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Legalizzare le droghe leggere può aiutare la lotta contro le mafie

Se il termine “legalizzare” significa regolamentare, controllare e vigilare, allora, sono pienamente d’accordo sulla legalizzazione delle droghe leggere. L’ho sostenuto in passato e continuo a sostenerlo ancora. Meglio un’azione volta a rendere legale, sotto il controllo diretto dello Stato, la vendita e la coltivazione della cannabis e dei suoi derivati per scopi terapeutici e non la gestione assoluta del mercato da parte delle mafie.

Il concetto di legalizzazione che intendo io, sia ben chiaro, implica una “libertà condizionata” nella produzione e nella vendita delle sostanze leggere e non di certo la nascita di un libero mercato delle sostanze stupefacenti. Se si impostasse il tema su simili direttrici, non ci trovo nulla di pericoloso nel consentire la produzione e il libero commercio, nel rispetto della legge, delle droghe leggere e dei suoi derivati per scopi sanitari, ludici e ricreativi.

Condivido la tesi del mio amico Franco Roberti ex procuratore Nazionale Antimafia e recentemente quella di Cafiero de Raho poiché sono convinto che la tenue pericolosità delle droghe leggere giustifichi, all’interno di tale prospettiva, la scelta di legalizzazione che alcuni Stati potrebbero adottare anche per incidere positivamente nella lotta contro le mafie. Questa strada assume anche validità scientifica soprattutto se si considera che sostanze come alcol e tabacco, valutate da molti studiosi come più dannose delle droghe leggere, siano da sempre tollerate e regolarmente commerciate.

Alcool e tabacco, sono responsabili di migliaia di vittime ogni anno e godono persino dei benefici della pubblicità. Credo che una legalizzazione “condizionata” delle droghe leggere possa evitare il pericolo concreto per i più giovani di entrare in contatto con ambienti delinquenziali e soprattutto possa garantire a chi ne fa uso un controllo sul prodotto e conseguentemente meno rischi sulla salute.

Ricordo al lettore che questa droga è già coltivata negli stabilimenti dell’Esercito italiano. Una volta prodotte con simili meccanismi, le droghe leggere poi dovrebbero essere somministrate attraverso il circuito delle farmacie e sarebbero certamente meno pericolose poiché non conterrebbero quegli additivi chimici e inquinanti che fanno più danni dello stesso principio attivo e che sono stabilmente usati dalle organizzazioni criminali per incrementare gli introiti economici.

Così facendo la legalizzazione delle droghe leggere, con interventi mirati, potrebbe sottrarre terreno al traffico e allo spaccio e avrebbe il vantaggio di far concentrare la magistratura e le forze di polizia sulle organizzazioni mafiose e sulla filiera economica che ne deriva. Sappiamo inoltre che la microcriminalità è alimentata soprattutto dai giovani che proprio per procurarsi queste sostanze si rivolgono al mercato nero e commettono delitti come furti, scippi e rapine. La legalizzazione contribuirebbe certamente a far diminuire anche questa tipologia di delitti.

Ho portato sempre come esempio pratico a sostegno delle mie argomentazioni un Paese europeo molto vicino all’Italia: il Portogallo. Nel 2000 – ben ventuno anni fa – questa Nazione ha deciso la depenalizzazione del possesso di qualunque tipo di droga, dalla marijuana all’eroina. Premesso che sono soltanto favorevole alla legalizzazione delle sole droghe leggere, oggi, a prescindere dalla mia opinione, si può affermare che la misura intrapresa dal Parlamento portoghese ha avuto successo. In Portogallo, le autorità di polizia non arrestano più chi è trovato con una dose pari al consumo medio individuale per massimo dieci giorni (vale a dire, un grammo di eroina, ecstasy o anfetamina, due grammi di cocaina, venticinque grammi di cannabis). Chi commette delitti legati alle sostanze stupefacenti riceve un mandato di comparizione, che lo costringe a presentarsi davanti a dei “comitati di dissuasione” composti di giuristi, psicologi e assistenti sociali.

Il Portogallo ha fatto passi da gigante anche per quanto riguarda il sistema di sanità pubblica, con vasti programmi di prevenzione, di trattamento e moltissimi effetti deflattivi sulla giustizia penale. In società dove le droghe sono meno stigmatizzate, i consumatori sono più inclini a cercare delle cure. Sono venticinque i Paesi che hanno introdotto qualche forma di depenalizzazione, ma il modello portoghese è unico nel suo genere. Dall’entrata in vigore della legge sulla legalizzazione delle droghe nel 2001, i casi di HIV in Portogallo sono diminuiti drasticamente, passando da 1016 a 56 nel solo 2012, mentre le morti da overdose sono scese da 80 a 16. In Portogallo peraltro molti reati in materia di stupefacenti in Portogallo non sono stati depenalizzati. Le droghe sono ancora illegali in Portogallo e i trafficanti e gli spacciatori continuano a essere spediti in prigione e con pene severe. La legalizzazione ha un senso e funziona se all’origine ci sono: una seria attività di prevenzione, servizi sanitari efficienti, la disintossicazione, le comunità terapeutiche e le possibilità d’impiego per le persone che consumano droga.

Per affrontare con cognizione di causa questo delicatissimo argomento, allora, occorre ragionare sul fatto che stiamo parlando di dipendenza, di malattia cronica, di un problema di salute. Il fatto che tutto ciò stia al di fuori del sistema penale, a mio giudizio, rappresenta un fattore positivo. Il problema, dunque, va affrontato con molta attenzione ma liberandolo da pregiudizi che spesso frenano possibili e utili riforme.

 

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia