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Un operaio impegnato nell' installazione di telecamere di sicurezza in piazza Vittoria a Napoli, 29 marzo 2021. ANSA/CIRO FUSCO

È troppo presto per dire come sarà il mercato del lavoro dopo la pandemia e non solo perché l’evoluzione della situazione sanitaria è ancora un’incognita. Se il ritorno o meno di misure di contenimento rigorose è il fattore che va preso in considerazione quando si guarda ai servizi, il primo bacino occupazionale in Italia, bisogna considerare anche lo sviluppo di altri effetti collaterali, come la penuria delle materie prime, per capire l’impatto che avranno nel lungo periodo sull’industria, il secondo comparto per numero di lavoratori impiegati. Ma quello che si può fare è capire come il mercato si sta muovendo in questa fase di transizione. Gli ultimi dati Istat, relativi a luglio, registrano un lieve rallentamento (-23mila occupati rispetto a giugno). Più che il micro movimento in sé, che non intacca un saldo positivo di 440mila occupati rispetto a un anno fa, è il punto interrogativo che genera a rappresentare l’elemento più scivoloso: il calo registrato dopo cinque mesi di risalita è un piccolo incidente di percorso o la spia di un effetto espansivo che è ancora timido o addirittura in arretramento?

Saranno i prossimi mesi a rispondere a questo quesito. Quello che però si può dire da subito è che stiamo vivendo una ripresa importante, addirittura più robusta di quella di Germania e Francia, anche se ancora insufficiente rispetto al crollo del 2020, a fronte di un lavoro che resta indietro. Tutte le crisi registrano un dislivello tra il Pil e il lavoro, ancora di più in Italia per una serie di ragioni legate ad elementi di debolezza del mercato. E quella che ha generato il Covid non fa eccezione. Insomma ci vuole tempo per tornare ai livelli pre-crisi (all’appello mancano 265mila occupati). Basta prendere in considerazione la grande crisi del 2008: 1,2 milioni di posti bruciati tra il secondo trimestre dell’anno, quando è iniziata la discesa, e il primo trimestre del 2014. Ci sono voluti quasi tre anni per recuperarli. Questa è una crisi diversa da quelle più recenti, legata a un fattore – il virus – che è ancora più instabile rispetto alle crisi cicliche o comunque legate a shock economici e finanziari, ma la traccia resta quella della necessità di riemergere da un buco nero.

Ma torniamo a luglio, il mese più recente sul fronte delle rilevazioni, per capire cosa sta succedendo dentro il mercato del lavoro. I lavoratori dipendenti continuano a crescere mentre gli autonomi indietreggiano. Il saldo di questi movimenti è la staticità, ma è scavando nelle dinamiche dei due profili lavorativi che si possono rintracciare altri elementi in grado di caratterizzare il mercato odierno. Sul fronte dei dipendenti, oltre alla dinamica in risalita del recupero di posti di lavoro, c’è anche un fattore qualitativo: a ripartire sono i contratti a termine. Anche questo è un comportamento atteso, che ha caratterizzato pure l’uscita dalla crisi del 2008 e vale a maggior ragione oggi che lo sviluppo della situazione epidemiologica è ancora indefinita: difficile, insomma, che le imprese decidano oggi di legarsi a impegni duraturi, più facile invece che scelgano contratti brevi. Se durante la pandemia sono stati i precari a pagare lo scotto più pesante di una crisi del mercato del lavoro che in tutto ha mandato al macero 945mila posti in un anno (da febbraio del 2020 allo stesso mese di quest’anno), sono gli stessi lavoratori a termine a trainare la ripresa dell’occupazione. I contratti a tempo determinato sono arrivati a sfiorare i tre milioni, superando (+79mila) i livelli di febbraio dell’anno scorso, quindi quelli pre-pandemia.

Al netto delle crisi e dei movimenti che generano, quello del lavoro a termine si è però fatto negli ultimi quindici anni anche fattore consolidato, mentre al contrario la dinamica dei contratti a tempo indeterminato non ha preso quota in termini di crescita strutturale. Per ora, e questo lo dicono sempre i dati di luglio, non è indietreggiato e questo spiega come l’effetto dello sblocco dei licenziamenti per le grandi imprese non si sia trasformato in un’ecatombe. Si è invece aggravata la condizione degli autonomi: la loro crisi non nasce oggi e però preoccupa di più se rapportata al trend opposto del lavoro dipendente. L’economista Andrea Garnero fa notare che il numero dei lavoratori autonomi da inizio anno è sceso sotto i 5 milioni per la prima volta da quando l’Istat raccoglie i dati. 

È utile qui citare un passaggio dell’analisi fatta dallo stesso Garnero prima della pandemia, a testimonianza del fatto che il Covid ha aggravato una tendenza già in atto. “Il record negativo di dicembre (2020 ndr) – scriveva l’economista – è il punto di arrivo di un trend discendente cominciato a inizio anni Novanta, che inizialmente riguardava soprattutto il Mezzogiorno e che si è poi accentuato ed esteso a tutto il territorio nazionale con la crisi economica globale Solo dal 2008 al 2019 gli indipendenti sono diminuiti dell’8,5 per cento (contro un incremento dei dipendenti del 4,4 per cento)”. Agricoltori, commercianti, ristoratori, ma anche gli istruttori delle palestre e le guide turistiche. Oltre ai professionisti: avvocati, notai, commercialisti solo per citare alcune categorie. Qualcosa si muove dentro il mondo degli autonomi: i servizi alle imprese sono in risalita, ma quelli legati a hotel e trasporti sono ancora in sofferenza. Una crisi dentro la crisi. 

Luglio è stato anche il mese estivo preceduto dalle polemiche tra alcuni imprenditori che lamentavano l’impossibilità di trovare lavoratori stagionali e la controparte a sostenere che la colpa non è del reddito di cittadinanza, ma di paghe troppo basse. Ancora i dati dell’Istat, che acquisiscono comportamenti effettivi, vengono in soccorso per capire come è andata a finire. I dati si riferiscono al secondo trimestre (aprile-giugno) e quelli di ottobre aiuteranno a comprendere meglio cosa è successo durante l’estate, ma è pur vero che la polemica è divampata a maggio, quando si stava programmando la stagione turistica. Le rilevazioni dicono che il tasso di posti vacanti destagionalizzato si attesta all’1,3% nel complesso delle attività economiche, all’1,4% nell’industria e all’ 1,6% nei servizi. Il confronto con il trimestre precedente mostra un incremento più marcato nei servizi (+0,5 punti percentuali) e più debole nell’industria (+0,2 punti percentuali). Dal grafico di seguito si evince che i posti vacanti sono aumentati già a partire dal primo trimestre del 2020 e che quindi la tendenza non è nuova, ma soprattutto che i livelli sono in linea con quelli pre pandemia.  L’attenzione è ricaduta sugli stagionali, cioè su bagnini, camerieri e su altre figure lavorative legate soprattutto all’estate. Ma anche qui, altri dati, quelli dell’Inps, smontano la narrazione del grande freno del reddito di cittadinanza. I rapporti di lavoro stagionali attivati a maggio sono stati più di 140mila (142.272), il doppio rispetto al 2017, ma soprattutto 50mila in più rispetto al 2018, quando il Rdc non esisteva. 

Posti di lavoro vacanti (Istat)

Tornando ai dati dell’Istat, invece, ci sono altri elementi che meritano di essere messi in evidenza. Come quello che riguarda i giovani: i nuovi occupati del mese sono principalmente loro, con un tasso di occupazione nella fascia 25-34 anni  che è cresciuto dello 0,4 per cento. Dagli stessi dati si possono tirare fuori molte altre caratteristiche del mercato del lavoro, ma oltre al lavoro debole c’è anche quello da cercare. È evidente che il recupero passa anche dalla necessità di rimettere in piedi un sistema di politiche attive che non funziona da tempo, già da prima della pandemia. E quella dell’emergenza è stata una fase sprecata: meno di un terzo dei disoccupati si è recato in un centro per l’impiego durante i primi nove mesi della pandemia. Si potrà obiettare che cercare un lavoro con una pandemia in corso è un ossimoro, ma altrove si è continuato a farlo visto che secondo i dati dello Employment Outlook 2021 dell’Ocse, la media tra gli stessi Paesi dell’Ocse è stata del 66 per cento. E soprattutto si è continuato a investire per migliorare l’offerta dei centri per l’impiego: il 65% dei Paesi dell’area Ocse ha aumentato la propria spesa in servizi per il mercato del lavoro e il 70% ha investito di più in politiche attive.

Il governo italiano è impegnato a rilanciare le politiche attive, ma come si diceva si parte da una situazione di fatto depressa. Massimo Taddei, economista che si occupa di temi del lavoro e componente del desk de lavoce.info, spiega a Huffpost che uno dei grandi problemi è da rintracciare nel fatto che “in Italia la maggior parte dei soldi che vengono spesi per migliorare la qualità della forza lavoro sono spesi soprattutto in politiche passive, cioè in sussidi. Per le politiche attive si spende sostanzialmente molto poco”. Ora arriveranno 4,9 miliardi di fondi europei, tra il Pnrr e il React-Eu, proprio per le politiche attive. Dove intervenire? Sempre Taddei bisogna aggredire il problema del coordinamento: “Abbiamo l’Anpal, l’Agenzia responsabile per le politiche attive, ma il contesto in cui ci si muove è la competenza concorrente con le Regioni, che però si  muovono in maniera sparsa. In alcuni casi c’è un approccio ottimo, ma la maggior parte dei casi ci si muove alla rinfusa”. Una via d’uscita per l’economista può essere la definizione di standard omogenei, “non di certo continuare a inondare di soldi i centri per l’impiego”. Ma come? “Per mettere in moto questo meccanismo bisogna formare i formatori che possono andare ad agire con efficacia sulle politiche attive e sulla formazione. Un’altra cosa fondamentale, che molto spesso non si riesce a fare in maniera efficace, è il tutoring del disoccupato”.

Ma da dove partiamo? In Italia ci sono 553 centri per l’impiego, oltre alle agenzie del lavoro private. “Il punto fondamentale – aggiunge Taddei – è la mancanza di  competenze specifiche che riescano ad aiutare il disoccupato a proseguire la sua strada verso una nuova formazione o un’occupazione. In molti casi si arriva al punto che il disoccupato si presenta al centro per l’impiego per determinare la propria condizione, ma poi lo stesso centro non è in grado di seguirlo. L’ultima mossa della politica è stata quella dell’assunzione dei navigator. “Sicuramente – dice l’economista – hanno un livello minimo di laurea, ma non hanno competenze specifiche nell’ambito della ricerca del lavoro o dell’accompagnamento verso un percorso professionale”.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia