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Ma perché nidi e materne solo in Italia aprono a settembre inoltrato?

Plastic toys are seen in a children room in Minsk, Belarus November 23, 2018. REUTERS/Vasily Fedosenko

Immaginiamo una mamma e un papà con un figlio piccolo. Dopo quasi tre mesi di vacanze estive, a fine agosto, la riapertura delle scuole sembra ancora troppo lontana. In Italia infatti la riapertura delle scuole dell’infanzia, ovvero nido e materne, è prevista a partire dal 6 settembre, anche se va detto che ogni istituto può gestire autonomamente il proprio calendario. E così capita che molte di queste scuola riaprano direttamente il 13 settembre. Cioè quando è il turno di elementari e medie. Se i campi estivi sono un ricordo, i nonni non ci sono e le ferie sono finite come fare con la gestione dei piccoli? O si impiega buona parte del proprio stipendio per pagare una babysitter, oppure si resta a casa con i figli, magari in smartworking. “A quell’età il bambino non sta certo solo, hai bisogno di affidarlo. I nonni se non ci sono è un grosso problema. Pagare una babysitter non conviene, costa troppo, non so come fare. Il nido o la materna dovrebbero essere un servizio per genitori che devono lavorare”, dicono moltissime mamme su forum online. 

Ma perché solo in Italia le scuole aprono così tardi? Basta guardare in Germania, Francia e Finlandia, per esempio, per capire che la situazione è completamente diversa.  In Germania, per esempio, la data di apertura ufficiale degli istituti di istruzione primaria è fissata al primo agosto, anche se i singoli lander prevedono poi inizi scaglionati, durante tutto il mese. Ma nidi e materne chiudono solo tre settimane durante l’estate e una a Natale. In Norvegia, si comincia nella settimana che va dal 17 al 24 agosto. In Danimarca il 10 agosto. Sempre nel Nord Europa la scuola finisce prima: in Finlandia comincia tra l’11 e il 18 agosto e termina tra il 29 e il 31 maggio. Tempistiche decisamente convenienti per un genitore che deve tornare a lavorare e non può permettersi una babysitter. 

“La riapertura delle scuole non dipende solo dalla legge. Bisogna considerare anche il fattore climatico”,  spiega Fabrizio Dal Passo, docente di Storia Moderna presso l’Università di Roma “La Sapienza” ed esperto di Storia dell’educazione europea. “Come da tradizione, i paesi caldi prevedono una ripresa delle attività scolastiche più spostata verso l’autunno, quindi a metà settembre, mentre quelli più freddi già a fine agosto o inizio settembre. Non è una casualità che i paesi che hanno condizioni climatiche simili alle nostre, come la Grecia o Malta, abbiano anche un calendario scolastico simile al nostro”.

In Grecia infatti le scuole riaprono il 14 settembre e terminano il 15 giugno, a Malta cominciano a fine settembre e terminano a fine giugno. “Questo perché sarebbe difficile far tornare i bambini in aula  in piena estate, con il caldo”. Tradizione vuole che i rientri a scuola siano scaglionati in base alla fascia climatica. In ogni caso, facendo il computo della media dei giorni totali di scolarità, che varia da 170 a 200 all’anno per quanto riguarda l’istruzione primaria, la quantità di ore di presenza è più o meno la stessa in tutti i paesi. 

In Italia le scuole riaprono più tardi rispetto al resto d’Europa, ma poi noi abbiamo meno giorni di vacanza. A Pasqua, per esempio, abbiamo cinque o sei giorni, mentre la Francia ha due settimane. E questo vale anche per altri paesi. “Non significa che la scansione temporale sia peggiore da noi e migliore da altri, semplicemente c’è una prassi giuridica per cui l’Italia, essendo un paese caldo, mediterraneo, tende a far cominciare la scuola nella prima fase autunnale. I paesi più a nord la fanno iniziare prima, ma poi fanno più vacanze”. 

Ma questa scansione temporale non è frutto di una scelta politica, è tradizione. Il calendario scolastico italiano, così come è stato concepito, risale all’800, in particolare alla legge Casati del 1859. Inizialmente, questa legge entrò in vigore nel Piemonte sabaudo, poi venne estesa a tutto il Regno d’Italia. Disciplinava le dinamiche riguardanti la scuola: quanto doveva durare e come doveva essere strutturato l’anno scolastico, cosa prevedeva l’obbligo scolastico. Tutti concetti che sono diventati la base di molte riforme. All’epoca i legislatori presero esempio dalla scuola francese, che oggi ha più o meno la nostra stessa scansione. Ogni Stato fece una valutazione autonoma, non c’è stata alcuna concertazione se non in ambito recente.

L’Inghilterra aveva i college che iniziavano prima rispetto all’Italia, in Francia l’inizio delle scuole era legato alle festività. La Germania ha avuto una differenziazione in ambito locale. C’era un sistema accentrato ma poi ogni lander decideva. Ognuno ha fatto a modo suo, soltanto negli ultimi anni è iniziata un’attività di avvicinamento dei paesi europei per cercare di armonizzare i tempi e far sì che nel lungo periodo ci sia omogeneità nelle qualifiche. 

“La scuola italiana, inoltre, ha una modularità tale da essere modificata facilmente, senza troppe rigidità”, spiega Dal Passo. “La nostra autonomia scolastica è stata una rivoluzione molto importante. Ha consentito a genitori, istituti scolastici e studenti un dialogo maggiore, anche per rimodulare gli orari. In ambito internazionale molti Stati hanno preso esempio da noi. Siamo meno rigidi e questo va incontro a delle necessità. Per esempio in Sicilia, a Trapani, alcuni dirigenti scolastici hanno organizzato dei corsi di italiano per aiutare i bambini stranieri a integrarsi, corsi cominciati ben prima dell’inizio dell’anno scolastico. Se questo non avviene nel resto d’Italia, probabilmente è perché c’è un problema di tipo sindacale: chiedere a bidelli e maestri di restare a scuola per più tempo significa anche dover spendere più soldi per pagarli”.

Ma anche i genitori hanno voce in capitolo sulle tempistiche scolastiche. “Una volta trovato un accordo tra loro possono chiedere al dirigente scolastico o al provveditorato di tenere le scuole aperte per più tempo, in qualunque periodo dell’anno. In alcune aree fortemente industrializzate del nord Italia è successo, ma anche al sud, per esempio vicino Taranto dove c’è l’Ilva, ed è più difficile per alcuni genitori trascorrere molto tempo con i figli”.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia