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Processo a Patrick Zaki. In manette in Aula, due minuti di udienza

Patrick Zaki

È durata solo due minuti la seconda udienza del processo a Patrick Zaki, che si è svolta presso il tribunale di Mansura. Due minuti durante i quali, come hanno riferito fonti del collegio di difesa, la legale del ricercatore Hoda Nasrallah ha chiesto un rinvio per poter studiare gli atti. L’avvocato ha chiesto inoltre una copia autenticata del fascicolo dato che finora vi ha avuto accesso solo in consultazione presso uffici giudiziari, senza dunque poterlo studiare adeguatamente. Il giudice monocratico si è ritirato per decidere sulla richiesta, hanno precisato le fonti sintetizzando quanto detto da Nasrallah a ridosso del banco del giudice. Patrick non ha preso la parola durante l’udienza. Per giustificare la richiesta di rinvio, Hoda ha sostenuto che è stato lo stesso Zaki a chiederlo in quanto “non è soddisfatto” della difesa dato che lei ha potuto leggere gli atti in Procura solo “in fretta”, ha riferito un avvocato presente in aula che ha preferito restare anonimo. Ora si attende che il giudice rientri in aula. 

Come la prima udienza svoltasi il 14 settembre, quella odierna si è tenuta di nuovo davanti a una Corte della Sicurezza dello Stato per i reati minori (o d’emergenza) di Mansura, la città natale dello studente egiziano dell’Università di Bologna. Nella scorsa udienza l’aggiornamento a oggi, dopo un’udienza di pochi minuti, è stato annunciato verso le 15 ora locale e italiana.

L’ANSA ha fatto sapere che Patrick Zaki è stato portato nella gabbia degli imputati nel Tribunale di Mansura in manette, che poi gli sono state tolte dopo meno di cinque minuti. Qualche minuto dopo l’ingresso di Patrick nella gabbia degli imputati, prima ancora che la sua udienza iniziasse, la sessione è stata interrotta e Patrick ha parlato con due avvocati e bevuto un po’ d’acqua. Padre e sorella erano seduti a un paio di metri dalla gabbia. 

All’udienza di stamattina erano presenti un diplomatico italiano, uno spagnolo e uno canadese nell’ambito di un monitoraggio processuale Ue a trazione italiana che coinvolge anche paesi extra-europei. L’ANSA ha appreso che Germania e Stati Uniti hanno fatto presentare “lettere di interessamento” in cui si sottolinea che i due Paesi continueranno a seguire e monitorare da vicino il caso pur non essendo fisicamente presenti all’udienza di oggi. In aula c’erano anche una quindicina di attivisti e amici di Patrick. A un’attivista Eipr, stando a quanto riporta l’ANSA, sono stati controllati i documenti. Giornalisti hanno provato più volte a parlare con Patrick, ma sono stati fatti allontanare con moniti verbali. 

“Abbiamo inviato questa mattina una lettera sottoscritta da 40 deputati europei alla presidente della Commissione europea e all’Alto rappresentante dell’Unione, sollecitando la necessità di un forte impegno dell’Ue per la liberazione di Patrick Zaki” hanno fatto sapere Fabio Massimo Castaldo (M5S) e Pierfrancesco Majorino (Pd), promotori della lettera indirizzata a Ursula Von der Leyen e Josep Borrell che chiede di dare la giusta priorità e urgenza alla vicenda di Patrick Zaki e di assicurare che i suoi diritti fondamentali siano salvaguardati conto qualsiasi violazione. I due europarlamentari si dicono “molto preoccupati dal possibile esito di questo processo che rischia di essere, come tanti nell’Egitto di Al-Sisi, sommario e guidato dalla necessità di mettere a tacere in maniera palese voci critiche e non gradite”. Per questo chiedono “una forte presa di posizione dei vertici dell’Unione per chiedere l’immediata liberazione di Zaki, come già richiesto peraltro dal Parlamento europeo”, concludono Castaldo e Majorino, riferendosi alla netta risoluzione del Parlamento dello scorso 18 dicembre. “Per questo chiediamo, tra le altre cose, che la delegazione Ue sia presente al processo di Zaki e a quello di altri giornalisti, sindacalisti, difensori dei diritti umani e attivisti della società civile oggi perseguitati. Serve anche una risposta forte e coordinata tra gli stati dell’Unione che imponga progressi essenziali nel rispetto dei diritti umani all’Egitto”. 

L’accusa a carico del ricercatore su cui si doveva dibattere questa mattina è quella di “diffusione di notizie false dentro e fuori il Paese”. Un reato sanzionato con un massimo di cinque anni di carcere. La corte può emettere una sentenza inappellabile in qualsiasi udienza. È già stato confermato però da una legale dello studente che restano in piedi (si presume quindi da affrontare eventualmente in altra sede) le accuse di “minare la sicurezza nazionale” e di istigare alla protesta, “al rovesciamento del regime”, “all’uso della violenza e al crimine terroristico”: le ipotesi di reato basate sui dieci post su Facebook di controversa attribuzione. Si tratta di crimini che gli fanno rischiare 25 anni di carcere, secondo Amnesty International, o addirittura l’ergastolo, hanno sostenuto fonti giudiziarie egiziane.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia