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Andrea Zanzotto, sciamano e poeta che voleva far esistere il mondo

DiRed Viper News Manager

Gen 14, 2022

Andrea Zanzotto – di cui nel 2021 si è celebrato il centenario della nascita – è stato il più grande poeta sperimentale della seconda metà del ‘900 (gli si potrebbe accostare solo Amelia Rosselli), e lo è stato non sulla base di una ideologia, di una poetica aprioristica – di qui la violenta polemica con il Gruppo 63 – ma quasi naturalmente, come espressione di un modo di essere, come ricerca di una postura che metta insieme nevrosi della frammentazione e straziante ricerca di totalità, spaesamento del soggetto e tensione verso un “nuovo umanesimo” (che Zanzotto associava all’amato Montale).

Come dice in uno dei suoi componimenti più noti, “Al mondo”, il poeta tenta di far esistere il mondo (sempre sul punto di dissolversi), anche solo per poterlo rappresentare, per trovarne analogie e corrispondenze che – al modo di Baudelaire – sappiano ordinarlo. Andrea Cortellessa – in Il canto nella terra (Laterza) – si avventura in una perigliosa esplorazione del continente Zanzotto, frastagliato, a prevalenza vulcanica, spesso insondabile. Per affrontarne la testa di Medusa del significato, oltre la infinita catena dei significanti, ha dovuto usare lo scudo di una scrittura critica che alterna vigile distacco e partecipazione personale, empatia disarmata e equanimità dello scrutinio. Il valore del saggio consiste in questo corpo a corpo sfibrante, in questa piena accettazione del rischio (si tratta del saggio più personale di Cortellessa): a occuparsi di Zanzotto si rischia, letteralmente, l’afasia critica, il girare a vuoto – solo in orizzontale – stregati dalla sua musica atonale.

Ed è anzitutto suggestivo l’incipit, quella sapiente, ansiosa drammaturgia saggistica in cui l’autore svela il suo movente, uno scambio con “l’illustre psicanalista”, l’ossessione di vedere «cosa ci sia davvero dietro Zanzotto», il quale è sia il geologo che la roccia (Parise), mentre la sua opera è «l’acqua che scaturisce dal sottofondo della coscienza e della natura stessa» (Montale). Un saggio-conversazione tutto orchestrato planando su quel «sottofondo» – che «è pur nostro», che a tutti noi appartiene -, benché si tratti di conversazione irta di note e incisi, ripiena di citazioni (dall’intero sapere universale), intercalata da un tic accademico verso cui ho una personale idiosincrasia («all’altezza di…»). Nel vortice dei richiami mi pare solo un po’ incongruo quello di Ernst Bloch: non perché Zanzotto non lo tenga in alta considerazione, ma davvero quella enfasi blochiana sui raggi ultravioletti del futuro (che, chissà perché, dovrebbe essere meglio del presente!) è in assoluto contrasto con «l’escatologia del quotidiano» del poeta di Pieve di Sòligo. Non però un saggio culturalistico o riservato ai soli studiosi. Provo ora a evidenziarne gli aspetti illuminanti e alcune zone per me più problematiche.

Molte pagine del saggio sono dedicate – con assoluto dominio sui testi teorici – alla questione del rapporto tra significato e significante, quasi una estenuata quaestio medievale, un papocchio di cui non si riesce davvero a venire a capo (a tratti mi ricorda la relazione struttura-sovrastruttura nella scolastica marxista). Lacan afferma il primato del significante, per il solo fatto che viene prima, che non si esaurisce mai del tutto in un significato solo: il significato si limiterebbe, lungo una inesauribile sequenza metonimica, a «scivolare sotto il significante» (una frase lacaniana seduttivamente tartufesca, avrebbe commentato Garboli). Non entro nel merito della disputa, limitandomi a ripetere, con Eliot, che in poesia non si dà musica senza significato.

Leggete il XXXIII del Paradiso, che ogni volta fa vacillare il mio ateismo, a un giapponese ignaro della nostra lingua: dopo lo stupore davanti alle prime rime gli suonerà come una cantilena insopportabile. D’altra parte lo stesso Cortellessa parla, a proposito della Beltà, di un’esplosione dell’ ampolla del Senso (citando però Zabriskie point, forse il film più “esteriore” di Antonioni) e quando legge i versi «(…) /ricche d’infinito le colline dove / cercavo te sbavavo scalciavo / (…)» chiosa che si tratta della più bella poesia d’amore e certo non della più bella prestazione del significante. Balbettii, pseudoetimologie, falsi e veri inceppamenti, accostamenti fonici, uso del petèl (linguaggio infantile), scialo di suffissi e prefissi, etc. sono tutto, in Zanzotto, fuorché meri giochi linguistico-retorici. Piuttosto strategie sciamaniche per far affiorare il significato, che si può solo evocare, o approssimare per contagio, e mai enunciare direttamente. Se eliminiamo qualsiasi riferimento al significato allora non distingueremmo più Zanzotto dai suoi velleitari epigoni, e in generale la bella poesia dalla brutta poesia. Nelle vibrazioni foniche di Zanzotto si percepisce sempre la vibrazione di una verità che “geme a se stessa” (in Vocativo).

Efficaci – e assolutamente originali – le pagine di Cortellessa in difesa del manierismo (e il parallelo con Landolfi), che – mi pare – vanno tutte in questa stessa direzione, di un incremento conoscitivo, sia pure entro una modalità tragica. Particolarmente felice poi il capitolo sulla biografia di Zanzotto, gli eventi della sua esistenza intrecciati con il training poetico. Apprendiamo della sua insegnante che leggendo, con una punta di orgoglio, le poesie dell’ex alunno se ne ritrae per la loro incomprensibilità. Il poeta le replica che non prova alcun piacere nell’essere oscuro e la invita a trovare una “comprensibilità” nel ritmo oltre che nei contenuti. Ecco il punto. La mia impressione è che al di là delle diverse linee della nostra poesia novecentesca (postsimbolisti vs antinovecentisti, transitività vs intransitività, etc. ) conta solo il risultato: whatever works. Si apra in qualsiasi punto la Beltà (1968) che giustamente Cortellessa definisce libro meraviglioso ed estremo (tralascio per ragioni di spazio le altre opere zanzottiane, da Vocativo a Gli sguardi i fatti e sehnal – sull’allunaggio – a Galateo in bosco, Fosfeni…): la sua poesia, intensa e spettacolare, trasparente e labirintica, altissima e rasoterra, iper-espressiva e prossima al silenzio, ludica e tragica, sempre accresce – leopardianamente – la vitalità del lettore (come potrebbe fare, nel jazz, Ornette Coleman).

Cosa che avviene assai rado con le poesie dei Novissimi. Perché la sua radice – “dietro Zanzotto” – è un trauma (Agosti), qualcosa di esterno alla letteratura stessa, di non del tutto formalizzabile (il limite della poesia!) e di cui tutti facciamo esperienza: un amore non corrisposto, una totalità infranta, un paesaggio perduto, una preghiera laica senza destinatario, una dialettica senza sintesi. Se però si dice, come fa Cortellessa, che il mondo –- nella poesia già citata – è solo il filo di seta del baco dell’io, allora tutto diventa solo Immaginario (troppo liberamente manipolabile) e non c’è più dialettica: se cade uno dei due termini – io e mondo – non c’è più nemmeno il tragico, resta un solipsismo che riassume la intera filosofia moderna (secondo Giacomo Noventa). Sì, come giustamente si osserva nel saggio, Zanzotto chiude un’epoca, e al tempo stesso ne apre un’altra. Abbiamo bisogno di questi geniali traghettatori: nichilismo estremo e stupore infantile di fronte alla “beltà” (impastata di orroroso sublime), consapevolezza del vuoto di senso e insieme apertura su un senso che sempre si manifesta nella doppiezza del mondo.

L’articolo Andrea Zanzotto, sciamano e poeta che voleva far esistere il mondo proviene da Il Riformista.