• Sab. Ott 23rd, 2021

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Luca Morisi è l’inventore della Bestia, la macchina social di Matteo Salvini: ma la bestialità che quella macchina l’ha alimentata e la alimenta ancora oggi, no, quella non è farina del suo sacco: è farina del nostro.

I sentimenti di noi umani del terzo millennio si sono ingegnerizzati al punto che ieri, oggi (quando la notizia e i dettagli dell’indagine che riguarda Luca Morisi per cessione di stupefacenti sono stati pubblicati), si sono mossi meccanicamente nella direzione del piacere per la disgrazia altrui, uno dei circuiti più prevedibili dalla febbre che tiene in vita i social network.

La Bestia, non quella che ha inventato Luca Morisi, la Bestia che ogni giorno alimentiamo noi, la Bestia di cui ciascuno di noi è come un dente di un’enorme bocca, ieri, oggi, ha azzannato Morisi, originale organizzatore della meccanica sentimentale che governa il mondo digitale: quella macchina che ogni giorno reclama una preda da sbranare, un giorno è Barbara Palombelli, l’altro giorno è il candidato di Calenda con l’Audemars Piguet, oggi è lui.

Con ammirevole volontà democratica c’è chi dichiara ingiusto ripagare Morisi con la stessa moneta che egli ha usato in questi anni, colpendo Morisi come Morisi ha colpito il presunto spacciatore nordafricano arrestato in strada a Verbano o a Viterbo e subito trasformato in una notizia-arma per mobilitare l’assalto al nemico politico. Purtroppo impossibile: perché la Bestia, nutrita stavolta da fraterni sentimenti progressisti, sta già masticando la preda Morisi. Lo azzanna, premettendo che chissà cosa avrebbe fatto lui, Morisi, se fosse stato al suo posto. Una distinzione retorica, un riparo della coscienza, perché intanto lo si azzanna, Morisi, e i brandelli della sua vita vengono schizzati da una parte all’altra: la droga dello stupro, i ventenni rumeni, la cascina in campagna, la Porsche parcheggiata nel posto auto. Un gran bel banchetto.

Guardare nell’intimità di Luca Morisi non si può, è troppo profonda l’intimità per poterla vedere da lontano: eppure il suono della sua interiorità lo si sente, nel silenzio con cui stava accanto al politico più chiassoso d’Italia, Matteo Salvini, nella timidezza che lo allontanava da quasi ogni fotografia, forse (azzardo) anche nello zelo che metteva nel tacitarla con l’urlo delle campagne online che sapeva confezionare con talento innegabile.

È un suono che sta alla stessa frequenza delle parole che ha detto, quelle in cui ha parlato di “fragilità esistenziali irrisolte”: che sembra quasi di vederlo questo groviglio che si porta dentro, e di cui ovviamente si riderà, perché ogni realtà al di sotto di un centimetro dalla superficie è facilmente risibile, sebbene, oppure, anzi, proprio perché è identico al groviglio che abbiamo dentro anche noi: ogni giorno davanti allo schermo a inveire contro qualcosa o qualcuno e poi, ogni tanto, soli, da qualche parte, a chiederci “ma che senso ha?”.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia