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Star Trek, la serie culto che piaceva a Luther King

DiRed Viper News Manager

Ott 24, 2021

Domani ricorreranno trent’anni dalla morte di Gene Roddenberry (1921-1991), leggendario sceneggiatore e produttore statunitense. La vita di Roddenberry si intreccia e in qualche modo si identifica con la storia di Star Trek, la serie televisiva e poi cinematografica da lui ideata negli anni Sessanta. Questa sovrapposizione è stata a tal punto decisiva che egli ha chiesto, prima della sua scomparsa, di far lanciare le sue ceneri nello spazio.

Per accostarsi a un fenomeno composito come quello di Star Trek conviene rifiutare allo stesso tempo sia una cinefilia ingenuamente celebrativa, poco propensa al giudizio di valore, e sia quell’ethos borghese che considera la fantascienza come un oggetto indegno della critica. In un corpus formato da tredici film e numerose serie tv i valori formali sono certamente eterogenei, né mancano i passi falsi, ma almeno fino a Star Trek – La Nemesi (2002) è possibile rintracciare una certa omogeneità d’intenti. È proprio Roddenberry a infondere in Star Trek un modo preciso di concepire le istanze politiche, la caratterizzazione dei personaggi, l’estetica della regia. C’è, nella sua idea del cinema e della televisione, un atteggiamento di sorprendente radicalità, che non di rado ha saputo emanciparsi dalla natura industriale del mezzo e porsi in contraddizione con il sistema in cui nasceva.

L’essenza forse più pura della visione di Roddenberry si trova riassunta in una risposta dell’ammiraglio Kirk al capitano Spock in Star Trek III – Alla ricerca di Spock (1984). Interrogato sul perché abbia messo a rischio se stesso e l’equipaggio per trarre lui in salvo, Kirk risponde con una frase apparentemente senza senso: “Perché il bene di uno conta di più del bene di molti”. Non si tratta, come si potrebbe pensare, di un elogio irrazionalistico dell’individualismo, ma di una decisa presa di coscienza del valore irrinunciabile di ogni singola persona umana: se un proprio compagno è in pericolo, tutti si devono impegnare per salvarlo. Accanto a questo impulso umanistico, vi è in Star Trek il tentativo di trasporre nel futuro una critica allo stato di cose presente. Non però una critica reificata, irrigidita in scialbe enunciazioni di principio, ma un gioco continuo di luci e di ombre, di tesi e di antitesi.

Ammirata da Martin Luther King, la serie classica nata negli anni Sessanta mostra un equipaggio multietnico, composto tra l’altro da una ufficiale africana, uno asiatico, persino un russo, la cui convivenza è all’insegna di un universalismo plurale. Anche l’incontro con mondi extra-terrestri rifugge sia la tentazione del pensiero della differenza sia quella uguale e contraria del colonialismo, preferendo a queste un’ottica di dialogo interculturale, di confronto talvolta impegnativo. Nel futuro immaginato da Star Trek esiste una norma, la Prima Direttiva, che impone di non interferire negli usi e i costumi dei pianeti alieni, anche quando questi sono intollerabili; ma allo stesso tempo, in un discorso incessantemente dialettico, i protagonisti molte volte decidono di infrangerla. In Star Trek IV – Rotta verso la Terra (1986) il viaggio dei personaggi negli anni Ottanta del Novecento è l’occasione per la descrizione arguta ma anche impietosa di un tempo presente segnato dall’ignoranza, dalla cupidigia, dalla distruzione dell’ambiente naturale, messo a confronto con un futuro utopico in cui la schiavitù del denaro è stata superata.

Allo stesso modo Star Trek VI – Rotta verso l’ignoto (1991) trae dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica lo spunto per un apologo dal notevole spessore tragico, in cui la critica sociale non è data con enfasi declamatoria ma è il risultato di un fuoco di contraddizioni: Kirk lotta contro dei reazionari razzisti, ma è tentato egli stesso da pulsioni di odio. Nicholas Meyer, che ha collaborato a entrambi questi film – al primo come co-sceneggiatore, al secondo anche come regista – è una delle figure che più di tutte hanno contribuito a dare espressione al pensiero di Star Trek: fine conoscitore di Shakespeare, ammiratore di Bresson, ha dato vita a personaggi complessi, lacerati, del tutto estranei a un cinema pensato per il grande pubblico. Anche il lavoro sulle scenografie si ispira all’idea di un futuro modellato sul presente. Quando incontrai nella sua villa a Los Angeles lo storico scenografo di Star Trek Herman Zimmerman, egli mi mostrò per prima cosa alcuni suoi libri di architettura italiana, e in special modo uno su Carlo Scarpa, dai quali traeva ispirazione per i suoi progetti architettonici. Pur essendo entrato nella saga solo nel 1987 Zimmerman è, insieme a Matt Jefferies per la serie classica, il padre più autentico del design di Star Trek.

A partire da Star Trek – il futuro ha inizio (2009), primo film del cosiddetto reboot, si compie un improvviso cambio di passo. La mano pesante di J.J. Abrams contamina Star Trek con l’estetica del fumetto, con i ritmi martellanti del videoclip, con l’effettismo del cinema più commerciale. I suoi personaggi, blande caricature di quelli di Roddenberry, si lasciano alle spalle ogni tentativo di problematicità o di originalità. Anche Star Trek: Discovery, una delle più recenti serie tv, sacrifica lo spirito originario sull’altare di un intrattenimento ideologico e disimpegnato. Unica piacevole eccezione è Star Trek: Picard: qui l’umanismo a cui tanto teneva Roddenberry, l’impulso interculturale, il futuro ispirato al presente – con citazioni nientemeno che dei Kraftwerk – tornano in tutto il loro fascino.

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