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La carenza di metodo sulla manovra conferma che non c’è altro premier al di fuori di Draghi

Italian Prime Minister Mario Draghi arrives for a news conference after the government met to discuss stricter coronavirus disease (COVID-19) health pass rules, in Rome, Italy, November 24, 2021. REUTERS/Remo Casilli

Perché alla fine la politica torna sempre, e se non ci fai i “conti” presenta il suo “conto”. Potrebbe rivendicare a ragione il titolo di Cassandra il segretario del Pd Enrico Letta, che aveva proposto un “patto sulla manovra” per arrivare in un clima più disteso alla discussione sul prossimo capo dello Stato, preservando anche Draghi dal logoramento. Proprio l’assenza di un “patto” ha trasformato la discussione sulla manovra in un intreccio di piani.

E certo il vicesegretario Provenzano si riferisce all’oggi quando lamenta un “problema di metodo” emerso nel corso della riunione del ministro Franco con i sindacati, dove “non sono state fatte vedere nemmeno le tabelle sulle aliquote Irpef”, generando in tal modo confusione e alimentando le ipotesi più fantasiose. Ma inevitabilmente la critica di scarsa sensibilità politica rivolta al ministro dell’Economia disvela anche il principale macigno sulla strada di Draghi al Colle, ovvero la possibilità di formare un governo, capace di tenere assieme diavolo e acqua santa, lasciando palazzo Chigi a una sua meno carismatica emanazione.

E non è un caso che proprio negli ultimi giorni si è assistito a un cambio di clima, col paradosso che tutti i principali leader della maggioranza hanno auspicato la permanenza a palazzo Chigi dell’attuale premier, mentre la principale (e l’unica) leader dell’opposizione è diventata la prima supporter della sua ascesa al Colle. Per carità, vale quel che vale in tempi confusi in cui tutti dicono una cosa, coltivando almeno tre retropensieri a testa, per poi cambiare idea nella settimana successiva, non essendoci nessuno, per forza e legittimazione, in grado di condizionare la dinamica politica. Però proprio l’ultima settimana, dall’approvazione del super Green pass alle consultazioni sulla manovra, ha fatto riemergere la domanda di fondo: sono immaginabili gli stessi fatti, in materia di economia e di contrasto alla pandemia, con un altro governo?

E se attorno alla manovra si vanno addensando i malumori su Franco, a torto o ragione indicato come un possibile premier di un governo Draghi con Draghi al Quirinale, la domanda riguarda anche le altre figure che non siano il ministro dell’Economia, la cui “rigidità”, al pari della sua capacità di gestire numeri e dati gli è valso sin dai tempi di Bankitalia, il maligno soprannome di Alexa, il robot intelligente, la cui efficienza sta nell’esecuzione più che nella capacità creativa. Preparato, uomo di esperienza, è stato a lungo Ragioniere generale dello Stato prima di essere rimosso da esponenti dei Cinque stelle che ora gli fanno da sottosegretario, però non ha come punti di forza né la sensibilità politica se, come è vero, a palazzo Chigi i dossier più delicati, da Mps ad Alitalia alle nomine passano tutti per la scrivania del professor Giavazzi né la sintesi. In una delle ultime riunioni di maggioranza lo stesso Draghi ci scherzò su con una battuta, dopo aver ascoltato una relazione non breve di Franco: “Facciamo i complimenti al ministro per il suo lavoro e a noi per averlo ascoltato”.

C’è poco da fare, la politica torna sempre, anche nell’era della sua crisi. E se è sempre accaduto che la discussione sulla manovra coagula malumori e aspettative disattese, il metodo dei tavoli separati rischia di accentuare quegli elementi di logoramento della maggioranza, piuttosto plastici nella lunga notte del decreto fiscale che fa fatica ad arrivare in Aula. Perché è vero che, seguendo il metodo del divide et impera, Draghi ha sostanzialmente incassato un ampio consenso sulle bollette, ma ogni partito, in assenza di un patto politico complessivo, coverà insoddisfazione sui punti non accolti delle richieste consegnate al premier nel corso degli incontri. A partire da Forza Italia, resa più effervescente dall’attivismo quirinalizio del Cavaliere, che sull’imbullonamento di Draghi al governo si è trascinato dietro Salvini, che di Berlusconi ha bisogno per giustificare la sua presenza al governo, in assenza di certezze sul voto.

La sensazione, in definitiva, è che si è rovesciato lo schema rispetto all’invocazione “gollista” che prevedeva una ascesa al Colle a furor di popolo, in cui il silenzio del premier serviva a tenere aperta la prospettiva. Con tutti che dicono il contrario, l’ipotesi si regge proprio sul fallimento di altre soluzioni che tengono insieme tutti, nel ruolo di riserva della Repubblica più che di candidato da acclamare subito. Ancora una volta è l’uomo di una “eccezionalità” se non si riescono a eleggere presidenti “normali”. Come elemento di forza c’è che di normale, di questi tempi, c’è assai poco.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia