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Amore e diritti in carcere, storie di ordinaria negazione

DiRed Viper News Manager

Set 24, 2021

Coccolone, troppo affettuoso per incontrare suo padre detenuto.
“Coccolone” è un bambino affetto da autismo non verbale, che ha notevoli difficoltà nell’utilizzo del linguaggio. «Mio figlio tende ad abbracciare e baciare tutti, è il suo modo di comunicare», mi scrive la madre il 12 giugno scorso. Il carcere (uno dei 15 della Campania), considerate le condizioni del bambino, gli nega la possibilità di incontrare il padre perché – in tempi di Covid – con i suoi abbracci e suoi baci metterebbe a rischio le altre famiglie presenti nella sala comune dei colloqui. In verità la madre aveva chiesto incontri “protetti” o nell’area verde o in una saletta dell’istituto. Niente da fare, per disposizioni superiori, il piccolo avrebbe potuto incontrare suo padre solo a pandemia finita. La madre è disperata, vede soffrire suo figlio che risente moltissimo della mancanza del padre.

Attivo i miei canali istituzionali per contrastare l’ottusità burocratica che nega i diritti fondamentali del bambino, senza cavare un ragno dal buco. Fino a che non mi rivolgo al Provveditore Carmelo Cantone che nel frattempo, dopo i fatti di Santa Maria Capua Vetere, ha assunto la reggenza anche della regione Campania. Risolve il problema immediatamente: “Coccolone” potrà riabbracciare suo padre in una saletta riservata alla famiglia a partire dal prossimo 1° ottobre. Quante volte casi analoghi si verificano nei penitenziari italiani in spregio a quanto previsto dall’Ordinamento Penitenziario? Purtroppo, vicende di questo tipo sono all’ordine del giorno. Lo verificano costantemente esponenti del Partito Radicale e di Nessuno Tocchi Caino: le mura del carcere sono impenetrabili per gli amori e gli affetti checché ne dicano leggi e regolamenti.

Nel carcere di Trapani Franco firma i referendum sulla giustizia e si commuove.
La sala è allestita come un seggio elettorale. Documento alla mano, entrano i detenuti per esercitare il diritto costituzionale di promuovere il referendum. Pur in un luogo di infelicità come lo sono le istituzioni totali di privazione della libertà, si respira tutta la solennità e la bellezza dell’esercizio della democrazia. Nel momento dell’apposizione delle firme, siamo proprio tutti eguali, siamo tutti cittadini-elettori che compiono l’atto potente di convocare l’intero corpo elettorale ad esprimersi su leggi cruciali che riguardano la vita di tutti. Anche gli agenti che hanno organizzato impeccabilmente quella che io chiamo “la cerimonia delle firme” osservano compiaciuti l’ordinato svolgimento dell’iniziativa.

Qualche detenuto coglie l’occasione per rappresentare piccoli problemi, in particolare la richiesta (sacrosanta) di poter essere trasferiti in un istituto più vicino alla propria famiglia. Prendo nota per sollecitare l’amministrazione penitenziaria. Uno di loro, di nome Franco, chiede agli agenti di potermi salutare. Non ha niente da chiedere, mi guarda negli occhi e mi dice «volevo solo ringraziarti per quello che fai, sono un iscritto al Partito Radicale»; si commuove e inizia a piangere a dirotto mentre gli tengo affettuosamente le mani. Per me e per i miei compagni è un momento indimenticabile, ci riconosciamo tutti in quel volto un po’ fanciullesco, emozionato e dolce.

Mi auguro che il DAP, che lodevolmente ha autorizzato la raccolta delle firme referendarie in tutti gli istituti penitenziari, comprenda fino in fondo la portata – ai fini rieducativi – di questa sua decisione. Così come mi auguro che ci sia vera consapevolezza dello stato di abbandono in cui versano gli istituti penitenziari del nostro Paese. Uno stato di abbandono avvertito da tutti coloro che abitano le patrie galere per lavoro o per privazione della libertà. Uno stato di abbandono che richiede interventi strutturali che non possono essere risolti in poco tempo. Uno stato di abbandono che richiede (da subito, da ieri) una drastica riduzione della popolazione detenuta alla quale lo Stato non è in grado di assicurare minimi standard di rieducazione, risocializzazione e persino di salute.

I fatti di cronaca lo rimarcano ogni giorno. Si premino, intanto, con una liberazione anticipata più consistente di quella prevista, i detenuti e le detenute che, nonostante tutto, si comportano bene. Lo dico anche alla ministra Marta Cartabia che ha istituito una Commissione per migliorare le condizioni di detenzione: senza ridimensionare la popolazione detenuta ben poco sarà possibile fare anche se si mobilitano le migliori risorse umane come ha fatto la guardasigilli. Chi ha a cuore la Costituzione non può accettare che nemmeno per un giorno si continuino a calpestare i diritti umani fondamentali.

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