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Tra Cina e Usa sul clima è un dialogo tra sordi

Tra Cina e USA nemmeno il clima riesce ad abbassare il livello di tensione raggiunto nelle relazioni internazionali. L’appello ambientalista di Joe Biden a una risposta globale si indebolisce per la ferma presa di posizione di Pechino. La Grande Muraglia si pone come un ostacolo all’operazione strategica e diplomatica di Washington. Rapporti praticamente quasi compromessi tra le due potenze.

Nella due giorni di colloqui di Tianjin è gelo tra l’emissario John Kerry e il ministro degli Esteri cinese Wang Yi. Con l’inviato per il clima statunitense che cercava di convincere gli asiatici a condividere un aumento degli sforzi per ridurre le emissioni di carbonio, spostando la discussione su un piano non ideologico (“il clima non è di parte e non è un’arma geostrategica”), mentre, la controparte ribatteva che la pregiudiziale era l’atteggiamento ostile americano: “dovete smetterla di vedere la Cina come una minaccia e un avversario”.

Dialogo tra sordi, capricci e ripicche, fatto sta che adesso la trattativa passa direttamente in mano ai presidenti, e se accordo ci sarà lo vedremo al vertice di Glasgow, a Cop26.

Intanto, secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione meteorologica mondiale delle Nazioni Unite (OMM) i disastri meteorologici estremi sono aumentati di cinque volte negli ultimi 50 anni. Più di 3.000 quelli legati al clima, all’acqua o agli eventi estremi solo nell’ultimo decennio. Ogni giorno nel pianeta muoiono 115 persone, per una stima di danni pari a 202 milioni di dollari in disastri e fenomeni estremi causati dai cambiamenti climatici. I fenomeni estremi solo dal 1970 al 2019 hanno provocato 2 milioni di vittime e causato 3.640 miliardi di dollari di perdite. Dati significativi ed allo stesso tempo preoccupanti con i quali fare i conti. Il riscaldamento degli oceani influenza, in particolare in determinate aree tropicali, la frequenza e l’intensità delle tempeste. Il documento inoltre ha rilevato che le perdite economiche dovute ai disastri climatici e meteorologici sono aumentate di sette volte nell’ultimo mezzo secolo.

Risultati che arrivano mentre il Nord America è colpito dall’impatto dell’uragano Ida, la quinta tempesta più forte mai registrata negli Stati Uniti. L’unico aspetto “positivo” rilevato è il calo, in questi anni, del numero di morti. Per il professor Petteri Taalas, segretario generale dell’OMM, la ragione del contenimento delle perdite andrebbe attribuita alla tecniche di allerta: “Molto semplicemente oggi siamo più bravi a salvare vite umane di quanto non siamo mai stati prima”. Se si guarda al Bangladesh, nel 1970, furono più di 300.000 i morti in un ciclone tropicale.

Ora quei numeri, quando un evento di tale intensità colpisce, sono molto meno e ciò è dovuto ai sistemi di allerta emergenza. Nonostante la possibilità di prevedere in anticipo eventi meteorologici e la rapidità nel diffondere informazioni utili alla popolazione, ci sono molti paesi in via di sviluppo che non dispongono ancora di adeguati sistemi di allerta per i disastri climatici e meteorologici. Concetto che condivide Mami Mizutori, capo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la riduzione del rischio di catastrofi: “Più vite vengono salvate grazie all’avviso di pericolo ed emergenza, ma è anche vero che il numero di persone esposte al rischio di catastrofi è in aumento a causa della crescita della popolazione nelle aree esposte a maggior rischio dalla crescente intensità e frequenza degli eventi meteorologici”.

Da parte dell’OMM l’unica strada percorribile è un approccio che coinvolga globalmente gli stati, un allineamento di obiettivi in linea con le due coordinate ritenute necessarie per definire una corretta strategia. Primo, “è necessaria una maggiore cooperazione internazionale per affrontare il problema cronico di un numero enorme di persone sfollate ogni anno a seguito di inondazioni, tempeste e siccità”. Secondo, “abbiamo bisogno di maggiori investimenti nella gestione completa del rischio di catastrofi che garantisca che l’adattamento ai cambiamenti climatici sia integrato nelle strategie nazionali e locali di riduzione del rischio di catastrofi”. In sintesi, meno egoismo, lavorare insieme e soprattutto più risorse, aumentare il budget. Facile da dirsi, difficile da farsi.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia