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La “magistratura d’eccellenza” si schiera contro la riforma Cartabia

Reputo necessaria una premessa, prima di affrontare un tema di grande attualità: la virulenza delle critiche che hanno investito, e che non accennano ad attenuarsi, la riforma della giustizia promossa dalla professoressa Marta Cartabia e varata dall’esecutivo presieduto dal dottor Mario Draghi. Mi scuso, peraltro, se sia pure obtorto collo dovrò brevemente parlare di me stesso. Tanti i miei difetti e le mie manchevolezze, ma nessuno che non sia un volgare sicofante potrà mettere in dubbio la serietà, il rigore, il talento da me investiti, in oltre quarant’anni di attività giudiziaria ad altissimo livello, nella trattazione di processi e procedimenti relativi a reati gravissimi in materia di criminalità organizzata, mafia, terrorismo interno e internazionale, criminalità economico-finanziaria e contro la pubblica amministrazione. Tanto da conseguire risultati qualitativamente notevoli: sentir parlare di «successi» mi scatena l’orticaria.

Certo, non ho mai assunto atteggiamenti gladiatori o, peggio, da posato a impavido cavaliere senza macchia e senza paura, condannatosi, personalmente e con la propria famiglia, a una grama vita di rinunce e di sacrifici, in attesa del fatale incontro con la morte a qualche angolo di strada, sebbene a gravissimi rischi sia stato per decenni e sia ancora esposto. Questo venir meno al riserbo connaturato a un forte senso di dignità e a naturale, invincibile pudore, m’è imposto dalla constatazione di quanti, probabilmente troppi, siano i chiacchieroni dalla testa torbida, sempre pronti ad azzannare alla gola chiunque osi esprimere opinioni dissenzienti, rispetto a quelle degli esponenti dell’aristocrazia togata, della quale mi onoro di non aver mai fatto parte, o almeno non sovrapponibili a esse. Che costoro, insomma, non si provino neppure a tentare d’inoculare in teste deboli al pari della loro l’infondato sospetto che io sia iscritto al partito dei fiancheggiatori delle mafie, del terrorismo e dei corrotti. A denunciare e, dunque, a portare all’attenzione dell’opinione pubblica quelli che vengono considerati «aspetti gravi e inopportuni della riforma» sono alcuni «magistrati antimafia, sempre i soliti pochi», i quali, convinti che questo dato di fatto «equivale a un’esplicita indicazione: la lotta alla mafia è condotta non dallo Stato, ma da alcuni magistrati fanatici e inutilmente allarmisti», non ci stanno, tuttavia, a essere considerati «Un gruppo ristretto di disperati oltranzisti che, come gli ultimi soldati giapponesi, continuano a combattere una guerra ormai finita».

Uno dei «magistrati simbolo della lotta alla mafia», insediato nell’organo di autogoverno, convinto che si stia giocando una partita «contro avversari subdoli, ben organizzati, che vogliono approfittare dell’oggettiva crisi di credibilità della magistratura per un regolamento di conti», a tal punto da sentirsi «in dovere di rivolger(si) ai cittadini, al popolo italiano, nel cui nome (è amministrata) la giustizia, per testimoniare con fatti alla mano, che la giustizia è anche altro», è giunto a chiedersi se sia «possibile che un governo con una maggioranza così ampia che lo sostiene, una ministra di indiscutibile capacità ed eccellenza tecnica, tanti magistrati consulenti e collaboratori di quell’esecutivo non si siano accorti dei danni letali che quella riforma avrebbe arrecato alla lotta alla mafia». Altri è giunto addirittura ad affermare come questa riforma sia figlia di chi non ha mai messo piede in un’aula di giustizia, dando volutamente mostra d’ignorare la formazione culturale della professoressa Marta Cartabia, il suo elevatissimo spessore e la sua grande preparazione tecnica, che pur nascendo dall’accademia e dall’approccio scientifico si sono arricchite per l’esercizio delle funzioni di giudice costituzionale e di presidente della Corte costituzionale: esperienza di altissimo profilo che non esce sicuramente svilita dal fatto che «non ha mai incrociato la faticosa quotidianità delle aule dei tribunali».

Se, infatti, questa mitica «quotidianità delle aule dei tribunali» è quella per la quale, con buona pace della Costituzione, il magistrato posa a «guardiano della virtù», impegnato in partite capitali, sorta di terapeuta che fila una tela intesa comunque e soltanto alla condanna, che tradirebbe, dunque, la missione, se non usasse qualche espediente, sicuramente è proprio lo studio accademico della prassi criminale o, se lo si preferisce, della giurisprudenza penalprocessuale a dar conto del fatto che mentre un tempo frode e violenza in procedendo erano sante, oggi fortunatamente non può né deve essere più così. Nessuno potrebbe mai seriamente negare che compito della magistratura sia quello di perseguire la criminalità mafiosa. Ci mancherebbe. Questo deve avvenire, tuttavia, nel più rigoroso rispetto della legge, sostanziale e processuale, anche se in piena sinergia con tutte le forze della società, la politica, la scuola, la Chiesa, l’imprenditoria e quant’altro. Si chiama «politica criminale».

Ma se è affatto deprecabile che un ministro dei lavori pubblici, temporibus illis, dando voce purtroppo a un diffuso modo di sentire, abbia avuto l’audacia di affermare che ci si doveva abituare a convivere con la mafia, a chi afferma oggi che «trent’anni dopo le stragi, siamo allo stesso punto» essendoci «una volontà di convivere con la mafia, non la determinazione di sconfiggerla», e adombra l’ipotesi che sia «per questo che non si tiene conto delle richieste e delle proposte dei magistrati antimafia», incombe l’onere di provare tanto grave affermazione, che suona insulto sanguinoso e gratuito al ministro della giustizia e al governo di cui fa parte. Onere della prova a cui non si assolve opponendo un asserito, oltre tutto meramente apodittico «ragionamento complessivo», in forza del quale, per un verso, si ritenga «che anche oggi la questione mafiosa non sia al centro dell’attenzione della classe politica e del governo» e, per l’altro, si alimenti il timore «che in futuro si possa arrivare a forme di convivenza con il sistema mafioso» e che si finisca per approdare, più prima che poi, a una qualche «forma camuffata di “legalizzazione” di una mafia che spara di meno mentre alimenta enormi circuiti economici».

Considerato, comunque, che le riforme proposte dalla professoressa Marta Cartabia tendono, bene o male, a dare attuazione a principi costituzionali e comunitari non negoziabili, quali la presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva e la finalità rieducativa della pena, le critiche che vengono mosse e il premere ossessivamente sul tasto del conseguente affievolimento dell’impegno sul fronte della «lotta alla mafia», induce a cattivi pensieri.
Il primo. La Weltanschaung della «magistratura d’eccellenza» schierata lancia in resta contro la riforma coincide, mutatis mutandis, con la visione del mondo di Paolo di Tarso, che segna il vertice del quietismo reazionario: «Ciascuno sia soggetto all’autorità: non ce n’è nessuna che non venga da Dio e quelle esistenti sono state istituite da lui. Resistere a esse significa resistere a Dio; chi lo fa si tira addosso la condanna» (Romani, 15. 1-2).

Sotto il travestimento teologale, la massima di scienza politica suona: «Meglio la tirannia del disordine». E questa fobia della ribellione raggiunge toni forsennati: mentre un assassino offende questo o quel membro della società, il terrorista e il mafioso, ricondotti, ancora una volta mutatis mutandis, alla categoria dei rivoltosi, aggrediscono il fondamento stesso della convivenza sociale; col primo, dunque, nulla osta al rispetto delle regole del gioco, vale a dire processo e garanzie della difesa; poco male, invece, che i secondi vengano abbattuti sul posto come cani idrofobi. Lo raccomandava, del resto, Lutero nella Lettera sul libretto contro i contadini: «Non si deve attendere che l’autorità giudichi e agisca, visto che non è in grado di farlo (…) ogni suddito fedele deve andare in soccorso pugnalando, decapitando, sgozzando e arrischiando corpo e beni per salvarla». Il secondo. Definitivamente tramontato l’assioma che, maxime in criminibus enormibus, sia lecito iura transgredi, oggi, per dirla con Aharon Barak, «nonostante debba combattere con una mano legata dietro la schiena, la democrazia ha comunque il coltello dalla parte del manico».

Nutrire qualche perplessità sull’ottimismo del già presidente della Corte suprema d’Israele, sarà magari legittimo, ma non per questo ci si può spingere ad auspicare l’adozione di iniziative tanto drastiche contro la criminalità, da configurarsi come vere e proprie rotture dei vincoli legali, morali e umanitari che imbrigliano le opzioni securitarie nello Stato di diritto: pur auspicando si faccia di più per ridurre efficacemente la frequenza e la gravità dei crimini, non si potrà mai pretendere di poter usare tutte e due le mani, le unghie e i denti e anche entrambi i piedi, senza attenersi alle regole del marchese di Queensberry. Neppure là dove politiche deboli e ambigue paiano tendere la mano slegata a criminali efferati in segno d’incoraggiamento.

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