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In Cina case su case ma nessuno le compra. Evergrande verso il default

This aerial photo taken on September 17, 2021 shows a housing complex by Chinese property developer Evergrande in Huaian in China's eastern Jiangsu province. - China OUT (Photo by STR / AFP) / China OUT (Photo by STR/AFP via Getty Images)

Due grattacieli svettano, uguali e gemelli, al di sopra dello skyline della “New Town”. Hanno una strana somiglianza con l’architettura dello sfortunato World Trade Center di New York… un presagio di cattivo augurio che, forse, i superstiziosissimi cinesi non avrebbero dovuto ignorare. Le due torri, che raggiungono un’altezza di 406 metri, fanno parte di un mega progetto abitativo imponente e ambizioso, che comprende migliaia di appartamenti, un enorme centro commerciale di lusso, un parco divertimenti e persino un grande parco. Secondo i progetti, questa “nuova Città” è in grado di attirare circa 500.000 residenti, equivalenti all′11% della popolazione totale della vicina Guiyang, la capitale della provincia di Guizhou, nel sud della Cina, metropoli da 4 milioni e mezzo di abitanti. Ma c’è un problema.

Guardando bene, c’è qualcosa che manca in questa città: la gente. E la vita. Sul grande viale a sei corsie non c’è anima viva. Le facciate dei grandi palazzoni di 50 piani sono prive di luci nelle case, niente tende alle finestre, piante sui balconi, fili da bucato. Tutto intorno i locali o le botteghe hanno le saracinesche abbassate o chiuse da assi inchiodate alla ben e meglio. File di palazzi di uffici, di vetro, grigi, bui, le finestre ricoperte da uno strato di polvere e sporcizia. Su una facciata penzola uno striscione malridotto, i cui caratteri cinesi pubblicizzano appartamenti di lusso a prezzi convenientissimi. Girando per la città non si incrociano automobili, ma agli incroci i semafori funzionano, alternando inesorabilmente le loro luci bianche, gialle e verdi per regolare un traffico che non esiste e non è mai esistito. Sì, perché questa città satellite, un progetto di case da 90 miliardi di yuan (quasi 12 miliardi di euro) si è trasformata ormai in un’altra città fantasma. Una delle tante sparse un po’ ovunque per tutta la Cina. E dietro a molti di questi progetti spettrali, dietro questa gigantesca bolla immobiliare che parla cinese, c’è un nome: Evergrande, il colosso dell’immobiliare cinese, che oggi rischia di dare vita al più grande crack economico e finanziario di tutti i tempi.

China Evergrande Group, la più grande società immobiliare al mondo, rischia di non riuscire a pagare le cedole obbligazionarie alle migliaia di investitori che le hanno creduto, e gli interessi sui prestiti bancari in scadenza il 20 settembre. Come dire che una delle ristrutturazioni del debito più imponenti di tutti i tempi è ormai dietro l’angolo. Così come il rischio di una crisi senza precedenti dell’intera economia del Dragone. Evergrande ha accumulato ingenti debiti nell’ultimo decennio, mentre si espandeva nel mercato immobiliare cinese, alimentando una crisi finanziaria che ormai minaccia l’intero settore. Il colosso immobiliare made in China esemplifica i problemi che da anni perseguitano l’economia cinese, senza (finora) mai arrivare a una crisi conclamata. I mercati immobiliari sono gonfiati in tutto il paese: nel 2018, i prezzi delle case a livello nazionale erano in media 9,3 volte superiori ai redditi annuali. E in metropoli come Pechino e Shanghai il problema è ancora più grave.

Per anni in Cina si sono costruite case su case, vere e proprie New Town in grado di ospitare centinaia di migliaia di nuovi abitanti, come quella di Guiyang, rimaste però completamente – o quasi – deserte, complice, in primis, una crisi demografica dalla quale la Cina fa fatica a uscire e nei confronti della quale sembra non saper reagire. Come abbiamo scritto anche dalla colonne di Huffington Post, la popolazione cinese, per la prima volta da decenni, sta calando. E sta invecchiando. Il Partito Comunista al potere ha cercato di rilanciare la crescita demografica varando la nuova legge che consente alle famiglie di avere fino a tre figli. Ma i cinesi hanno reagito con sarcasmo e quasi con fastidio: avere figli costa troppo, hanno risposto al governo.

La classe media urbana cinese, uno dei gruppi sociali più importanti per il sostegno del Partito Comunista Cinese, ha investito molto nel mattone. Nell’ambito delle riforme abitative del governo negli anni ’90, ai residenti urbani sono stati assegnati appartamenti che in precedenza appartenevano alle loro unità di lavoro, che spesso sono stati la base di partenza della loro nuova ricchezza, rendendoli entusiasti speculatori immobiliari. La Cina non ha quasi nessuna tassa sulla proprietà immobiliare, il che ha reso – e teoricamente continua a rendere – il settore immobiliare una scelta di investimento particolarmente allettante. Anche per questo, la maggior parte delle aziende in Cina sono in una certa misura attività immobiliari, che investono in proprietà su larga scala. L’ex Hainan Airlines, ad esempio, si è trasformata nel gigante HNA Group prima di dichiarare bancarotta nel 2017 e immettere sul mercato immobili per un valore di 11 miliardi di dollari. Ma ormai da tempo l’offerta immobiliare ha superato la domanda in molte città cinesi. Alcune delle cosiddette città fantasma costruite negli ultimi 20 anni per accogliere la forte spinta all’urbanizzazione impressa dal governo stanno iniziando a prosperare, ma molte altre restano deserte, fantasmi, appunto, di una crescita che non si è rivelata “impetuosa e inarrestabile”, come avrebbe voluto la retorica nazionalista di Xi Jinping e dei suoi.

Un fattore importante di cui tenere conto è che il settore immobiliare in Cina è strettamente legato alle finanze dei governi locali, in crisi dalla fine degli anni ’90. La vendita dei terreni (in realtà è più corretto dire gli affitti a lungo termine, visto che la terra in Cina resta sempre di proprietà dello Stato) è diventata la principale forma di finanziamento per la maggior parte dei governi locali. E questo sebbene Pechino abbia cercato di raffreddare il mercato limitando queste attività e ridistribuendo le tasse, con un successo però, fino ad oggi, molto limitato .

Per ora, grazie agli straordinari tassi di crescita della Cina e agli ampi strumenti a disposizione del governo centrale, questi problemi sono sempre rimasti sotto controllo. Ma adesso la preoccupazione è che Evergrande possa diventare la Lehman Brothers di Pechino, e spingere oltre il limite una catastrofe annunciata, in realtà, da molto tempo. Il governo sta facendo del suo meglio per evitarlo, “spacchettando” lentamente la società e favorendone la vendita “a pezzi” attraverso interventi mirati e incoraggiando accordi tra azienda e creditori. Ma adesso sembra che il rischio di un vero e proprio collasso e di un’esplosione della bolla immobiliare cinese sulla falsariga del disastro americano di qualche anno fa, non si possa più evitare.

Evergrande è insolvente ormai per l’astronomica cifra di 305 miliardi di dollari e le sue azioni si sono svalutate di oltre l’80% negli ultimi otto mesi. Ormai non riesce nemmeno a pagare le cedole dei bond in scadenza e le obbligazioni in dollari della società vengono scambiate al 60-70% sotto la parità. Numeri da brivido. Poco più di due settimane fa Evergrande aveva lanciato l’allarme sul rischio inadempienza del suo debito, se non fosse riuscita a reperire i fondi necessari. Da allora la società ha fatto sapere che nonostante gli sforzi, nessun progresso è stato fatto. Secondo gli analisti, se Evergrande – che ha attualmente più di 1.300 progetti immobiliari in oltre 280 città della Cina – dovesse crollare, sarebbe la dimostrazione che il teorema “Too big to fail – Troppo grande per fallire”, in Cina non vale.

Finora il caso Evergrande ha avuto un impatto limitato, ma la crisi che la sta colpendo potrebbe aggiungersi a quella che ha spinto il governo di Pechino ad intervenire con provvedimenti restrittivi sulle maggiori aziende tecnologiche cinesi, come Alibaba e Tencent, che hanno cancellato quasi 1.000 miliardi di dollari di valore di mercato all’inizio dell’anno, con l’indice azionario di Hong Kong, l’Hang Seng, che ha toccato i minimi in 10 mesi. La crisi Evergrande coinvolge i maggiori attori finanziari internazionali, in primis Amundi, il più grande asset manager europeo, che attualmente detiene il più impegnativo pacchetto di obbligazioni internazionali del colosso immobiliare cinese, anche se in molti sono convinti che – sentendo puzza di bruciato – ne abbia ceduto almeno una parte da tempo. Secondo Emaxx, Amundi, che ha sede a Parigi ed è al 100% di Credit Agricole, aveva poco meno di 93 milioni di dollari di un’obbligazione da 625 milioni di dollari da rimborsare a giugno 2025. La svizzera Ubs Asset Management ne sarebbe il secondo detentore, con 85 milioni di dollari, nonché uno dei maggiori detentori complessivi. Il crack Evergrande, quindi, non sarebbe soltanto una faccenda cinese, ma rischia di diventare un disastro globale.

Evergrande è a un passo dal default, su questo restano pochi dubbi ormai, e potrebbe trascinarsi dietro l’intera economia cinese, già fiaccata – come abbiamo detto – da una forte crisi demografica, a cui si aggiunge un debito sovrano diventato ormai troppo grande anche per la seconda economia del Pianeta (secondo l’Istituto della finanza internazionale nel secondo quadrimestre è salito di altri 2mila300 miliardi di dollari), senza contare le recrudescenze del Covid.

Intanto i creditori assiepati ormai da giorni intorno al quartier generale del gruppo immobiliare in agonia attendono una risposta dal governo: se la società non pagherà le cedole sui bond in scadenza, sarà fallimento oppure Pechino interverrà in extremis con un salvataggio di Stato?

Per ora, l’unica cosa certa è che il potente Dragone cinese rischia di cadere su una bolla. Immobiliare.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia