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Pensioni e giovani: una soluzione c’è, ma nessuno ne parla

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I giovani di oggi, dai venti ai trent’anni, sono meno di quanti non fossimo noi a quell’età. Hanno mediamente studiato più di noi, ma faticano molto più di noi a trovare lavoro stabile e dignitoso. Guadagnano meno di quanto non guadagnassimo noi, non avranno, se le cose restano così, un sistema pensionistico che li tuteli alla fine della loro incerta “carriera” lavorativa. Molti abbandonano sia la scuola che la ricerca di lavoro, altri, i più competenti, emigrano. Questa la contraddizione principale della società italiana di questi ultimi venti anni (forse non solo italiana) che nessuno sta pensando di sciogliere.

La seconda e altrettanto irrisolta contraddizione riguarda gli anziani e la fine dell’attività lavorativa. Diciamo le cose come stanno: nessuno, a meno di non fare lavori davvero gravosi o pericolosi o insalubri, desidera andare in pensione prima di compiere 70 anni. Non per un fatto economico, ma perché concludendo il lavoro, viene meno il ruolo sociale, persino l’identità personale di ciascuno e la nostra società non garantisce prospettive serie di inclusione attiva nella propria comunità. La spinta ad andare in pensione, per la stragrande maggioranza dei casi, dipende dal timore (molto fondato) che le “riforme” del sistema di cui si parla di continuo peggiorino i propri trattamenti previdenziali. Confondere questi due atteggiamenti diffusi e forzosamente sovrapposti è un errore. Gli scalini, gli scaloni, sono rimedi congiunturali che non affrontano anzi confondono il problema e lo trattano dal versante del contenimento dei conti Inps e non da quello dell’espansione dell’area di lavoro e di contribuzione. Quel che servirebbe è la definizione di un percorso certo, flessibile e duraturo di prolungamento volontario, magari part-time dell’attività lavorativa. Non certo un ritorno al sistema retributivo che premierebbe solo i più stabili e garantiti.

Le due contraddizioni richiamate (giovani e anziani) hanno un nesso fra loro? Certo che ce l’hanno. Perché il part-time anziano può creare domanda di lavoro giovane e, se ben gestito, consente il trasferimento delle competenze operative del lavoro e dei suoi modelli organizzativi tra “esperti” e “apprendisti”. Competenze che non si acquisiscono nemmeno nei più avanzati corsi di laurea. Sarebbe uno strumento (l’unico efficace) di una politica attiva del lavoro nel privato e nel pubblico. Se, invece di distribuire reddito (di “cittadinanza”?) indipendente dal lavoro, si potessero erogare retribuzioni e contributi previdenziali in modo da non penalizzare gli anziani e costruire un futuro previdenziale ai giovani. Si potrebbe insomma sperimentare una formazione professionale sul lavoro retribuita e contribuita. Per non dire che questo percorso tenderebbe a stabilizzare il lavoro formato anche a carico delle imprese anziché la tecnica usa e getta di oggi.

Questi non sono argomenti nuovi. Perché allora nessuno ne parla e Governo, partiti e sindacati litigano sulle scadenze da adottare anziché affrontare con decisione l’ “insostenibilità” del mercato del lavoro e del sistema pensionistico? Difficile da capire.

 

 

 

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia