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Nei Balcani la tana della destra nera

A Kosovo Serb woman walks past a graffiti showing the Serbian flag and reading as

Kosovo del nord, al confine con la Serbia. È lì che il ‘cuore nero’ d’Europa ha trovato la sua ‘tana’. È lì che la nuova alleanza di movimenti dell’ultradestra, guidata da Roberto Fiore ora agli arresti per gli scontri di sabato a Roma, tenta di farsi largo, soffiando sulle tensioni tra serbi e kosovari. Proprio lì, nella parte settentrionale del Kosovo dove in questi giorni riesplodono gli scontri tra la polizia kosovara e la minoranza serba, la cosiddetta ‘Alleanza per la pace e la libertà’, presieduta dal capo di Forza Nuova, si ritrova per un’assemblea a metà novembre, dopo il congresso a Belgrado il 26 settembre scorso. Parola d’ordine: al fianco del nazionalismo serbo contro l’indipendenza del Kosovo, contro l’Ue, contro la Nato.

Se la storia finisse qui, la si potrebbe prendere come il tentativo di una nicchia di estremisti di mettere in piedi una rete europea di nazionalismi, dopo il sostanziale fallimento dell’alleanza sovranista tra Viktor Orban, i polacchi del Pis, la Lega, Fratelli d’Italia, il Rassemblement national, i tedeschi dell’Afd, divisi in diversi gruppi europei. Ma la storia non finisce qui.

Perché le tensioni tra Belgrado e Pristina sono quanto mai reali, anzi attuali, mai sopite dalla guerra del 1998-99 e riemerse proprio in queste settimane: ieri al confine ci sono stati scontri con diversi feriti tra la polizia kosovara e civili serbi. E poi si tratta di tensioni che non stanno trovando ‘un giudice a Bruxelles’, l’autorità più vicina, che più dovrebbe avere interesse ad un processo reale di mediazione.

Ma l’Unione Europea non può. Ben cinque Stati membri – la Spagna, la Grecia, la Romania, Cipro, la Slovacchia – non hanno mai riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, proprio come il governo di Belgrado che lo considera ancora una sua provincia meridionale a maggioranza albanese. Diverse le ragioni. Madrid, per esempio, non lo fa per non dare sponda alle istanze indipendentiste della Catalogna.

La conseguenza è che la pratica di adesione del Kosovo all’Ue, in ballo da sempre ma mai entrata nel vivo delle trattative, è bloccata. Ci si mette poi la contrarietà della Francia e dei Paesi Bassi all’allargamento a est, per timore di una nuova precipitosa adesione come per Romania e Bulgaria nel 2007 e anche per timore di nuovi flussi migratori nel mercato comune conseguenti all’ingresso dei nuovi paesi. Ergo: il vertice dei leader europei sui Balcani il 6 ottobre scorso in Slovenia, presidente di turno dell’Ue, si è concluso senza una data per i negoziati. Pesa naturalmente la campagna elettorale di Emmanuel Macron per le presidenziali in Francia l’anno prossimo, un macigno per molti dossier, dall’immigrazione all’allargamento a est.

In questo vuoto di presenza europea, l’ultradestra nazionalista del continente tenta di prendersi i suoi spazi. Il 26 settembre scorso, con Fiore e Forza Nuova, al congresso di Belgrado c’erano Yvan Benedetti del Partito Nazionalista Francese (Pnf), nato dallo scioglimento nel 2013 dell’Oeuvre Francaise, dichiarata fuorilegge per propaganda antisemita, razzista, nazionalista. C’era Manuel Andrino della Falange spagnola, partito che si considera diretto discendente della Falange fascista degli anni ’30. Presente anche Gonzalo Martín García del movimento di estrema destra spagnolo Democracia Nacional. E ancora: Yiannis Zografos di Elasyn, la formazione dell’ultradestra greca nata dallo scioglimento di Alba Dorata, dichiarata organizzazione criminale e dunque fuorilegge in seguito all’arresto di diversi esponenti (tra cui l’europarlamentare Ioannis Lagos). C’era il nazionalista rumeno Cristi Grigoraș di Noua Dreapta. Presente anche una delegazione russa. Presente Misha Vacic, capo della destra ultra-nazionalista serba, uno che all’epoca della guerra aveva solo 13 anni, rappresentante di una nuova generazione che cavalca le tensioni con i kosovari. 

Punti fondamentali della loro ‘piattaforma’ (si legge sul loro sito): “A favore di un Kosovo serbo non più asservito alle potenze internazionali e non occupato dagli eserciti della comunità europea” e “dare vita in tutta Europa a un movimento di opposizione ai diktat della tirannia sanitaria che in Italia e Francia cercano di distruggere la dignità e la salute dei popoli”. Vale a dire: No Green pass.

Il fatto è che intorno a queste rivendicazioni c’è un mondo che ribolle di rabbia e odio etnico, ancora oggi.

Ieri, oltre agli scontri, ci sono state anche pesanti accuse reciproche. La polizia kosovara dice di aver subito un attacco con bombe a mano e colpi di arma da fuoco durante un’operazione anti-contrabbando. I serbi dicono di essere stati attaccati in quanto serbi. Massima allerta a Bruxelles. “Le azioni unilaterali e non coordinate che mettono a rischio la stabilità non sono accettabili – commenta l’Alto rappresentante Ue per la Politica estera Josep Borrell – tutte le questioni rimaste aperte devono essere trattate attraverso la mediazione europea”.

Ma l’ultima mediazione europea sulla cosiddetta ‘disfida delle targhe’ già vacilla. La nuova ‘guerra’ inizia quando Pristina decide di imporre una targa kosovara, con la dicitura ‘Repubblica del Kosovo’, ai veicoli in arrivo dalla Serbia prima di entrare nel paese. L’idea era di stabilire reciprocità con Belgrado, visto che dal 2011 la Serbia non lascia circolare veicoli con targa kosovara, ma chiede di esporre una targa serba al prezzo di 3 euro e mezzo. L’intesa raggiunta solo due settimane fa con la mediazione di Bruxelles prevedeva l’uso di etichette adesive al posto della targa, soluzione temporanea in vista delle ulteriori trattative che inizieranno il 21 ottobre e che però dovrebbero durare sei mesi.

Tardi. E il vero problema è di prospettiva. I Balcani abbandonati a se stessi dall’Ue, oltre che terreno fertile dei nazionalismi, sono già ‘preda’ dell’espansionismo di Russia e Cina, i due Stati che nel Consiglio di sicurezza dell’Onu non riconoscono l’indipendenza del Kosovo, per dire. Contro il covid la Serbia ha usato solo vaccini cinesi, per esempio. La Russia è da tempo attiva militarmente in Serbia, con esercitazioni anti-terroristiche, le spiegano da Mosca. La Nato rafforza i pattugliamenti.

In questo crogiolo di tensioni, l’ultradestra europea cerca di trarre linfa vitale. Ieri, davanti al Parlamento a Belgrado, hanno manifestato anche serbi che non si definiscono nazionalisti, al grido di: “Avete tradito il Kosovo! Il Kosovo è il cuore della Serbia”. Il presidente serbo Aleksandar Vucic incontra invece una rappresentanza dei serbi del Kosovo e gli ribadisce “pieno sostegno” contro la politica “provocatoria e di sopraffazione delle autorità” di Pristina. La situazione è esplosiva, l’Ue batte in ritirata.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia