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La legge sui parchi nazionali compie 30 anni, serve una nuova visione

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La legge sui parchi nazionali, delle aree naturali protette, terrestri e marine compie 30 anni. La 394 nacque il 6 dicembre 1991, primo firmatario Gianluigi Ceruti, eletto nelle liste dei Verdi.

La sublime visione del disegno di legge di Benedetto Croce (di 100  anni fa) che equiparava lo “spettacolo della natura alla contemplazione di un dipinto“, fu integrata dalla sottolineatura di Cederna secondo cui difendere i parchi è difendere la patria: per il loro valore ambientale, economico, sanitario. Come ben ci ricorda Gian Antonio Stella (n.d.r. sul Corriere della sera).

Gli anniversari acquistano maggior significato se collegati al presente. E il presente attualizza la missione plurima indicata da Cederna.

La fruizione della natura preserva salute delle persone; la biodiversità dei parchi italiani è tutela di beni scarsi come suolo–aria –ecosistema marino; è argine al climate change; è occasione di intrapresa economica sostenibile in agricoltura, pesca, turismo. Specialmente nelle aree di montagna e rurali, peraltro queste  sempre più integrate con le reti urbane.

Perché dunque il legislatore lesina fondi, arranca nell’estendere il numero delle aree marine protette che la UE prevede rappresentino il 30% delle acque territoriali del Paese entro il 2030?

Perché i parchi regionali sono, non proprio tutti, senza risorse finanziarie e gestionali? Quindi per lo più solo perimetrazione geografica? Mentre i diversi casi virtuosi mostrano la loro importanza?

Da qui la necessità di passare da domande fin troppo ripetute a una azione strategica di ampio respiro. Questa può contare su opportunità non secondarie.

Per fare solo qualche esempio: dalla Pac possono essere attivate risorse dagli ecoschemi (vantaggi economici aggiuntivi per attività di tutela nei Siti natura 2000); purché siano più chiaramente indicati gli enti gestori dei parchi come soggetti attivi. Oggi i Siti Natura 2000 sono di gestione incerta e improduttiva. Meglio dunque estenderne la gestione ai parchi che le comprendono o che a essi sono contigui.

Altro obbiettivo: i piani nazionali e regionali di attuazione del nuovo regolamento del Fondo di Coesione sociale e dello sviluppo regionale. Per la prima volta in questo grande pilastro del bilancio pluriennale UE 2021-2027 sono nominati gli enti gestori dei parchi: difesa del suolo, contrasto allo spopolamento delle aree interne, economia circolare.

È quindi assolutamente necessario che si ricavino dai 23,6 miliardi previsti per l’Italia, a cui si devono aggiungere quelli del cofinanziamento nazionale, percentuali anche minime per parchi nazionali, regionali, riserve naturali. E indicare come destinazione dei fondi l’assunzione di personale qualificato in progettazione e realizzazione di economia e sviluppo sostenibili.

Dunque, se in queste missioni dei parchi non si può non riconoscere “interesse nazionale” perché non sono all’ordine del giorno del legislatore? Permane certo la sottovalutazione del decisore politico, ma vi è anche arretratezza di visione delle associazioni rappresentative dei parchi. Fedeparchi in primo luogo, che è la più rappresentativa. Essa rimane sostanzialmente nell’ottica del fortilizio della biodiversità dei singoli parchi, che è certo missione primaria.

Manca di adempiere alla nuova sfida imposta alla propria funzione istitutiva dal cambio d’epoca post-pandemico: operare concretamente per la costruzione di reti fra parchi nazionali e regionali nei territori; accompagnare la costruzione di alleanze organiche dei parchi con altri enti di governo: i Comuni, le Comunità della montagna, i Consorzi pubblico-privati come i Gal, gli enti responsabili dei Cammini della Viandanza. Serve nuova visione. Serve l’assunzione di diretta responsabilità di una nuova generazione, già forgiatasi nella ricchezza dei parchi italiani.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia