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Intervista ad Alberto Tripi: “Più digitale fa bene alle relazioni e all’ambiente”

DiRed Viper News Manager

Nov 30, 2021

A Riyadh, capitale dell’Arabia Saudita, si stanno realizzando le nuove linee della metropolitana: un sistema di trasporto pubblico che modernizza la vita della città. Il progetto, ambizioso e innovativo, comprende tanta tecnologia italiana. Nello specifico quella di Almaviva, azienda italiana leader nell’innovazione digitale a livello globale, oggi fortemente impegnata su alcuni settori strategici come quello dei trasporti (con progetti in Arabia Saudita, Finlandia, Uk e Usa), delle amministrazioni pubbliche (telemedicina e integrazione dei sistemi sanitari) e del sistema bancario (dove l’Italia è ancora indietro). Alberto Tripi, fondatore e presidente di Almaviva, è appena tornato da Dubai dove si sta svolgendo l’Expo 2020. Lì, raccontando l’impegno a supporto di quattro linee della nuova metropolitana di Riyadh, ha illustrato la visione della sua azienda e il ruolo dell’impresa italiana nello sviluppo del digitale. «Abbiamo cercato di dimostrare che l’Italia non è solo cibo e moda, ma anche tecnologia, informatica e digitale», spiega.

Qual è il ruolo del nostro paese nella trasformazione digitale?
A Dubai sono partito da questa idea: il nostro paese non è più obbligato a trasformare le sue materie prime né l’economia è più fondata sul possesso di beni materiali. Alla base di tutto ci sono gli intangible asset: ovvero l’economia della conoscenza, dei dati e della sostenibilità. L’Italia ha le carte in regola per recitare un ruolo da protagonista in questo processo su scala globale. La scorsa settimana ho partecipato a Malaga al Simposio 2021 del Cotec, la Fondazione creata da Italia, Spagna e Portogallo per lo sviluppo delle tecnologie innovative. I tre co-Presidenti di Cotec – Filippo VI, re di Spagna, Marcelo Rebelo de Sousa, presidente del Portogallo e il nostro presidente Sergio Mattarella – hanno sottolineato che il profondo cambiamento in corso nel mondo non si basa più sulle materie prime ma sull’intelligenza e sulla fantasia.

L’Italia è dunque pronta per questa sfida?
Certamente sì. Il digitale ha cambiato il nostro modo di vita ma noi italiani possiamo avere il ruolo di inventori, sappiamo adattarci, abbiamo il genio e le competenze. È già accaduto nel lontano passato, ai tempi di Roma antica e del Rinascimento. Sono andato a Dubai per spiegare che il nostro paese può rappresentare un ottimo obiettivo per gli investimenti dei fondi internazionali.

La trasformazione digitale è la sfida dei prossimi anni. Ma che cosa si trasforma esattamente?
Per tanti anni abbiamo pensato che l’informatica servisse a rifare le cose manuali con l’aiuto delle macchine. Ma oggi sappiamo che la digitalizzazione cambia proprio i processi interni delle aziende e dei sistemi: la trasformazione diventa più veloce e meno costosa. Un esempio importante è la piattaforma inPA, un portale dedicato al reclutamento di nuovo personale per la pubblica amministrazione italiana. Una specie di Linkedin della Pa italiana. Un progetto lanciato dal ministro Renato Brunetta con il sostegno di Almaviva, che semplifica l’accesso dei talenti, rende più efficiente il meccanismo di reclutamento e razionalizza le risorse in unico luogo digitale. Il grande salto è che si trasforma il sistema delle relazioni: non si tratta più di copiare in automatico alcune attività ma cambia il modo di vivere e di lavorare.

Quanto ha inciso e incide la pandemia nel velocizzare i processi di transizione digitale?
Tantissimo. Per i giovani il digitale è la base, quindi è vissuta come una cosa spontanea. Con la pandemia anche i più adulti hanno vissuto la trasformazione profonda di lavorare in casa. Hanno capito così che il digitale è un amico e un compagno, non toglie lavoro né limita i rapporti umani. Tutt’altro. A marzo 2020, centinaia di milioni di persone in tutto il mondo si sono ritrovate a casa. Abbiamo dovuto modificare le nostre abitudini, trovando nel digitale un’ancora di salvataggio per continuare a vivere, lavorare, studiare e avere relazioni. In quella circostanza abbiamo subìto la transizione digitale, a causa del lockdown. Adesso è il momento di trasformare quanto accaduto in una vera opportunità di cambiamento, di crescita.

Quindi il digitale può diventare anche uno strumento di inclusione?
Certamente sì. Come possiamo aiutare quelle persone che restano sole perché sono anziane o perché non sono autonome? Si pensava che il digitale creasse nuove distanze. È esattamente il contrario. Può servire, per esempio, ad aiutare le persone più sole. C’è una valanga di gruppi che si incontra online. L’appartenenza è un antico bisogno dell’uomo: oggi con il digitale è più facile soddisfare questo bisogno. Il che non esclude che le stesse persone si incontrino pure in presenza.

Questo può valere anche per l’offerta di alcuni servizi, come quelli sanitari.
Certo, basti pensare alla telemedicina. Veniamo da una estrema specializzazione delle diagnosi e delle cure. Per ogni problema si consulta il medico specializzato. Ma se tutte queste informazioni e analisi vengono condivise tramite i dati, gestiti e analizzati dalla potenza dell’intelligenza artificiale, la conoscenza di tutti i sanitari può aumentare. Ogni cambiamento genera resistenze ma pian piano queste barriere stanno cadendo.

In che modo la transizione digitale può favorire la sostenibilità ambientale?
È semplice: più i sistemi sono efficienti e meno inquinano. Il treno è meglio dell’automobile: ma la condizione è che sia veloce e funzionale. Il digitale può aiutare a rendere i treni più efficienti. Il digitale serve per avere un mondo più sostenibile: basti pensare che la distribuzione elettrica è basata sulla digitalizzazione. Si supera nei fatti il concetto di decrescita felice.

A Dubai ha citato il Whatever it takes di Mario Draghi anche per il digitale: che cosa intendeva dire?
Allora Draghi aveva detto: bisogna inondare di moneta alcuni paesi europei (in primis, l’Italia) perché, senza soldi, questi paesi crollano. Oggi abbiamo bisogno di inondare il nostro paese di digitale altrimenti il paese non riesce ad essere competitivo. Tutto quello che serve dobbiamo farlo. Mi sembra che il governo stia facendo il possibile in questa direzione, anche se con difficoltà: il Pnrr va nella giusta direzione. Ancora una volta si dimostra che sostenibilità e digitale vanno di pari passo.

Per realizzare il Pnrr sarà necessario un grande contributo della PA. Sarà in grado di farlo, superando i suoi tradizionali ritardi?
Mi pare di poter dire che il ministro Brunetta non ha intenzione di riempire le amministrazioni pubbliche di calcolatori che riproducano i processi tradizionali. Prima si puntava soltanto sulla automatizzazione. Oggi servono banche dati comuni, la capacità di dialogare tra i diversi uffici, il cambiamento dei processi produttivi.

Mi fa qualche esempio?
I comuni non devono più far da soli e ricominciare daccapo ogni cosa, molto meglio dialogare tra loro per condividere i processi. Ricordiamo, per esempio, quanto era difficile fare un cambio di residenza? Oggi molte cose sono cambiate. Il fatto che un certificato possa arrivare rapidamente tramite il pc sembra un sogno che poteva permettersi solo qualche paese del Nord Europa. Ma perché le imprese devono ogni volta comunicare delle informazioni che lo Stato ha già? Basterebbe dialogare e condividere i dati. Lo stimolo del Pnrr sarà importante, oggi abbiamo una situazione favorevole: la volontà politica del governo, i soldi dell’Europa e i tempi certi. Forse finalmente si riuscirà a fare quello che serve. In ogni caso, la digitalizzazione va avanti in modo formidabile e le aziende pubbliche mostrano entusiasmo a tutti i livelli: non c’è più la pigrizia degli anni scorsi. Tutto ciò mi rende molto ottimista.

Le grandi compagnie digitali sono americane. L’Europa e l’Italia possono avere un loro ruolo all’altezza?
La diffusione delle informazioni ci permette ormai di non essere secondi a nessuno. Già oggi siamo competitivi. Perché tanti nostri neolaureati vengono catturati dalle imprese straniere? Le nostre capacità sono ormai al livello delle aziende americane e già collaboriamo con le multinazionali per creare insieme delle belle applicazioni. Certo, abbiamo ancora bisogno di arricchire la filiera di aziende informatiche e di scalare posti nel ranking della digitalizzazione. Ottimo, poi, se le aziende estere verranno qui a sviluppare i loro progetti: anche la collocazione della ricerca è importante. I nostri imprenditori, poi, ce la stanno mettendo tutta. C’è voglia di uscire dalla cappa di demonizzazione che ha soffocato le imprese italiane. Attraverso il lavoro creato dalle imprese e la voglia di innovare che abbiamo il nostro paese può crescere. Bisogna mettercela tutta.

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