, le cose siano cambiate, in qualche modo. Invece, lo scorso aprile sulla cronaca locale milanese rimbalzava la notizia di un post antisemita del vice comandante della Polizia Locale di Seregno Massimo Vergani, che sui social aveva apostrofato i tifosi del Milan come “ebrei”. Finito sotto accusa da più parti, l’uomo, tifoso interista, si era difeso dicendo che non si trattava di antisemitismo ma di “linguaggio ultrà”. Non risulta che in quella circostanza l’Inter abbia avviato alcuna iniziativa contro di lui: eppure l’episodio è esattamente analogo a quello citato in precedenza e avvenuto nel Regno Unito.

Ma che all’estero le cose funzionino diversamente è purtroppo un’evidenza. Martedì sera, durante la partita di Champions League tra Paris Saint-Germain e Juventus, diversi tifosi bianconeri sono stati ripresi da quelli francese mentre facevano saluti romani, cori razzisti e contro i napoletani; al termine del match, quattro persone sono state identificate e arrestate dalla polizia parigina con l’accusa di “istigazione pubblica all’odio razziale”. Nel frattempo, la Juventus sembra aver deciso di rimanere in silenzio anche su questo episodio.

Un problema che nasce fuori dagli stadi

Gli esempi dell’antisemitismo nel calcio italiano sono tanti e hanno coinvolto i tifosi di diverse società. Già nel 2001 il quotidiano israeliano Haaretz accusava il calcio italiano di essere quello più apertamente antisemita: “L’antisemitismo e il razzismo stanno fiorendo nel calcio italiano e stanno dando a elementi di estrema destra un terreno fertile per dare a questo vergognoso fenomeno una dimensione nazionale”. Sotto attacco, oltre ai tifosi, c’era già allora la Lega Calcio, “senza rivali nel fomentare razzismo e antisemitismo”. Accuse che ciclicamente riemergono, ma vengono da noi ignorate.

Eppure solo lo scorso novembre la Lega Serie A ha affermato la necessità di includere negli statuti dei club dei riferimenti alla lotta all’antisemitismo, adottando per la prima volta la definizione internazionale dell’International Holocaust Remembrance Alliance. Per adesso, oltre queste parole non risulta ci siano stati altri provvedimenti, se non la proposta discussa a fine luglio di abolire la maglia numero 88, divenuta negli anni un feticcio dei calciatori con simpatie naziste. Le difficoltà di azione da parte del calcio italiano si possono spiegare in vari modi, e uno dei più tristemente noti è che nessun club vuole mettersi contro determinati gruppi di tifosi (è ciò che scrive, ma non è l’unico a farlo, Gianfranco Teotino sulla Gazzetta dello Sport). Qui si dovrebbe aprire però un discorso molto lungo e complesso su come determinate frange del tifo organizzato siano state tollerate e poi coccolate dalle società, permettendo loro di raggiungere un livello d’influenza enorme.

C’è poi un’attenzione selettiva della politica rispetto alle questioni più spinose del calcio, cui i cori di sabato non fanno purtroppo eccezione. In questa campagna elettorale, per esempio, abbiamo assistito a una levata di scudi bipartisan contro le carenze di DAZN, il servizio di streaming che detiene i diritti della Serie A. Gli esponenti di quasi ogni partito ne hanno parlato, e il PD ha inoltrato anche un esposto all’AGCOM. 

All’indignazione verso un disservizio ha fatto da contrappeso il totale silenzio della politica sui cori antisemiti. Già nel 2019 si registrava un preoccupante aumento degli episodi antisemiti in Italia, crescita confermata dai dati relativi al 2021. Il problema, come al solito, nasce al di fuori degli stadi e dentro di essi trova solamente l’ambiente adatto per testare eventuali resistenze sociali.

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Articolo proveniente da Valigia Blu