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Detenuto morto in carcere, due agenti indagati per “l’omicidio” di Vittorio: aveva pochi mesi da scontare

DiRed Viper News Manager

Mag 14, 2022

Le notizie che arrivano da Salerno, dopo la morte, l’altro giorno, di un detenuto nel carcere di Fuorni, sono un’ennesima testimonianza di quanto a rischio sia la tenuta del sistema penitenziario e di quanto complicato e inumano sia viverlo. Questo vale sia per i detenuti sia per chi in carcere ci lavora. Vittorio, detenuto con problemi di salute mentale, è morto tre giorni fa stroncato da un malore per il quale non è servito nemmeno il tentativo del 118 di rianimarlo e portarlo in ospedale. Due agenti della polizia penitenziaria, gli ultimi ad avere avuto contatto con lui, sono ora iscritti nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio preterintenzionale. Da qualunque prospettiva la si guardi, questa storia testimonia le criticità di un sistema che non funziona come dovrebbe, in cui i cortocircuiti sono frequenti e spesso drammatici.

Ancora un morto in cella, ancora agenti indagati. Di nuovo un’indagine della Procura a puntare la lente su quello che accade nei padiglioni, nelle celle, nel vecchio e inadeguato sistema penitenziario. Di nuovo dubbi e domande su questo sistema in rovina. Un anno fa parlavamo di Santa Maria Capua Vetere, della mattanza di Stato, dei pestaggi organizzati da una squadra di cento agenti contro un centinaio di detenuti. Adesso parliamo di un detenuto poco più che trentenne morto a causa di un malore dopo una colluttazione con due agenti della penitenziaria. Secondo gli agenti, si sarebbe trattato invece di “un’azione di contenimento” come risposta all’aggressione da parte del detenuto. Una versione che al momento non è stata sufficiente a far chiudere il caso. Anzi.

La Procura di Salerno ha deciso di aprire un’inchiesta e indagare sulla dinamica dei fatti. La versione degli agenti è al vaglio e sarà confrontata con le varie testimonianze che nel frattempo si stanno raccogliendo. Bisognerà aspettare innanzitutto i risultati dell’autopsia sul cadavere del povero detenuto: questo esame, previsto per lunedì, darà dettagli sulle cause della morte utili poi per ricostruirne le circostanze. È il primo step dell’inchiesta, poi ci saranno l’esame delle testimonianze e l’analisi dei filmati ripresi dalle telecamere di videosorveglianza. Non si sa quanti e quali scene della colluttazione tra Vittorio e gli agenti siano state catturate dagli occhi elettronici presenti all’interno del carcere. I due agenti della polizia penitenziaria risultano indagati per omicidio preterintenzionale: sono stati gli ultimi a vedere in vita Vittorio, gli ultimi ad avere un contatto con lui. Gli altri dettagli sono nodi da sciogliere. Mentre sullo sfondo iniziano a delinearsi episodi e circostanze che hanno segnato gli ultimi giorni e le ultime ore di vita in cella di Vittorio. Classe 1986, nato ad Aversa, Vittorio aveva solo pochi mesi da scontare, a ottobre sarebbe uscito di prigione.

Cosa ci faceva in cella Viene da chiederselo visto che è emerso che era un detenuto fragile, con problemi psichiatrici. Una situazione che aggrava una piaga del sistema penitenziario. E che sommata alle carenze di professionalità adeguatamente formate all’interno degli istituti di pena diventa un male incurabile. Due giorni prima di morire Vittorio aveva rifiutato il colloquio con il suo avvocato che era andato in carcere a incontrarlo. «Perché era nella sesta sezione? Aveva o no provvedimenti di grande o grandissima sorveglianza come previsto?» sono le domande che si pone adesso anche il Sappe, sindacato della penitenziaria, scendendo in difesa degli agenti indagati. «I nostri colleghi vivranno le pene dell’inferno, ma ci domandiamo se si parla di detenuto psichiatrico perché era dimesso dall’articolazione mentale?». Le stesse domande le poneva il garante regionale Ciambriello già immediatamente dopo la notizia del decesso del detenuto. Ma in quel caso erano in ballo solo i diritti di un detenuto e nessun sindacato si era schierato a sostenerle.

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