• Gio. Set 29th, 2022

Red Viper News

L'aggregatore di notizie di Red VIper

“Non possiamo mangiare carbone, non possiamo bere petrolio”. La lotta del movimento ambientalista africano contro la crisi climatica

Decine di capi di bestiame scivolano veloci trasportati dalla forte corrente. Cercano di tenere la testa fuori da quella massa melmosa che li trascina via. Nei loro occhi il terrore. Si tratta di un breve documento filmato che racconta tutto lo strazio e le conseguenze delle forti piogge e inondazioni che lo scorso 3 agosto hanno colpito il distretto di Mbale, regione orientale dell’Uganda. Le piogge hanno provocato anche una serie di smottamenti dalle pendici del monte Elgon. Danni enormi. Sommerse case, strade e aree coltivate. In migliaia sono ora senza tetto e non si sa cosa mangeranno nei prossimi mesi. Decine le vittime. Sono eventi tutt’altro che rari, ormai. Un paio di anni fa, nel distretto di Kasese, area occidentale del paese, almeno 10.000 persone erano rimaste senza nulla, a rischiare la fame nei campi di fortuna allestiti in quell’occasione. Secondo la World Bank entro il 2025 almeno 86 milioni di africani saranno costretti a migrare all’interno dei loro paesi perché direttamente colpiti dagli effetti del cambiamento climatico. Mentre l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ricorda che il riscaldamento globale generato dalle attività dell’uomo si sta manifestando in Africa in maniera più rapida che nel resto del mondo. 

A postare sui social quei pochi intensi secondi che testimoniano una tragedia, è Edwin Namakanga, giovane attivista ugandese: Vorrei che si comprendesse che siamo in piena emergenza e che abbiamo bisogno di intervenire ora. La minaccia è imminente. Quello che posso fare è usare la mia voce perché si metta in moto un cambiamento positivo e sostenibile per tutti”, ci dice. “Negli ultimi anni – continua – abbiamo assistito a devastanti inondazioni che hanno spazzato via i raccolti, le case e molti vi hanno perso la vita. Poi, abbiamo assistito alla siccità prolungata che ha distrutto i raccolti nella parte settentrionale del paese, all’innalzamento del livello del lago Vittoria che ha costretto tantissime persone ad abbandonare le loro case, alle frane nella regione orientale. E ancora, alla deforestazione delle foreste native dove investitori stranieri hanno deciso di avviare la monocoltura della canna da zucchero. Una scelta che sconvolge l’ecosistema e danneggia la fauna selvatica”. 

Edwin è uno di quei tanti, tantissimi giovani africani che negli ultimi anni, hanno deciso di prendere la parola, di alzarsi da soli, di smettere di aspettare che siano i leader a fare qualcosa, a prendere le decisioni giuste. Smettere di delegare. Come tanti, Edwin ci ha confidato che osservare quanto gli accadeva intorno lo ha portato a domandarsi: cosa fare? La vera spinta ad agire è stato l’esempio di due donne, due giovanissime donne: Greta Thunberg e Vanessa Nakate, anche lei ugandese. Diventata “famosa” quando, nel 2019, decise di manifestare, tutta sola, davanti al parlamento a Kampala. Nel 2020 partecipò al Forum mondiale di Davos e fu in quell’occasione che si comprese non solo il carattere e la misura della giovane attivista ma il modo in cui l’Occidente continua a considerare il continente africano. Dalla foto di gruppo – scattata dalla Associated Press – delle principali attiviste che avevano preso parte ai lavori di Davos, lei – unica nera – venne tagliata. La sua risposta, netta e dirompente non si fece aspettare: “Non avete solo cancellato una foto. Avete cancellato un intero continente”.

A Vanessa il Time dedicò invece una copertina e nel 2020 faceva già parte della lista a cura della BBC delle 100 donne più ispiratrici e influenti dell’anno. 

Intanto, diventava finalmente chiara l’estrema lucidità del movimento militante ambientalista africano. Un movimento che stava crescendo intorno a figure chiave, ma che coinvolge i singoli con una costanza e quotidianità che ormai rende impossibile ignorarli. Dalla loro hanno non solo la conoscenza teorica – molti provengono da studi specifici correlati alle questioni ambientali – ma anche quella dell’esperienza diretta: “Il cambiamento climatico è qualcosa di più che dati e statistiche, riguarda le persone che ne pagano le conseguenze. Proprio in questo momento”ha detto spesso Vanessa Nakate che ripete anche spesso quello che è diventato un mantra che accompagna le sue proteste: We cannot eat coal and we cannot drink oil (non possiamo mangiare carbone, non possiamo bere petrolio). Perché mentre l’Europa e tutto l’Occidente sono concentrati – e ultimamente con la guerra in Ucraina, ancora di più – su dove trovare gas e petrolio, altri cercano cibo e acqua. E non li trovano. 

Leggi anche >> Lavoro, stabilità politica, lotta all’emergenza climatica: cosa vogliono i giovani africani

È l’evidenza cruda e drammatica di quanto la questione climatica incida in modo diretto sulla vita delle persone, che rende il movimento Fridays for Future in Africa così acceso e competente. Tanto da prendere una sua specifica connotazione, il Rise up movement con le sue 1 million activists stories. I giovani africani non hanno bisogno di immaginare a quali catastrofi si può andare incontro se non si attuerà una totale inversione di rotta sul modo di affrontare la questione climatica. Lo hanno già sotto gli occhi. Nonostante l’Africa sia il continente a più basso tasso di emissioni di gas serra – si parla di circa il 7% – è quello che sta subendo il maggiore impatto del mutamento climatico. E le cose andranno solo a peggiorare se si continuerà con politiche (e investimenti) legati allo sfruttamento dei combustibili fossili e alle trivellazioni per la ricerca ed estrazione del petrolio. 

Peccato che le logiche dei leader (occidentali così come africani) vadano invece nella direzione di massicci, nuovi investimenti in questo settore. Lo rivelano documenti che il Guardian ha avuto l’opportunità di visionare e che saranno anche al centro degli incontri della COP27 in programma a novembre in Egitto. Un evento a cui i giovani attivisti africani ai stanno preparando e da cui sperano in realtà ben altro: investimenti sulle rinnovabili, un atteggiamento più realistico e meno predatorio sulle risorse naturali, la sicurezza che investimenti presenti e futuri vadano ad impattare sulle comunità locali e non a favorire e arricchire solo i paesi occidentali. Insomma, uno scontro di visioni che rende più forte, imperativo (e inascoltato) quel #PeopleNotProfit – usato dai militanti dell’ambiente – che non è solo uno slogan facile da ricordare, piuttosto un urlo disperato. Ma arrendersi non rientra nelle ipotesi. Lo sottolinea, per esempio, Guillaume Kalonji, giovane biologo e figura di spicco del movimento ambientalista nella Repubblica Democratica del Congo. Paese che ha contato in Africa il maggior numero di attivisti assassinati, secondo il rapporto 2021 di Global Witness. “Credo che a chi lotta per l’ambiente faccia molta più paura il cambiamento climatico delle minacce e degli attacchi” ci dice. “Personalmente nulla può fermarmi se non il raggiungimento della giustizia climatica per la mia Africa, per il mio Congo”. 

Tra le battaglie che hanno visto l’impegno di Kalonji c’è l’EACOP – attualmente in costruzione – noto come l’oleodotto Uganda-Tanzania. Il suo scopo è trasportare petrolio greggio dai giacimenti petroliferi dell’Uganda al porto di Tanga, in Tanzania, sull’Oceano Indiano. Una volta completato, sarà l’oleodotto riscaldato più lungo del mondo. Un accordo da 3 miliardi di dollari tra la francese Total e la cinese National Offshore Oil Corporation. Secondo gli ambientalisti africani – che intendono proseguire la battaglia legale – si tratterebbe di uno scempio che causerà disastri all’ambiente e alle popolazioni. 

Altre battaglie in corso sono quelle contro la deforestazione del bacino del Congo, che procede inesorabile e potrebbe portare alla sparizione della foresta pluviale entro il 2100. Avvertimenti che non frenano gli interessi sul territorio, persino su quello protetto, come il Parco Virunga. Recentemente il governo ha messo all’asta – ai migliori offerenti stranieri – 27 blocchi per lo sfruttamento del petrolio e 3 per l’estrazione del gas. Alcune di questi lambiscono il lussureggiante parco sede di una ricca fauna selvatica (anche protetta) e un incredibile ecosistema. “27 milioni di persone qui vivono nell’insicurezza alimentare a causa dell’impatto del cambiamento climatico sull’agricoltura, beviamo acqua contaminata, mangiamo cibo contaminato” racconta l’attivista congolese che ricorda il caso di Moanda città dove sono in corso attività della multinazionale petrolifera e del gas anglo-francese Perenco. E dove recentemente le analisi condotte da una ONG hanno permesso di rilevare un’alta concentrazione di benzene nell’organismo degli suoi abitanti. “Nella RDC stiamo già vivendo una catastrofe. Vi sarebbe bisogno di ancora più impegno da parte della società civile, ma la maggior parte della popolazione congolese è concentrata su come trovare da mangiare” chiosa il giovane attivista. 

Anche per la Nigeria, per quella parte della popolazione che non conta granché ai tavoli decisionali, il petrolio è stata una sorta di maledizione. Che ha fatto tante vittime e – senza timore di abusare del termine – qualche eroe. Ken Saro-Wiwa, scrittore, poeta, attivista e altri otto compagni di lotta, si schierarono da soli e per anni contro le attività di sfruttamento della Shell, che da decenni estrae petrolio nel territorio del Delta del Niger. Questo gruppo di giovani consapevoli si alzò a difesa dell’ambiente e del popolo Ogoni che ne stava subendo la devastazione e finirono impiccati, il 10 novembre 1995. Condannati da un tribunale militare. Con Ken ci provarono, prima di riuscirci, cinque volte, a causa del malfunzionamento di quello che divenne uno strumento di tortura. Le sue ultime parole, affidate a una breve lettera, furono: “Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra molto generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra”. Fatto è che negli anni a venire la devastazione è andata avanti. E la situazione si è cronicizzata. “In Nigeria uno dei maggiori problemi ambientali legati all’azione dell’uomo è causato dalla fuoriuscita del petrolio e dalle frequenti esplosione nel Delta del Niger” ci racconta Lovelyn Andrawus Thalkuma, giovane attivista nigeriana. Un accurato report del 2019 – che si concentra sullo stato di Bayelsa dove la Shell ha cominciato ad operare dal 1956 – scrive: “Pochi paesi sulla faccia del pianeta hanno sofferto più della Nigeria dell’inquinamento da petrolio. Nell’ultimo mezzo secolo, nel paese sono stati sversati fino a dieci milioni di barili di petrolio. Equivale a una fuoriuscita di dimensioni simili alla catastrofe della Exxon Valdez – che devastò la costa dell’Alaska – ogni singolo anno negli ultimi cinquant’anni”. Vuol dire acque e suolo inquinati per sempre, vuol dire cancellare la vita, vuol dire destinare alla morte prematura migliaia di bambini. E vuol dire destabilizzare le comunità, privarle dei tradizionali mezzi di sostentamento. “Eppure – dice Lovelyn – nella mia esperienza direi che occorrerebbe ancora maggiore allerta e azione da parte dei giovani, non sempre consapevoli dei danni all’ambiente nel nostro paese. E comunque la risposta del governo verso chi protesta è spesso aggressiva”.

Leggi anche >> La siccità e l’espropriazione delle terre in Africa

La questione climatica può generare grande stress soprattutto in quelle popolazioni e famiglie il cui degrado ambientale incide sulla sopravvivenza stessa. E così, sempre in Nigeria, è nato il progetto Eco-anxiety in Africa con lo scopo di capire e condividere le esperienze emotive degli africani legate alle crisi ambientali. A lanciare l’iniziativa l’attivista Jennifer Uchendu. Del resto l’uso dei social aiuta questi ragazzi a stare in contatto con il resto del mondo, a condividere esperienze e campagne. Il tanzaniano Basat Ghaamid Abdul, vice presidente di Earthday per l’Africa sub-sahariana, ha usato per esempio YouTube per parlare del tema della desertificazione. Video con cui ha vinto il premio dell’UNCCD – Convenzione delle Nazioni Unite per combattere la desertificazione. Giustizia climatica è il concetto che viene costantemente ripetuto dai giovani attivisti per l’ambiente in Africa. Perché di questo si tratta: creare le condizioni per cui a pagare non siano sempre e ancora le popolazioni, i territori e le categorie più deboli. Dove la lotta è anche lotta intersezionale e dove la questione di genere erompe in modo chiaro. In Africa più che altrove sono le donne a portare il peso delle conseguenze derivate dalla crisi climatica. Lo sapeva Wangari Maathai – prima donna africana a vincere il premio Nobel per la Pace nel 2004 – che coinvolse sempre le donne nell’attività politica, sociale e ambientale. Fu con loro che creò il Green Belt Movement, che ad oggi ha piantato 51 milioni di alberi in Kenya. La motivazione del Nobel citava il suo “contributo allo sviluppo sostenibile, alla democrazia e alla pace” perché è proprio così: non si può sperare nella convivenza pacifica laddove non ci sia ripartizione di risorse e laddove lo sfruttamento del territorio vada a discapito delle comunità locali e dei territori. 

Maathai ha passato il testimone a tantissimi giovani e sono molti quelli che frequentano i corsi dell’Istituto per la Pace e gli Studi sull’Ambiente a lei dedicato. Tra coloro che hanno seguito le orme della Maathai, le Spice Warriors guidate – ovviamente – da una ragazza, Faith Kilonzo. Impossibile citare tutte i giovani africani che hanno deciso di impegnarsi attivamente sui loro territori. Lo scorso anno è stato  pubblicato un elenco di 100 leader da 23 paesi africani, il primo del genere. Un lavoro in collaborazione tra Africa Alliance of YMCAs, World Organization of the Scout Movement, African Wildlife Foundation e WWF. Ad entrare nell’elenco quei giovani che stanno mettendo in atto azioni concrete e impattanti nelle loro comunità. Non solo hanno creato organizzazioni e gruppi dal nulla, ma agiscono in vari campi: dalle attività nelle scuole all’installazione di pannelli solari, dalla creazione di piccole imprese eco-friendly che hanno anche creato posti di lavoro, ad attività di advocacy. Un modo per dare visibilità , ma anche sostegno a questi giovani guerrieri dell’ambiente. Per loro, infatti, la possibilità di partecipare a corsi, seminari, incontri di approfondimento sulle tematiche ambientali. 

Non è tutto lì, ovviamente. Non c’è tutto, non ci sono tutti in quell’elenco. Non c’è quella base fatta di quei ragazzi che si stanno dedicando lontano dai riflettori, che in questi anni hanno affollato le strade con i loro cartelli e striscioni e che stanno programmando gli eventi legati al 23 settembre, sciopero dell’ambiente dei Fridays for future. Alcune organizzazioni hanno già comunicato luoghi e iniziative, altri si stanno consultando. Anche questo è un aspetto interessante dei giovani ambientalisti africani: condividere con i loro “colleghi” del resto del mondo e confrontarsi a livello interno. Recentemente l’Assemblea generale dell’ONU ha dichiarato che vivere in un ambiente sano e pulito è un diritto dell’uomo al pari degli altri. Dovere degli Stati sarebbe quello di garantire – e nei fatti – tale diritto. Dopotutto, come ci ha detto il giovane attivista ugandese, Edwin Namakanga: “non possiamo realizzare i nostri sogni su un pianeta morto”.

Immagine in anteprima via riseupmovement

Articolo proveniente da Valigia Blu