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Stato Mafia, tutti i nomi coinvolti nella farsa della Trattativa

DiRed Viper News Manager

Set 24, 2021

La corte d’assise d’appello di Palermo ha assolto l’ex senatore Marcello Dell’Utri e gli ufficiali dei carabinieri, Mario Mori, Giuseppe De Donno e Mario Subranni nell’ambito del processo sulla trattativa Stato-Mafia. Una vicenda giudiziaria interminabile, quella della “Trattativa”, di cui vi raccontiamo i protagonisti.

Calogero Mannino
Colonna della Dc siciliana, sei volte parlamentare, cinque volte ministro, è stato a lungo uno dei bersagli preferiti del partito del complotto. L’assoluzione, già ricevuta in Appello, era arrivata l’’11 dicembre 2020 anche in Cassazione. “Non solo non è possibile ribaltare con valutazione rafforzata, al di là, cioè, di ogni ragionevole dubbio, la sentenza di primo grado trasformandola in condanna, ma anzi, è stata in questa sede ulteriormente acclarata l’assoluta estraneità dell’imputato a tutte le condotte materiali contestategli” riguardo “alla cosiddetta trattativa Stato-mafia”: così si leggeva nelle motivazioni della sentenza di assoluzione, in secondo grado, dell’ex ministro Dc, accusato di violenza e minaccia a corpo politico dello Stato. Una sentenza, quella su Mannino, pronunciata il 22 luglio 2019, dalla Prima sezione penale della Corte di appello di Palermo, e poi confermata dalla Cassazione.

Mario Mori
Assolto ieri dopo un calvario ventennale, unico suo vero torto è stato quello di aver catturato Totò Riina. La squadra di Ultimo, coordinata da Mori, fa scattare la trappola pochi chilometri dopo in un motel Agip. L’uomo più ricercato d’Italia, l’ultrapotente Riina, è in trappola. Eppure, il generale lo considera il suo più grande rimpianto professionale: «Non ho avuto la forza di aspettare, di andare avanti nel pedinamento, se avessi atteso ancora qualche chilometro prima di dare l’ordine li avremmo presi tutti: seppi poi che Riina si stava dirigendo a una riunione della “commissione” provinciale di Cosa nostra». Dalla sua operazione più brillante, prende corpo il primo processo a suo carico. Mori viene rinviato a giudizio dalla procura di Palermo per favoreggiamento aggravato nei confronti di Cosa nostra, per aver ritardato la perquisizione nell’ultimo covo di Riina. Venne assolto il 20 febbraio 2006 e i pm Antonio Ingroia e Michele Prestipino non presentano ricorso in appello. La sentenza conferma che si è trattata di una scelta investigativa legittima e che “l’accettazione del rischio fu condivisa da tutti”. Il 1 ottobre 2001 viene trasferito da Milano a Roma, per prendere servizio come direttore del Sisde, il servizio segreto civile. È il suo ultimo incarico operativo prima della pensione, nel 2006.

La storia del generale Mori, forse uno degli investigatori più noti nella storia dell’Arma, avrebbe potuto concludersi con la pensione. Invece, dopo i due processi e le due assoluzioni, la Procura di Palermo porta avanti contro di lui un terzo filone di indagine. La tesi richiama in modo diretto quella sostenuta nel processo per il mancato l’arresto di Provenzano e anche i pm sono gli stessi: Antonio Di Matteo, Antonio Ingroia, con Vittorio Teresi e Roberto Tartaglia. Del resto, il procuratore capo Scarpinato, che Mori ha conosciuto negli anni Novanta e con il quale da capo del Ros non ha mai instaurato alcun rapporto di fiducia, ha sostenuto più volte che: «C’è un filo rosso che attraversa tutte le vicende di cui il generale Mario Mori si è reso protagonista». Nel caso del processo sulla Trattativa Stato- Mafia, Mori è stato erroneamente considerato l’anello di congiunzione tra pezzi deviati dello Stato e Cosa nostra, in una trattativa che punta a fermare lo stragismo mafioso “concedendo” una tregua. La sentenza di ieri ha messo la parola fine a una persecuzione fin troppo a lungo protrattasi nel tempo.

Marcello Dell’Utri
Assolto ieri dopo una discesa agli inferi durata due decenni. Marcello Dell’Utri, palermitano, entra in politica a fianco di Silvio Berlusconi. Tra i fondatori di Forza Italia nel 1993. È stato condannato a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa (ne ha scontati 4 in carcere e più di 1 ai domiciliari) essendo stato riconosciuto mediatore tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi. Nell’aprile 2018 ha ricevuto una nuova condanna in primo grado a 12 anni di reclusione a conclusione del processo sulla trattativa Stato-mafia, per poi essere assolto nel settembre 2021 per non avere commesso il fatto.

Massimo Ciancimino
Il figlio di Vito Ciancimino ha svolto tutte le parti in commedia, fornendo ai diversi processi sulla mafia versioni e circostanze molto diverse. Ritenuto inizialmente attendibile dalla procura di Palermo, è chiamato a testimoniare per conto dell’accusa, al processo dove sono imputati il Generale Mario Mori ed il Colonnello Mauro Obinu. Nel gennaio 2010 sono stati depositati 23 verbali degli interrogatori a cui viene sottoposto Ciancimino tra il 4 aprile 2007 ed il 23 gennaio 2009. Tuttavia, la sua credibilità è stata successivamente messa fortemente in discussione, per ben due volte ed in differenti momenti (il 17 settembre 2009 ed il 5 marzo 2010), dalla Seconda Sezione Penale della Corte d’Appello di Palermo che ha giudicato le sue dichiarazioni su Marcello Dell’Utri “non connotate dai requisiti di specificità, utilità e rilevanza, emerge anzi una notevole contraddittorietà di Ciancimino su tutti i profili della vicenda”. Processi dai quali Mori, come alla fine anche ieri, era stato comunque assolto.

Roberto Scarpinato
Nato a Caltanissetta nel 1952, entrato in magistratura nel 1980, Roberto Scarpinato a partire dai primissimi anni Novanta entra nel pool antimafia collaborando con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Diventa pubblica accusa nel processo per la morte di Piersanti Mattarella, Presidente della Regione siciliana, ucciso dalla mafia. Sempre lui sostiene la requisitoria nei processi per la morte di Pio La Torre, segretario regionale del PCI, di Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana e di Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo. Fu tra coloro che, dopo la strage di via D’Amelio, in cui morì Borsellino, lanciarono gravi accuse in Procura. Nel mirino di alcuni pm all’epoca finì il procuratore capo Piero Giammanco, che veniva accusato di aver isolato Falcone. Si tratta di fatti che poi portarono a lunghe e dure polemiche e dopo l’intervento del CSM, Giammanco chiese il trasferimento. Furono quelli i fatti che portarono prima alla nomina di Giancarlo Caselli come nuovo Procuratore, poi all’arresto di Totò Riina e infine alle indagini sui rapporti fra mafia e potere. Roberto Scarpinato fece parlare di sé per l’indagine sui cosiddetti “Sistemi criminali”, che appunto iniziò a fare luce su cosa c’era dietro le stragi del 1992 e del 1993, vicende mai del tutto chiarite. Divenuto Procuratore aggiunto, si occupa anche degli intrecci tra massoneria deviata e sistema e potere mafioso, così come degli intrecci economici. Il processo più noto a cui ha preso parte è sicuramente quello a carico del senatore Giulio Andreotti, insieme a Guido Lo Forte e Gioacchino Natoli per il reato di associazione di tipo mafioso.

Nino Di Matteo
Palermitano, 60enne, appassionato di calcio, è magistrato dal 1991. Ha legato la quasi interezza della sua attività inquirente alle indagini sulle stragi del 1992. Era appena approdato alla Procura di Caltanissetta come giovane pm quando su quel piccolo ufficio giudiziario piombò il peso delle inchieste sulle bombe che tra maggio e luglio del 1992 uccisero Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini e le donne delle rispettive scorte. Da allora Di Matteo ha inseguito e ricostruito pezzi di verità mai completi, a volte contraddittori, raccogliendo le dichiarazioni di pentiti (compresi quelli che hanno provocato il depistaggio sulla morte di Borsellino), districandosi non senza difficoltà nel dedalo dei misteri che non riguardavano solo la mafia. Soprattutto quello che segue con costanza le vicende della mafia e dell’antimafia.

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