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Cassazione, si chiude l’era Salvi: Salvato e Riello in lizza per la successione

DiRed Viper News Manager

Giu 23, 2022

Il Plenum del Consiglio superiore nominerà oggi pomeriggio il nuovo procuratore generale della Cassazione. Finisce, dunque, l’era di Giovanni Salvi che lascerà ufficialmente l’incarico per raggiunti limiti anagrafici la prima settimana di luglio. Il pm più ‘importante’ d’Italia verrà votato, come da prassi quando si tratta di scegliere uno dei due capi di Corte, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Gli aspiranti sono Luigi Riello, procuratore generale a Napoli, e Luigi Salvato, procuratore generale aggiunto in Cassazione. In Commissione per gli incarichi direttivi i due magistrati hanno preso gli stessi voti. I rumors dell’ultima ora danno però in vantaggio Salvato.

In magistratura dal 1980, quest’ultimo ha svolto funzioni giudicanti di merito (civili e penali), di magistrato addetto all’Ufficio studi del Csm, e presso la Corte di cassazione, prima come addetto al Massimario, poi quale consigliere, e successivamente come sostituto pg. La toga, originaria della provincia di Napoli, ha ricoperto anche l’incarico di assistente di studio alla Corte costituzionale. Non sarà facile il compito che attende il nuovo pg, colui che ha in mano, insieme al ministro della Giustizia, il potere disciplinare, potendo decidere del destino delle altre toghe. Salvi era stato nominato all’indomani dello scoppio del Palamaragate e delle dimissioni a luglio del 2019 di Riccardo Fuzio, indagato dalla procura di Perugia per rivelazione di segreto d’ufficio: secondo l’accusa avrebbe riferito dettagli a Palamara sull’inchiesta che lo riguardava per corruzione.

Fino al 2019 procuratore generale di Roma, Salvi aveva ricevuto 12 voti ed aveva battuto Riello e l’avvocato generale della Cassazione, Marcello Matera. Era stata la prima volta che il Csm non aveva scelto una soluzione interna per il vertice della procura generale della Cassazione, anche se Salvi vi aveva lavorato per 4 anni, dal 2007 al 2011, con le funzioni di sostituto pg. A favore di Salvi votarono i togati progressisti Area, i davighiani di Autonomia&indipendenza e i laici del M5s. Per Riello tutto il gruppo di Magistratura indipendente e il laico di Forza Italia Michele Cerabona. Cinque gli astenuti: il vice presidente David Ermini, il primo presidente della Cassazione Giovanni Mammone, i laici della Lega Stefano Cavanna ed Emanuele Basile e il laico di Forza Italia Alessio Lanzi. “Colgo questa occasione così importante del Csm, per ribadire l’esigenza da tante parti sottolineata che il Consiglio ha oggi più che mai e come sempre la necessità di dover assicurare all’ordine giudiziario e alla Repubblica che le sue nomine siano guidate soltanto da indiscutibili criteri attinenti alle capacità professionali dei candidati”, disse Mattarella subito dopo l’elezione di Salvi.

Nato a Lecce, Salvi era arrivato alla Procura di Roma nel 1984 per rimanerci 20 anni. In quel periodo si era occupato di indagini sulla strage di Ustica, sugli omicidi di Mino Pecorelli e Roberto Calvi e di inchieste sui Nar e le Br. Nel 2002 venne eletto al Csm nella lista di Magistratura democratica, la corrente di sinistra delle toghe. A Roma era poi tornato da procuratore generale nel 2015, nominato all’unanimità dal Csm. Quattro anni prima, invece, era passata per un voto la sua nomina a procuratore di Catania. Da quell’ufficio, che ha guidato dal 2011 al 2015, aveva coordinato numerose inchieste sul traffico dei migranti e sulla mafia. Indagini che, con la collaborazione dei capi di Cosa Nostra catanese, consentirono di individuare i responsabili dell’omicidio di Luigi Lardo.

Salvi è stato anche vicepresidente dell’Associazione nazionale magistrati negli anni dello scontro tra le toghe e il governo Berlusconi. Ma a parte le indubbie doti professionali, Salvi verrà sempre ricordato per la criticatissima circolare che escludeva dalla scure disciplinare i magistrati che chattavano con Palamara per chiedere una nomina o un incarico. “L’attività di autopromozione – scrisse Salvi – effettuata direttamente dall’aspirante, anche se petulante, ma senza la denigrazione dei concorrenti o la prospettazione di vantaggi elettorali, non può essere considerata in violazione di precetti disciplinari”. Il motivo, sempre secondo Salvi, sarebbe stato dovuto al fatto che l’attività di self marketing “non essendo ‘gravemente scorretta’ nei confronti di altri è in sé inidonea a condizionare l’esercizio delle prerogative consiliari”. Nessuna punizione, quindi, per il magistrato “petulante” a caccia di raccomandazioni. Anzi, un bel colpo di spugna su un malcostume per raccontato nel libro Il Sistema di Palamara e Alessandro Sallusti.

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