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Il rapporto Censis e il problem solving della fattucchiera

Un’Italia irrazionale, credulona, paranoica, complottista, tecno-fobica… gli aggettivi scelti dal Censis nell’ultimo rapporto sono forti, efficaci, anche troppo facili da riprendere nei titoli dei giornali. Ma il messaggio che si trasmette rischia di essere riduttivo. Passata la pandemia non torneremo a essere razionali, perché in realtà non lo siamo mai stati.

La “società irrazionale” non è frutto dell’emergenza sanitaria. “L’irrazionalità non è semplicemente una distorsione psichica legata alla pandemia, bensì l’erosione del lungo ciclo storico-sociale in cui la ragione costituiva lo strumento per proteggersi dall’incertezza dell’ignoto e dai rischi esistenziali”, spiegano i ricercatori del Censis. Una motivazione che però convince solo in parte. Credo che dietro la diffusa infiltrazione di irrazionalità ci sia piuttosto il basso livello culturale degli italiani: 4 persone su 10 quando non riescono a risolvere un problema si rivolgono alla fattucchiera e 8 su 10 non comprendono un articolo di giornale. Tullio De Mauro citava spesso questi dati per far farci capire che se non si affronta in modo sistemico e radicale il problema della formazione degli adulti è impossibile anche costruire una scuola che funzioni, in grado di ridurre le disuguaglianze e la povertà educativa.

La ricerca su maghi, indovini, medium e chiaroveggenti è del 2013 ed è stata presentata nel convegno “Italiani e fattucchieri in tempo di crisi”. Il Centro studi e ricerche “Antonella Di Benedetto” di Krls Network of Business Ethics per conto di Contribuenti.it ha calcolato che in Italia erano attivi circa 160mila maghi che erogavano 30mila prestazioni giornaliere. Quindi nulla di nuovo. 

Andiamo ancora indietro nel tempo, guidati sempre da Tullio De Mauro che nel 2010 a proposito dell’Annuario Scienza e società edito da Il Mulino scriveva: “Dati come questi non dovrebbero essere pubblicati da riviste specializzate, ma dovrebbero essere oggetto di presentazione sulle prime pagine dei grandi quotidiani per cercare di scuotere il torpore”. Oltre al quadro sulla ricerca e l’innovazione in Italia, infatti, l’Annuario presentava anche informazioni interessanti sul basso livello di alfabetizzazione scientifica degli italiani: ad esempio quasi i due terzi degli intervistati non sapevano che gli elettroni sono più piccoli degli atomi. 

Possiamo andare ancora indietro nel tempo per rileggere “Contare e raccontare”, il “Dialogo sulle due culture” tra Carlo Benardini e Tullio De Mauro, pubblicato da Laterza nel 2003. Il fisico e divulgatore Bernardini lamentava l’incultura scientifica italiana e la popolarità di maghi e   astrologi, il proliferare di guaritori e fattucchiere… e De Mauro rispondeva che agli italiani mancava “la propensione nazionale all’accertamento rigoroso di fatti e dati, alle misurazioni e descrizioni precise, all’esperienza diretta”. A quanto pare gli italiani hanno sempre avuto una certa predilezione per il ragionamento “a lume di naso” e i terrapiattisti non sono mai mancati. Quindi non ci scopriamo irrazionali dopo la pandemia, piuttosto l’abbiamo vissuta e la stiamo vivendo in modo poco ragionevole, complice un’informazione ansiogena e confusiva. 

Come possiamo difenderci dall’irragionevolezza e dall’irrazionalità? È urgente un’operazione culturale forte, a partire dalle scuole, con una comunicazione scientifica corretta. Da qualche tempo è stata avviata un’autocritica sui processi di informazione in tempo di pandemia. Sono già disponibili alcune guide. Molto chiaro il “Decalogo per comunicare” di Telmo Pievani, professore ordinario di Filosofia delle scienze biologiche dell’Università di Padova, pubblicato sull’ultimo numero di “Le scienze”. Pievani suggerisce di non focalizzarsi soltanto su come smentire le teorie pseudoscientifiche, con processi di fact checking, ma di imparare a condividere in modo corretto le conoscenze scientifiche.

Mi sembra un ottimo punto di partenza a cui aggiungo un’altra proposta: in tutte le attività formative che organizziamo aiutiamo i più giovani non solo a capire il valore della ricerca e della scienza, ma soprattutto a familiarizzare con processi, metodo, atteggiamento e ragionamento scientifico. E aiutiamo bambine e bambini a sviluppare il pensiero computazionale, anche per risolvere i problemi della vita quotidiana, perché è il miglior antidoto contro maghi e fattucchiere.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia