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L’ultimo Cyrano è un musical politicamente corretto. E funziona

ROME, ITALY - OCTOBER 16: Haley Bennett attends the photocall of the movie

Nel 1950 fece vincere l’Oscar a Josè Ferrer, ma il più famoso resta quello di Gérard Depardieu del 1990, anche se con il ruolo si sono misurati Steve Martin- nella variazione contemporanea “Roxanne”- e Jean-Paul Belmondo, in un film francese per la tv. Dall’alto della sua piccolissima taglia, Peter Dinklage, il Cyrano del musical omonimo diretto da Joe Wright, in selezione alla Festa del Cinema di Roma, che esce negli Usa in dicembre e da noi il prossimo gennaio, li oscura tutti.

Una premessa: il film, girato in Sicilia in pieno Covid, sembra confezionato rispettando alla lettera gli standard del nuovo codice ‘inclusive’ adottato dall’Academy per l’accesso all’Oscar più ambito. Il Christian che fa innamorare la Roxanne di Rostand, bello ma illetterato, è afroamericano, e non c’è dubbio che l’eroe principale appartenga alla categoria degli ‘individui con disabilità cognitive o fisiche’ prescritti dalle regole del politically correct.

Detto questo, Erica Schmidt, autrice di uno dei musical più convincenti di questo millennio – le pop ballads di Bryce e Aaron Dessner sono imprevedibilmente godibili, più di “Les Misérables”, sicuramente ! – ha trovato nel proprio minuscolo consorte ( universalmente noto per “Il Trono di Spade”, ma indimenticabile anche in “Tre Manifesti a Ebbing, Missouri”) il Cyrano più struggente di sempre, prima in teatro e ora nel film.

Joe Wright spesso non mi piace. Quando combina pasticci funky-barocchi rileggendo “Orgoglio e Pregiudizio” e “Anna Karenina”non lo sopporto. Ma qui, aiutato da un handicap fisico ben più penoso del naso fuori taglia, il romantico triangolo amoroso immaginato da Edmond Rostand mette le ali. Il corrosivo verseggiare di Cyrano può farne, ad esempio, un rapper ante litteram, come accade all’inizio del film. E il poeta che si sacrifica come ghostwriter e suggeritore del suo rivale in amore risulta generoso e straziante come non mai.

Funziona il ritmo, funzionano i duelli coreografati, funziona l’ottima, spiritosa Haley Bennett (che era Roxanne anche nell’allestimento teatrale ) , e con lei Kelvin Harrison Jr. ( Christian ) e Ben Mendelsohn ( il Duca De Guise, potente corteggiatore di Roxanne ). La critica Usa, che ha visto il film al Festival di Telluride, snocciola un po’ per tutti pronostici di nomination.

Questo “Cyrano” girato in terra italiana, con le arsure dell’Etna usate come location per le scene di guerra, è un caso di revisionismo intelligente del testo. Attualizzata, Roxanne è una donna indipendente e colta. La sua “Someone to say” è un manifesto di autodeterminazione femminile : “I’m nobody’s pet, no one’s wife, no one’s woman”. Sono bei testi, e per niente banali, quelli scritti a quattro mani da Matt Berninger e Carin Bessner.

Non so immaginare la resa teatrale del musical : certo è che il grande schermo, stringendo sui primissimi piani, garantisce un’empatia contagiosa a quella miniera di strazio e passione che sono gli occhi di Peter Dinklage. Se il nuovo codice ‘inclusive’ degli Oscar serve a conquistare ad attori magnifici e sfavoriti come lui ruoli da leading man, se prima o poi dimenticheremo di precisare che il ‘bello’e la ‘bella’ hanno colori di pelle diversi da quelli convenzionali, forse è il caso di riflettere, prima di sbeffeggiare i rigori ragionieristici del politically correct.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia