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L’industria dell’Italia lombrosiana

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L’industria dell’Italia lombrosiana. Quella industria, cioè, che lucra sull’immagine dell’Italia Paese ontologicamente corrotto fino al midollo, che dà da mangiare ai “professionisti dell’antimafia”, schiere di opinionisti, specialisti del crimine, studiosi impegnati fra girotondi e convivi post sessantottini, e anche alcuni politici e vari giudici.

Un’industria che ingolfa i tribunali, rende la nostra giustizia la meno efficiente d’Europa, con la durata dei processi infinita, e la tutela degli interessi economici in sede giudiziaria impossibile. La giustizia spettacolo, mentre non garantisce i cittadini normali, esponendo Vip e personaggi pubblici a una perenne gogna, consente ad alcuni magistrati e giornalisti di costruire carriere.

Quelli che hanno istruito un processo sulla trattativa, che un luminare del diritto penale come Giovanni Fiandaca ha definito assolutamente inconsistente; quelli che hanno dato proprio a Fiandaca e a uno storico straordinario come Salvatore Lupo dei “negazionisti”, stabilendo una improponibile equiparazione fra Shoah e quanti hanno paventato una pericolosa deriva forcaiola in Italia che, ovviamente, non vogliono certo negare mafie e criminalità.

Una deriva forcaiola che parte da lontano, da quel corto circuito mediatico giudiziario che ha riempito il vuoto lasciato dalla politica a seguito di Tangentopoli, è proseguito con Berlusconi, fino all’avvento del M5s, le cui fortune erano legate all’idea che in Italia ci fosse solo una Casta di corrotti a governare il Paese. Un discorso pubblico potente, sciaguratamente sostenuto dalla sinistra ex Pci, i graziati da Tangentopoli che si sono lasciati fagocitare da certe toghe per ingenua riconoscenza. Salvo accorgersi che il Frankenstein che avevano pasciuto si è ritorto contro di loro, alimentando il risentimento di quei grillini che gridavano al “partito di Bibbiano”.

La storia degli ultimi trent’anni è incredibile. All’epoca di Mani pulite, nell’undicesima legislatura, ben 222 fra deputati e senatori furono indagati per reati di corruzione, pari al 23% del totale. Tanti indagati per Tangentopoli e poche condanne. Poi abbiamo assistito ad altri arresti eccellenti, politici, imprenditori e perfino re, quasi sempre conclusisi con un nulla di fatto. Berlusconi ha subìto più processi dei boss.

Ovviamente, non ritengo che Berlusconi sia uno stinco di santo – è stato alla fine condannato per alcuni reati – né che l’Italia, Paese dove operano mafia, camorra e ’ndrangheta, sia un posto ostile al crimine, tutt’altro. Ma il delta fra le inchieste della giustizia spettacolo e le sentenze – che ovviamente si devono a quella parte maggioritaria della magistratura che fa il suo dovere e non la toga-influencer -, sono la cartina di tornasole di un sistema che non funzione. Come, d’altronde, prova il caso Palamara.

È che ha creato quel clima pubblico per il quale ogni anno Transparency International ci omaggia di record criminali, nonostante si tratti di “corruzione percepita”: perché, attraverso questo sistema ci convinciamo di essere un narco Stato, mentre, in realtà, siamo addirittura una eccellenza internazionale nel contrasto alla criminalità. Non un Paese libero da mafie e corruzione, certamente, ma neanche quella caricatura della Colombia di Escobar che i sostenitori dell’Italia lombrosiana diffondono con appelli, j’accuse, “io so ma non ho le prove”.

Insomma, il processo sulla trattativa è, dunque, solo l’ennesimo romanzo di appendice, capace di alimentare solo il complottismo degli italiani. Ci sarebbe da ridere, fra anti Vax, sostenitori del grande Reset e della sostituzione etnica: l’Italia governata da massonerie e mafiosi che vogliono impiantarti i micro chip sotto pelle. Invece si tratta di fenomeni pericolosi e che sono collegati, saldandosi nel mito del grande vecchio, e che dimostra come certe propensioni verso la fantastoria siano interclassiste.

Ai gonzi di destra che credono alla Terra piatta si contrappongono le colte anime belle della sinistra, apparentemente più accettabili perché la loro contro storia dell’Italia fa ricorso a fonti più sofisticate. Ovviamente, ribadiamolo, è vero che mafie, servizi deviati e malapolitica colludano. Ma questo non trasforma l’Italia, però, nel Paese più corrotto del mondo. E, soprattutto, quando analizziamo la realtà, dobbiamo tenere distinti i piani storici e fattuali da quelli delle teorie o degli accertamenti processuali. Dato che è proprio la confusione fra questi piani a produrre situazioni paradossali, come quelle di processi eterni che gettano solo discredito sul Paese, senza punire veramente i criminali. Che la fanno franca mentre i Savonarola di Stato confondono condotte moralmente inopportune per reati.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia