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Perché le mafie non si sono fermate durante la pandemia

Paper Currency and pistol At Table

È ormai chiaro come il Covid-19, con i suoi nefasti effetti sulle persone e sulle comunità, non abbia ovviamente creato dal nulla povertà, business mafioso e ingiustizie ma abbia funzionato da tremendo acceleratore di questi fenomeni che già da tempo caratterizzavano la società italiana. Una pandemia che ha creato paura, distanziamento sociale, che ha rafforzato vecchie povertà e ne ha fatte emergere di nuove non ha rappresentato solo un allarme sociale per i cittadini ma anche una grande opportunità per le mafie.

Mentre il coronavirus si prendeva il Paese, compresi lo spazio cognitivo ed emotivo dei cittadini, e iniziava una veloce occupazione di ogni interstizio informativo, in Commissione Antimafia riuscivo a far istituire un Comitato dedicato all’analisi delle infiltrazioni mafiose in epoca Covid, ben conscio che le mafie, il convitato di pietra di ogni discorso sullo sviluppo del nostro Paese, non sarebbero rimaste ad osservare né si sarebbero lasciate intimidire da ciò che stava succedendo. Ero certo, infatti, che avrebbero sfruttato i due principali punti di forza che, specie nelle situazioni di emergenza, ne hanno caratterizzato l’azione: l’enorme disponibilità di denaro liquido accumulata con i traffici illeciti da un lato e la straordinaria capacità di adattamento ai cambiamenti, anche quelli più catastrofici, dall’altro.

Sono questi gli aspetti principali che ho voluto sottolineare con forza nella Relazione intermedia sull’attività delle mafie durante l’emergenza Covid-19, che ho redatto per la Commissione antimafia, da presidente del XX Comitato per la prevenzione e la repressione delle attività predatorie della criminalità organizzata durante l’emergenza sanitaria, istituito presso la Commissione Antimafia.

Mentre la Commissione era impegnata su temi generali e sul lavoro ordinario, la forza del Comitato è stata quella della tematicità, dell’operatività e della passione dello studio che ha messo insieme i colleghi e le colleghe che hanno partecipato, i consulenti e le consulenti, gli auditi. Il lavoro, collaborativo e partecipato fra questi soggetti, è stato prezioso sin dal principio, perché mi ha permesso di mettere in piedi una rete di relazioni che ha portato a dialogare tutti coloro che sulla convinzione delle imminenti infiltrazioni mafiosi alla luce delle opportunità create dall’emergenza sanitaria avevano iniziato, nei propri campi, a fare indagine e analisi: magistratura, stampa, mondo accademico, società civile, forze dell’ordine, Procura Nazionale Antimafia, attori economici e associazioni di categoria. 

E, sono orgoglioso di poterlo affermare, la politica. Meglio, una piccola parte della politica. Perché da questa pandemia, io credo, non usciremo migliori. Ma non dobbiamo mai smettere di riconoscere quelle forze positive, sane, coraggiose che contro le mafie non hanno smesso di combattere neanche per un giorno, producendo un’azione interforze assolutamente innovativa.

Rigettando quindi quel germe populista che ci vorrebbe tutti uguali, tutti apatici, tutti disinteressati, tutti incompetenti. No. C’è chi non si è mai fermato e anche in questo drammatico passaggio storico che stiamo vivendo non ha mai arretrato e, ognuno per il proprio ruolo e con i propri mezzi, ha continuato a contrastare vecchie e nuove mafie, ogni forma di corruzione e riciclaggio, ogni violenza perpetrata su cittadini in difficoltà, soprattutto su quelli maggiormente vulnerabili.

Le mafie si sono palesate ai nostri occhi come un player presente sin dal principio dell’emergenza pandemica sullo scacchiere nazionale, e quindi su quello europeo.

È importante capire, e su questo mi soffermerò in un successivo post, che sono in grado di colmare ogni forma di vuoto dello Stato, sfruttandone le debolezze e speculando sia che si tratti di aziende che di comunità umane in difficoltà.

Su questo si basa in particolare la mia relazione, approvata all’unanimità dalla Commissione Antimafia, che rappresenta il primo documento prodotto dalla politica italiana, praticamente in tempo reale, sulle infiltrazioni mafiose in epoca Covid.

Ma la sfida (perché di sfida si tratta quando nel pieno dell’emergenza economica, sanitaria e sociale più grave per il nostro Paese dopo la Seconda Guerra Mondiale) quando si decide di alzare il livello dell’attenzione e del contrasto delle mafie, è ancora più alta.

La relazione, e il lavoro che sto portando avanti in Commissione e Comitato, non si limita ad una fotografia provvisoria, per quanto nitida. Ma contiene una serie di proposte per il Governo, proposte di policies e di interventi mirati, precisi, coraggiosi. 

Ed è per questo che voglio chiudere con una provocazione; credo infatti che la lotta alle mafie debba essere “politicizzata”, in una duplice accezione. In primo luogo deve cessare di essere intesa, anche dalla politica, come un tema esclusivamente di ordine pubblico. In secondo luogo deve compiere un balzo in avanti: non è più sufficiente sostenere che si debbano combattere le mafie, è ormai indispensabile raccontare e dettagliare come lo si vuole fare, agendo su quali leve, con quali forme e formule. Anche per uscire da quella vuota propaganda da ricorrenza che riempie social e dichiarazioni pubbliche ma che raramente si traduce in azioni e proposte. 

Questa è la vera sfida, questo è il banco di prova soprattutto per chi si occupa di politica.

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia