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Sorteggio per il Csm, perché non va bene in questa crisi morale

DiRed Viper News Manager

Gen 14, 2022

Una società di eguali. Il mito per cui “uno vale uno” e ciascuno è meritevole di accedere al governo degli altri perché chi regge le sorti è uno di loro e resta uno tra loro. Se la magistratura italiana fosse la Città del sole di Tommaso Campanella in cui «Le leggi son pochissime, tutte scritte in una tavola di rame alla porta del tempio, cioè nelle colonne, nelle quali ci sono scritte tutte le quiddità delle cose in breve», allora il sorteggio non solo sarebbe opportuno, ma dovrebbe apparire finanche necessario.

L’unica forma tollerabile di selezione dei reggitori dell’autogoverno, chiamati a un compito persino banale per chi è destinato dalla legge a giudicare la sorte degli uomini, a decidere delle loro vite, dei loro patrimoni, delle loro famiglie, delle loro libertà. La domanda è lecita: se ogni magistrato può svolgere un compito così elevato e complesso che traguarda tutta la società, com’è possibile che ciascuno di essi – tutti, uno per uno – non possano decidere dei propri pari e si debba ricorrere al più imperfetto dei sistemi, quello dell’elezione. Il sistema elettivo così impudicamente ingiusto, così condizionato da cordate, clientele, simpatie, antagonismi, così macchiato di soggettività, di ambizioni, di rancori. Il modo più facile per dare spazio a sentimenti e convinzioni che, talvolta, poco hanno a che fare con la dedizione, la dirittura, l’imparzialità.

Si sostiene, in perfetta buona fede, che il sorteggio sarebbe l’unico modo con cui si possa davvero portare alla sbarra “il Sistema” descritto in quei due torbidi anni; in questa eclisse etica in cui clan, gruppuscoli, addirittura logge hanno dato la sensazione di aver contaminato la magistratura italiana. Certo il caso, il bussolotto spiazzerebbe le correnti delle toghe, romperebbe gli schemi, frantumerebbe le ambizioni. Ma alla sua radice ha una concezione della magistratura italiana, elitaria, immacolata, superiore. In filigrana il sorteggio è la riaffermazione di una supremazia etica (e anche giuridica) che si rivolge ai componenti di una corporazione di catari, di puri, ai cittadini di una polis ideale non contaminata dal mondo e dalle sue miserie.

Una città che, però, non esiste. Un mondo tutt’altro che perfetto e che tutti i giorni disvela la propria caducità, talvolta finanche la propria miseria e che il sorteggio, di un colpo, gratificherebbe di una purificazione politica e morale che, probabilmente, non merita. I gruppi associativi che compongono la magistratura italiana – se sono loro i veri responsabili dell’abisso descritto dal Presidente Mattarella a lettere di fuoco nel discorso alla Scuola delle toghe di Scandicci – hanno il dovere di competere per il consenso, di scegliere candidati appropriati e di guerreggiare anche aspramente per la composizione del prossimo Consiglio superiore della magistratura.

E’ vero occorre una nuova legge elettorale che, ormai, vedrà la luce quasi a ridosso della convocazione dei comizi per la scelta dei nuovi consiglieri di Palazzo dei Marescialli. Ma il sorteggio è un’illusione, l’estremo tentativo di un maquillage estetico per nascondere le ferite del corpo dolente e piagato della magistratura italiana. L’agone delle elezioni resta il migliore dei mondi possibili, quando gli eguali non sono più tali.

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