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Non solo un pasto caldo: per i rifugiati c’è un giudice a Coblenza

Rene Bahr and Patrick Kroker (R), lawyers of co-plaintiffs, give a press statement following the verdict in the trial of former Syrian intelligence officer Anwar Raslan outside the Higher Regional Court in Koblenz, western Germany, on January 13, 2022 where Raslan was sentenced to life in jail for crimes against humanity in the first global trial over state-sponsored torture in Syria. - Anwar Raslan, 58, was found guilty of overseeing the murder of 27 people at the Al-Khatib detention centre in Damascus, also known as

L’assistenza ai rifugiati politici non è solo una coperta e un pasto caldo, è anche giustizia e rigore contro chi li ha torturati, ha strappato la dignità delle vittime e ha ucciso decine di uomini e donne in nome dell’ordine costituito. A Coblenza, alla confluenza del Reno con la Mosella, giovedì il tribunale di primo grado ha condannato all’ergastolo il colonnello dei servizi segreti siriani Anwar Raslan per almeno ventisette omicidi, torture e violenze nella prigione di Al-Khatib a Damasco.

Si è concluso così il processo avviato su denuncia di una delle sue vittime, rifugiata come il carnefice in Germania. Raslan è stato identificato grazie a numerose testimonianze, arrestato e processato sulla base della giurisdizione universale. I tribunali tedeschi hanno competenza a giudicare i crimini contro l’umanità anche se commessi all’estero. Le accuse erano pesanti, le prove schiaccianti, la sentenza ha accolto in pieno la ricostruzione e le richieste della pubblica accusa. Salvo una revisione in appello, il colonnello Raslan finirà i suoi giorni in carcere. A nulla è valsa la sua asserita, successiva, dissociazione dall’apparato di potere siriano: il ripensamento lo avrebbe indotto a fuggire in Germania al pari di alcune vittime.

La condanna penale del colonnello è la condanna politica dei servizi e dei vertici siriani. I loro metodi sono stati svelati in un’aula di tribunale come uno sfregio vergognoso alla dignità umana, non c’è ragion di Stato che possa essere invocata per giustificarli o attenuarne la gravità. A Berlino qualcuno avrà pure valutato le implicazioni politiche del processo e della decisione dei giudici. Come sempre, il realismo spinge a considerare sensibilità, equilibri, contraccolpi in un quadrante instabile e minaccioso come la Siria, al suo undicesimo anno di guerra intestina.

In Germania i siriani sono arrivati in molti, non tutti oppositori di Bashar al-Assad, non deve essere difficile infiltrarsi tra loro, imbastire provocazioni, infiammare gli animi. Si può immaginare la tentazione del quieto vivere, del non immischiarsi in affari altrui, evitando rischi e responsabilità. Basta archiviare senza clamore torture e violenze, come effetti collaterali inevitabili a quelle latitudini. Invece il meccanismo dell’indifferenza e dell’omertà non è scattato davanti a giudici che non hanno avuto paura di giudicare e sono stati liberi di farlo.

Si riscopre la forza della legge con l’imperativo di tutelare diritti fondamentali e con il doveroso tributo della giustizia alla democrazia. Lo strumento è semplice, la giurisdizione universale per i crimini contro l’umanità, la facoltà degli Stati di perseguire i responsabili dei delitti più odiosi indipendentemente dal luogo nel quale quei crimini sono stati perpetrati. Meno scontata potrebbe essere la volontà politica di servirsi di una lama affilata come la giurisdizione erga omnes, è necessario tenere sotto controllo le ragioni di opportunità o di interesse che possono essere di ostacolo. In ogni caso il processo di Coblenza dimostra che l’aspirazione alla giustizia può prevalere senza strappi sul resto e che una democrazia in cui la divisione dei poteri funzioni sul serio non è una figurina del libro delle favole, ma si può invece toccare con mano.

Su questo i tedeschi hanno una sensibilità particolare che viene da lontano. Il caso Raslan presenta modalità nuove, ma anche altre vicende recenti si sono svolte su linee analoghe. Da ultimo, per l’omicidio al Tiergarten di un rifugiato ceceno da parte di un sicario russo arruolato dai servizi di Mosca, l’imbarazzo di chiamare in causa gli apparati di sicurezza di un Paese come la Russia non ha impedito di arrestare, processare e condannare l’imputato, anche se l’epilogo ha poi condotto alla prevista rappresaglia diplomatica russa. Il governo tedesco ne avrebbe volentieri fatto a meno, tuttavia l’azione della giustizia ha seguito il suo corso fino in fondo, senza gravi scosse.

E’ la conferma che nell’Europa delle libertà e dei diritti chiudere gli occhi di fronte a crimini efferati non è un’opzione raccomandabile per uno Stato consapevole dei suoi doveri: anche per fatti avvenuti fuori dai propri confini, anche nei confronti di cittadini stranieri. Il caso Raslan è da ricordare. 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia