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Chi era Nicola Chiaromonte, un incompreso di sinistra tra socialismo e libertà

DiRed Viper News Manager

Gen 14, 2022

Nicola Chiaromonte, lucano di Rapolla (vi era nato il 12 luglio 1905), è stato un intellettuale atipico, non facilmente classificabile. Eppure chiaro, cristallino, conseguente nel suo ragionare. E nella sua concezione del mondo e della vita, tempratasi fra gli eventi tragici di un secolo che lo avevano visto prima fuggire dall’Italia verso la Francia (1935) e poi dall’Europa verso l’America (1942).

E all’estero Chiaromonte, oltre a intrecciare relazioni con intellettuali di peso come Albert Camus o Hannah Arendt, ha conosciuto una fortuna che non si può dire abbia avuto in Patria, ove, col fascismo ma anche dopo, hanno avuto predominio ideologie forti, chiuse, spesso faziose e dogmatiche. Che poco avevano a che fare col suo razionalismo scettico e con il suo innato senso di “Giustizia e libertà”, i due ideali a cui faceva riferimento la formazione antifascista di Carlo Rosselli in cui militò, pur fra mille attriti ideologici e anche personali, legandosi soprattutto a un altro irregolare, il libertario Andrea Caffi, che considerò sempre il suo maestro. Era perciò doveroso che a Chiaromonte, alla sua statura umana e intellettuale, fosse finalmente dato riconoscimento con la ristampa, a cinquant’anni della morte (avvenuta a Roma il 18 gennaio 1972), delle sue opere in un magnifico Meridiano Mondadori curato da Raffaele Manica (pagine 1984, euro 80). Opere che sono per lo più raccolte di scritti o saggi su eventi politici, civili, di attualità culturale (Chiaromonte fu anche un fine critico teatrale). E che spesso si trovano infarcite di riflessioni filosofiche profonde, con una cifra che è sempre nobilmente “moralistica”, volta a difendere il singolo dai poteri grandi e piccoli che incontra nel suo cammino e dalle idee che tendono a farsi dogmatiche, assolute, e quindi pericolose.

Ed è in quest’ottica che si inserisce il suo socialismo umanistico e umanitario, libertario, molto simile ma non uguale a quello dell’amico Ignazio Silone, con il quale Chiaromonte dette vita, ritornato in Italia, a una delle più belle e ben fatte, e sicuramente la più internazionale, fra le riviste del secondo dopoguerra: Tempi presenti. Per Chiaromonte, in cui è pure forte l’impronta esistenzialistica, l’uomo non può vivere senza una fede. Se la fede nella Storia ha segnato l’uomo moderno, quella fede è miseramente crollata nel 1914, con lo scoppio della prima guerra mondiale. Non ci rimane allora che la ragione, ma quella di Chiaromonte è una ragione fondata anch’essa su di una fede e per questo non coincidente affatto con quella degli scienziati. «Se vuol mantenersi nei limiti della ragione e non sconfinare nel dogmatismo, nel fanatismo o nella pazzia, il razionalista – scrive in quel piccolo gioiello che è Credere e non credere (1971) – deve riconoscere che la sua certezza è da ultimo fondata sulla credenza». In effetti, la stessa “anima dell’impresa scientifica” è «messa in dubbio da tutto ciò che nel mondo non può essere espresso in termini di obbiettività misurabile, e non per questo è meno reale. Vale a dire una credenza».

Ciò che allontanava Chiaromonte, che era uomo di sinistra, dal comunismo e da certo socialismo, che pure avevano preso in carico (almeno in punta di teoria) le sofferenze dei deboli e degli oppressi, era la convinzione che ci si salva uno alla volta, non collettivamente. L’uomo però vive in una società, e “la verità della vita” consiste in null’altro che in quell’abbandono «all’immediatezza dei sentimenti da cui scaturisce quel tanto di felicità che la vita stessa può dare». Di qui la capacità che ha la grande letteratura di capire più a fondo della stessa filosofia quel nucleo esistenziale originario, con le sue mille torsioni e sfaccettature, che ci costituisce a accompagna. I nomi di Malraux, Pasternak, Tolstoj, degli stessi Camus e Silone, si rincorrono in queste pagine, copratogonisti di un romanzo di vita di cui Chiaromonte è al centro. In lui c’è sempre forte anche la consapevolezza della fitta rete di finzioni sociali in cui siamo avvolti.

Il nostro è Il tempo della malafede, come è intitolato un altro dei più noti saggi di Chiaromonte ora antologizzati. La malafede è qualcosa di più della menzogna ma anche qualcosa di meno: essa ci impone un continuo esame autocritico oltre che critico. Non c’è dubbio che un irrefrenabile bisogno di autenticità, forse irraggiungibile, pervada tutta l’opera di Chiaromonte. Una ricerca ossessiva della verità, ma anche la tragica consapevolezza che di troppa Verità si può anche morire. Anche e soprattutto in politica.

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