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Pierre Clémenti, l’artista anarchico che sapeva guardare oltre la maschera

«La Roma degli artisti è un villaggio in cui gli intrighi esauriscono le energie».

Amato, coccolato, richiesto dai più grandi registi e nei più importanti salotti, Pierre Clémenti non era tenero con i suoi estimatori. «Hanno finito per formare una specie di casta, con i suoi privilegi – il denaro, la protezione dei potenti – e i suoi riti: l’eterna sosta alla terrazza di Rosati, in piazza del Popolo, il giro notturno a Trastevere, a vedere il popolo più da vicino… Lavorano soprattutto per sé stessi… Hanno rinunciato a battersi, poiché la complessità dei problemi italiani è al di sopra delle loro forze. Preferiscono lasciarsi vivere».

Lui no. Poteva entrare e uscire da quei salotti, da quei ristoranti, da quelle terrazze, senza che la lucidità di artista anarchico si appannasse per un solo istante. Quella lucidità che gli permetteva di guardare le persone al di là della maschera, alla ricerca delle scintille di autenticità di cui gli importava più che di qualunque altra cosa. Così, il set del Satyricon di Fellini gli fa venire in mente una catena di montaggio e se ne tiene lontano, mentre Buñuel lo incanta (con lui reciterà in Bella di giornoLa via lattea e la miniserie tv L’Homme de la nuit) perché ha familiarità col mistero ma è un uomo silenzioso e semplice: «Lavorare con lui significa imparare a tener conto solo di ciò che è necessario e strettamente utile».

Perché Pierre non ha mai dimenticato le sue origini e non è mai cambiato. Quando abita a Roma regala con naturalezza parte dei soldi che guadagna agli homeless, abita in case spartane, se ne infischia dei bei vestiti e degli orpelli.

Nato il 28 settembre 1942 a Parigi da una ragazza di origine corsa e un padre che non conoscerà mai, per anni vive in povertà, anzi, in miseria. Passa da una famiglia affidataria all’altra, finisce in una casa di correzione a soli tredici anni, fa qualunque mestiere e a volte dorme per strada. Fino alla scoperta di un talento enorme, per fortuna non rovinato dai corsi di recitazione che decide di seguire.

La grande occasione gliela dà Luchino Visconti, al quale è stato presentato da Alain Delon, che gli affida un ruolo importante ne Il Gattopardo. Seguono tantissimi film (con registi come Costa-Gravas, Bertolucci, Pasolini, Cavani, Rocha), teatro d’avanguardia, e ci scappano anche un matrimonio e un figlio. La moglie si chiama Margareth, al figlio, oggi attore e regista anche lui, viene dato il nome di Balthazar.

È proprio il piccolo Balthazar ad aprire la porta ai poliziotti la mattina del 24 luglio 1971. Ricorda tutto ancora oggi. Ricorda di averli visti mettere un pacchetto sotto il letto in cui dormono suo padre e la padrona di casa, Anna Maria, e poi di essersi rivolti a lui dicendogli, anzi ordinandogli, di tornare a dormire. Hashish, cocaina. Certo Pierre fuma erba, mai negato, ma in quella quantità? E la cocaina, poi?

Ci voleva un mostro da sbattere in prima pagina mentre la grande battaglia (che tra l’altro non si voleva davvero combattere) si era deciso fosse quella contro la droga. L’attore un po’ angelo e un po’ demone, osannato dalla critica ma ribelle, coi capelli lunghi e “l’atteggiamento da hippy” (che sciocchi: non era un atteggiamento, era un modo di essere), risultava perfetto.

Portato prima a Regina Coeli e poi a Rebibbia, detenuto per un anno e mezzo prima di essere rilasciato dopo l’appello per insufficienza di prove, Clémenti scriverà le pagine forse più profonde, dure e illuminanti che siano mai state scritte sul carcere (pubblicate come Quelques messages personnels; nella traduzione italiana, Pensieri dal carcere, ed. Il Sirente). C’è il racconto della sua vita quotidiana dietro le sbarre, lo sciopero della fame, le umiliazioni e le botte, ma anche riflessioni sull’istituzione, sulla società che questa istituzione ha creato e pretende resti un luogo non solo infernale, ma di manipolazione.

Fatto incredibile, Pierre dovrà produrre testimoni per provare che è uno squattrinato e tutta quella droga non avrebbe mai potuto permettersela. Difficile per i giudici credere che un “divo” come lui lavori spesso per un compenso simbolico, distribuisca il denaro quando ne ha, rifiuti le proposte più vantaggiose se non gli interessano. Ma così è.

Il carcere lo rende ancora più taciturno e pudico, come ricorderà Balthazar, ma non lo cambia e non gli toglie la voglia di creare. Prima di morire, a cinquantasette anni, parteciperà ancora a una cinquantina di film, oltre a portare in scena lavori anche suoi, tra cui lo splendido corto del 1988 Soleil, il suo preferito, curioso mix di autobiografismo ed elementi onirici in salsa psichedelica.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia