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Suicidio assistito, via libera ai primi articoli. Passa la mediazione col centrodestra (che vota contro)

Surgeon, physician performs surgical operations, anesthetist or anesthesiologist holding patient's hand ffor checking state of mand or support in ER room, Medical healthcare concept

A differenza di settimana fa, un testo definitivo comincia e vedersi, non si brancola più nel buio, i nodi da sciogliere, almeno apparentemente, sono di meno. E una data (vera, stavolta) per l’approdo in Aula c’è. Ma la strada per l’approvazione della legge sul suicidio assistito è ancora lunga. E la scossa data dal caso di Mario – l’uomo diventato tetraplegico dopo un incidente che, primo in Italia, ha ottenuto da un giudice e dal comitato etico il via libera a porre fine alla sua vita, sulla scia della sentenza della corte Costituzionale sul caso Cappato – eserciterà la sua forza fino a un certo punto. Perché è vero che ieri le commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera hanno finalmente licenziato i primi quattro articoli di questa proposta che da anni è ferma nelle stanze del Palazzo – e che la Consulta ha chiesto non una ma due volte, trovandosi costretta a rimediare all’inerzia del Parlamento – e gli altri dovranno essere approvati nella prossima settimana. Ma è altrettanto vero che prima che la legge veda la luce passerà ancora tempo. 

La conferenza dei capigruppo ha ufficializzato che il 13 dicembre la proposta andrà in Aula per la discussione, insieme al decreto fiscale, il cui esame avrà la precedenza. E poi? Non sfugge a nessuno che di lì a poco la Camera dovrà esaminare la manovra, che il Natale sarà ormai alle porte e che, a seguire, i parlamentari saranno impegnati nell’elezione del presidente della Repubblica.

Il voto quindi, spiega chi ha in mano il dossier, difficilmente potrà cominciare prima di febbraio. In termini assoluti sembra un tempo piccolo. Se si pensa da quanti anni questa legge è in ballo, e quante persone la stanno aspettando, ci si rende conto che non lo è. “A chi manifesta soddisfazione – dice ad Huffpost Riccardo Magi, deputato in commissione giustizia di +Europa – ricordo che sono passati tre anni dal primo appello della Consulta – e il fatto che il centrosinistra ha accettato le richieste del centrodestra ha contribuito alla stesura di un testo che rischia di essere debole, poco chiaro”. 

Il provvedimento potrebbe diventare legge? Tra chi lo sostiene c’è ottimismo, ma anche qualche detrattore crede che i numeri ci siano, sicuramente alla Camera. Al Senato – vedi il caso del ddl Zan – la strada è sempre più stretta, ma in questo caso la libertà di coscienza e il voto segreto potrebbero far crescere i sì. Al contrario di ciò che è successo per la legge, naufragata, contro l’omotransfobia. “I numeri ci sono, non c’è dubbio”, dice ad Huffpost Alfredo Bazoli, deputato del Pd e uno dei relatori della proposta.

In effetti in commissione il via libera ai primi articoli è arrivato con i voti favorevoli di Pd, M5s, Iv, LeU e del gruppo Misto. Se questo schema dovesse replicarsi in Aula, il via libera sarebbe assicurato. Chi conosce bene le dinamiche interne fa notare che tra i dem, complice il voto segreto, qualche defezione potrebbe esserci. In compenso, però, Forza Italia – che in commissione ha votato no come Lega e Fd’I e porterà questo orientamento in Aula – ha annunciato la libertà di coscienza, “come abbiamo sempre fatto per questi temi”, ricorda ad Huffpost Pierantonio Zanettin, capogruppo di Fi in commissione giustizia. La Lega ancora non si è pronunciata in materia, ma fonti interne al Carroccio considerano quella di lasciare autonomia a ogni parlamentare un’opzione probabile: ”È un tema etico, non è detto che tutto il gruppo voterà compatto”, è il pensiero che filtra da quell’ambiente.

Via libera ai primi quattro articoli, il no del centrodestra (nonostante la mediazione). Dai requisiti d’accesso ai principi base: il contenuto

Ma qual è lo stato dell’arte, al momento? Ieri le commissioni riunite Giustizia e Affari sociali hanno dato il via libera ai primi articoli. Sono il frutto di una mediazione – Bazoli lo definisce “accordo di non belligeranza” – che ha portato il centrodestra a votare contro, ma almeno a non mettersi di traverso e a riconoscere a chiare lettere il gesto d’apertura di M5S, Pd, Iv e LeU. Il primo articolo traccia la cornice nel quale il provvedimento si dovrà muovere: “La presente legge disciplina la facoltà della persona affetta da una patologia irreversibile e con prognosi infausta o da una condizione clinica irreversibile di richiedere assistenza medica, al fine di porre fine volontariamente ed autonomamente alla propria vita, alle condizioni, nei limiti e con i presupposti previsti dalla presente legge e nel rispetto dei principi della costituzione, della convenzione europea dei diritti dell’uomo e della carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea”. 

Il secondo spiega che per suicidio assistito si intende un atto autonomo e volontario, di un soggetto capace di intendere e di volere, che deve avvenire “sotto il controllo del sistema sanitario nazionale”. Il terzo articolo, invece, è definito il cuore del provvedimento, perché chiarisce quando si può accedere al suicidio medicalmente assistito. È stato modificato in più punti, su richiesta del centrodestra. Che comunque non l’ha votato. 

“Può fare richiesta di morte volontaria medicalmente assistita la persona che, al momento della richiesta, abbia raggiunto la maggiore età, sia capace di intendere di volere e di prendere decisioni libere, attuali e consapevoli, adeguatamente informata, e che sia stata previamente coinvolta in un percorso di cure palliative al fine di alleviare il suo stato di sofferenza e le abbia esplicitamente rifiutate”, si legge. Quello delle cure palliative è stato un passaggio particolarmente dibattuto. Il centrodestra avrebbe voluto che fossero obbligatorie, la maggioranza ho optato per una mediazione che, dice Magi, potrebbe essere poco chiara. “Riteniamo – dice Zanettin – è che debbano essere almeno sperimentate. Che si possa accedere al suicidio assistito solo quando queste non siano sufficientemente efficaci”. Anche per la Lega si sarebbe dovuto puntare di più sulle cure palliative: “Le nostre richieste in parte sono state accolte – riconosce Roberto Turri, capogruppo del Carroccio in commissione Giustizia – ma volevamo di più”. Il deputato mette in dubbio la necessità stessa della legge e, parlando con Huffpost, aggiunge: “Il sanitario che interrompe i trattamenti salvavita perché, come prevede la legge, il paziente li rifiuta, va tutelato, ma io credo che il sistema sanitario nazionale debba limitarsi a fare in modo che la morte di persone che fanno questa scelta sia più dignitosa possibile. E che il sistema sanitario nazionale non possa supportare una pratica come il suicidio assistito”. Queste prospettive, però, non tengono conto di una cosa: ci sono pazienti che chiedono il suicidio assistito perché non ritengono dignitoso morire di inedia, come accade laddove venga staccato il respiratore o il sondino dell’alimentazione. 

La Lega, ci dice Turri, proverà a far modificare il testo in Aula. Lo stesso farà anche Forza Italia “ma senza ostruzionismo – precisa Zanettin – non è nel nostro stile”.

Nel testo dell’articolo 3 si legge ancora: “Tale persona deve trovarsi nelle seguenti concomitanti condizioni: a) essere affetta da una patologia attestata dal medico curante e dal medico specialista che lo ha in cura come il reversibile e a prognosi infausta e oppure portatrice di una condizione clinica irreversibile, che cagionino sofferenze fisiche e psicologiche che trovano assolutamente intollerabili; b) essere venuta in vita da trattamenti sanitari di sostegno vitale, la cui interruzione provocherebbe il decesso del paziente”. Il passaggio dallo specialista è stato introdotto nella nuova formulazione, e non piace a Giorgio Trizzino, parlamentare del gruppo Misto che per primo aveva presentato una proposta di legge sul suicidio assistito: “Invece di facilitare il percorso, noi complichiamo la strada a chi, nelle condizioni stabilite dalla corte Costituzionale, vuole accedere al suicidio assistito. Ogni minuto che passa in questi casi è un minuto che si aggiunge alla sofferenza”, dice ad Huffpost, lamentando il modus operandi, a suo dire troppo frettoloso, con cui la commissione ieri ha licenziato i testi ieri. “Un’ora e mezza di discussione – fa notare – per alcune delle norme più importanti di questo provvedimento. Un atteggiamento del genere fa capire il distacco con cui il Parlamento si approccia a un tema che riguarda tutti i cittadini”.

Tornando all’articolo 3, il passaggio sulla prognosi è stato al centro del dibattito. Il centrodestra avrebbe eliminato la parte che riguarda l’irreversibilità, che invece è rimasta. È stata invece cambiata la frase successiva: la “o” è diventata “e” laddove si indicano le sofferenze che il paziente che chiede il suicidio assistito patisce. Può cominciare l’iter, secondo questo testo, se alla sofferenza fisica si accompagna quella psichica e non se è presente una sola delle due situazioni. 

L’articolo 4, invece, si focalizza sull’iter della richiesta, che “può essere revocata in qualsiasi momento senza requisiti di forma e con ogni mezzo idoneo a palesarne la volontà”. Se la patologia non consente la forma scritta “la richiesta può essere espressa e documentata con video registrazione o qualunque altro dispositivo idoneo che gli consenta di comunicare e manifestare inequivocabilmente la propria volontà, alla presenza di due testimoni”. 

Giovedì le commissioni si riuniranno per l’ultima volta. Il testo poi passerà nelle mani dei relatori per arrivare dopo pochi giorni alla Camera: “Mi auguro si possa arrivare a una buona legge figlia di tutto il Parlamento”, ha detto il presidente della commissione giustizia Mario Perantoni.

Uno degli aspetti più importanti che saranno trattati il 9 dicembre è dell’obiezione di coscienza. Altro tema su cui l’ha spuntata il centrodestra. “Ritengo non ci siano più nodi da sciogliere, anche perché il centrodestra sa che questo è il massimo punto di caduta possibile. Come tutte le mediazioni, questo testo scontenterà molti, è segno che abbiamo lavorato bene”, sostiene Bazoli. Magi, che il dossier lo conosce bene e aveva presentato una serie di emendamenti per estendere le maglie del provvedimento fino all’eutanasia attiva, smorza gli entusiasmi e ricorda: “Per come sono state fatte le modifiche c’è il rischio che invece di sciogliere i nodi, in Aula le questioni ci arrivino ancora più annodate”.

Sullo sfondo di questo dibattito parlamentare che, almeno, si è sbloccato, resta la storia di Mario. Il suo calvario non è finito, perché l’Asl marchigiana che dovrebbe porre in essere il suicidio assistito sostiene che debba essere il tribunale a stabilire il farmaco. Il giudice, però, ha già dato il via libera, mettendo di fatto tutto nelle mani della Asl. Secondo Magi, al netto della legge, basterebbe che il governo facesse un atto per dare indicazioni univoche alle strutture sanitarie.

Del resto, situazioni simili a quella di Mario potrebbero ripetersi ancora, visto che la sentenza della Consulta ha reso possibile ad alcune condizioni l’accesso al suicidio assistito. Il ministro Speranza ha affermato, rispondendo a un’interrogazione, che il governo rispetta il Parlamento su un tema così delicato, ma vigila sull’attuazione della sentenza della Consulta. Che, però, visto il prosieguo della storia di Mario, non è stata eseguita fino in fondo. Mario, e i tanti nella sua stessa situazione, ancora aspettano una risposta.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia