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Povero Sud, non ci sono più neanche i meridionalisti

DiRed Viper News Manager

Giu 23, 2022

Se si legge l’intervento del Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, svolto lunedì per l’apertura del convegno sul Mezzogiorno organizzato dalla stessa Banca e al quale ha preso parte anche la Ministra Mara Carfagna, si potrebbe immaginare che esso sia stato sviluppato in qualsiasi anno dell’iniziale ventennio del Duemila (e anche prima), a dimostrazione dell’annosità dei problemi denunciati e dei perduranti ritardi dell’economia meridionale (ma non solo) confinanti con l’immobilismo che poi conduce ad arretramenti. Allora, “nihil sub sole novi”? Soltanto la citazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e della guerra in Ucraina riporta alla realtà di questi mesi. Visco ha esordito sottolineando la gravità, appunto, del ritardo dello sviluppo del Mezzogiorno da cui conseguono profonde disuguaglianze economiche e sociali, nonché il freno della crescita dell’intera economia nazionale.

Non viene detto, forse per il timore di ripetere quello che a volte è apparso uno slogan: il Mezzogiorno, soprattutto nei meridionalisti di un tempo, come “quistione meridionale”, oggi come vera e propria irrisolta “questione nazionale”. Con la differenza che sembra essersi infragilita la schiera dei meridionalisti anche in una versione aggiornata, probabilmente pure perché, per alcuni di coloro che mirano innanzitutto alla visibilità sui mass-media, il contesto appare poco favorevole, ma anche per la necessità di elaborare una posizione che tenga conto pure dell’integrazione comunitaria. Certo è che non ci sono oggi gli eredi di Gramsci, Salvemini, Fortunato, Dorso, Menichella, Saraceno, per citare alcuni tra i maggiori esponenti nazionali della linea meridionalista, con le differenze nelle rispettive posizioni. Neppure sono prodotte nel dibattito proposte dirompenti quale quella di una nota economista inglese, Vera Lutz, la quale negli anni sessanta del Novecento sosteneva la necessità, per risolvere i problemi del Mezzogiorno, che fosse incentivata una forte emigrazione al Nord, in particolare dei lavoratori impiegati nell’agricoltura: un movimento che effettivamente in quegli anni si verificava con i vantaggi, ma anche con le sue dure conseguenze sociali diffusamente note.

Del resto, negli iniziali anni cinquanta un leader politico della statura di Alcide De Gasperi sosteneva – e ne diede un’esposizione in un famoso comizio ad Avellino – che era bene che i giovani del Sud imparassero le lingue ed emigrassero all’estero. Verso la fine degli anni novanta, anche per corrispondere a spinte elettoralistiche, nel dibattito pubblico entrò quella che, in contrapposizione alla meridionale, venne definita la “ questione settentrionale”, connessa con il pagamento delle imposte e i benefici che ne ricevono al Nord. Su questa base si costruì l’integrazione del famoso Titolo quinto della Costituzione ora oggetto di critiche da diversi versanti. Per tornare a Visco, già nel decennio che ha preceduto la pandemia – ha poi detto il Governatore – il peso economico del Mezzogiorno si era ulteriormente ridotto. Vi hanno concorso e vi concorrono la fragilità del settore privato, la contrazione della popolazione con quella attesa ancor più rilevante, i tassi di partecipazione al mercato del lavoro tra i più bassi nel confronto internazionale, la debolezza del settore produttivo, soprattutto la diffusione dei fenomeni dell’illegalità, in particolare della criminalità delle mafie, della corruzione, dell’evasione fiscale.

Dall’elencazione di queste ed altre cause dei ritardi Visco trae la necessità del miglioramento delle politiche pubbliche, dell’importanza degli investimenti nella conoscenza, del rafforzamento del sistema imprenditoriale, della rilevanza delle classi dirigenti del Sud e degli stessi cittadini. Vanno aggrediti i nodi strutturali che gravano sul Mezzogiorno. Centrale è la funzione che avrà l’attuazione del Pnrr, insieme con altri programmi e con l’apporto del bilancio pubblico, per le riforme che sono previste e per le risorse ingenti stanziate per il prossimo decennio. A questo punto ci si deve chiedere: ci risentiremo tra qualche anno per una quasi simile analisi dei ritardi, secondo il “cronoprogramma” sinora nei fatti applicato? Non sarebbe opportuno, d’ora innanzi, che disamine della specie fossero fondate sulla spiegazione disaggregata e in dettaglio delle ragioni del mancato raggiungimento degli obiettivi e sui modi ugualmente particolareggiati per superare i ritardi? E si può parlare del Mezzogiorno senza dedicare neppure una parola al ruolo del settore bancario e finanziario, al limite anche per escludere ( ma qui non riteniamo affatto fondata una tale esclusione) una sua rilevanza Non appare, tale mancanza, quella classica del “convitato di pietra”?

Il Governatore, poi, nel parlare delle politiche pubbliche, introduce il concetto di “Stato minimo”, quindi quello di “ Stato complementare”. In effetti l’evocazione dello “ Stato minimo” – oggetto di ampie analisi nella filosofia, nel diritto, nella sociologia – dello Stato come “ guardiano notturno” è proprio quella di una configurazione non necessaria per il Sud o quanto meno tale da generare confusione. Altra cosa è affrontare i temi della sicurezza, dell’amministrazione pubblica, della giustizia., delle infrastrutture. In ogni caso, sarebbe auspicabile che sull’intervento di Visco e sulla ricerca dell’Istituto, nella circostanza presentata, si sviluppasse un fecondo dibattito che coinvolga anche settori dell’opinione pubblica oltre ai partiti, alle organizzazioni sociali, ai necessari saperi e specialismi.

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