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Il fumo del camino, il freddo e la beffa dello Stato. Gli incubi di Barbara Piattelli

Barbara Piattelli

Con addosso un cappotto sformato da uomo, un paio di pantaloni e una calza sul volto, lei figlia di uno stilista che ha vestito i divi del cinema italiano, viene notata sul ciglio della statale che porta a Catanzaro da una coppia di automobilisti. Il suo nome è Barbara Piattelli, ha 27 anni e ha passato l’ultimo anno della sua vita prigioniera della ’ndrangheta in Aspromonte. Ora la sua storia, più di 40 anni dopo, è stata raccontata in “343 giorni all’inferno”, il documentario scritto e ideato da Vania Colasanti, con la collaborazione di Vincenzo Faccioli Pintozzi e la regia di Letizia Rossi in esclusiva su RaiPlay.

Barbara Piattelli viene rapita a Roma il 10 gennaio 1980 mentre è nella sua Mini blu con la madre. È di fretta perché deve andare con il fidanzato a vedere l’ultimo spettacolo di Carlo Verdone a teatro. Ma non ci arriverà mai perché due banditi armati la strappano via dalla sua vettura. Per lei comincia un anno in cui non esiste umanità. Già dagli anni ’70, anche la ’ndrangheta è entrata nel giro dei rapimenti a scopo di estorsione: nelle mire dei malavitosi ci sono soprattutto i giovani. “Mi sono fatta due inverni all’addiaccio, senza mai avere un tetto sopra la testa o un qualcosa che assomigliasse a un giaciglio – racconta Piattelli ad HuffPost -. Non ho mai interloquito con nessuno eccetto tre quattro persone, i rapitori, che non ho mai visto in volto perché o io ero bendata o loro erano coperti”.

Un anno senza leggere, senza parlare, senza ascoltare la radio o una canzone. Si può rischiare di impazzire. “Ma poi gli esseri umani hanno un forte spirito di adattamento – racconta -. E anche io mi sono adattata, mio malgrado, per puro spirito di sopravvivenza”. Anche il momento del rilascio, il 18 dicembre 1980, dopo due inverni passati tra le montagne dell’Aspromonte, è di grande durezza. “Pensi – spiega sempre Piattelli – che venni lasciata nella costiera ionica.  E sono stata ritrovata tre giorni dopo all’altezza di Lamezia Terme, nell’altra costa. Tutto a piedi: non è un viaggio da poco”.

Barbara Piattelli con il padre Bruno

Oltre ai frequenti pensieri e incubi su quell’anno, ci sono ancora cose che la vittima fatica ad accettare: “Il freddo, il fumo del camino e le montagne mi danno molto fastidio”, ci spiega. Ma l’elemento che non accetta e non accetterà mai è stato il completo abbandono da parte dello Stato: “Io non sono stata riconosciuta come vittima della criminalità organizzata – afferma -. Da quanto mi risulta non è mai stata fatta una inchiesta seria su quello che mi era accaduto, a parte qualche domanda fattami da un giudice molto tempo dopo. Inoltre non ho mai ottenuto un risarcimento”. Addirittura non è mancata la beffa. “Mio padre ha dovuto pagare le tasse sul risarcimento consegnato per liberare sua figlia – ricorda Piattelli -. Forse credevano che quei soldi se li fosse guadagnati, mentre erano frutto di un prestito chiesto a una banca. Perché evidentemente i rapitori avevano sbagliato le loro valutazioni sulla nostra famiglia”.

Famiglia a cui deve molto. “Grazie alla loro unità e alla loro compattezza – spiega – mi sono sentita protetta. Anche se con mia madre non ho mai parlato di quel periodo terribile e nemmeno lei mi ha chiesto nulla. Per tanto tempo non ne ho voluto parlare con nessuno. Con mio padre ne ho fatto cenno non molto tempo prima che morisse. E per fortuna è riuscito a rilasciare una lunga intervista per il docufilm”. Si tratta di Bruno Piattelli, celebre stilista romano che ha vestito tante star del cinema. Carlo Verdone, anche lui sentito durante le riprese, afferma: “A Roma in quegli anni si andava da loro se volevi un bel vestito. Mi ci aveva portato Christian De Sica. Ho ancora un loro smoking”.

A dare intensità al racconto ci sono le immagini d’epoca dall’archivio delle Teche Rai e gli interventi, come ricordato, del signor Piattelli, del fratello Massimiliano, del fidanzato poi diventato marito Ariel. Da segnalare anche il contributo di Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Catanzaro, e Michele Giuttari, che prima di dirigere la Squadra Mobile di Firenze è stato a capo di quella di Cosenza.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia