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La necessità di ripensare come costruire la pace in Afghanistan (di B. Monzani)

(A cura di Bernardo Monzani, presidente di Agency for Peacebuilding)

Nato come risposta militare agli attentati dell’11 settembre 2001, l’intervento in Afghanistan è nel corso degli anni diventato qualcosa di molto più grande: un tentativo di portare pace, democrazia e sviluppo a un popolo in guerra dal 1980. Sotto l’ombra delle forze statunitensi e della NATO (Italia inclusa), sono stati realizzati tantissimi progetti proprio con questi fini, da una moltitudine di attori governativi e non.

Con il ritorno dei Talebani, è facile dire che tutto questo lavoro è stato un fallimento, come hanno fatto anche alcuni importanti politici. Questa analisi, tuttavia, rischia di non considerare alcuni risultati positivi emersi da un approccio di costruzione della pace partito dal basso e dal protagonismo delle comunità locali nel risolvere i propri problemi.

L’intervento lanciato dagli Stati Uniti e dai suoi alleati europei in Afghanistan nel 2001 era incentrato sulla creazione di uno stato forte e capace di portare sicurezza e ordine dall’alto (ossia da parte dal governo e dalle forze armate) verso il basso (su comunità e cittadini). L’approccio dietro a questo intervento era principalmente militare anche quando si occupava di questioni civili e umanitarie. Secondo alcune stime, esso è costato più di 2.200 miliardi di dollari, ed è stato indubbiamente un fallimento, non riuscendo né a creare delle istituzioni democratiche, né a migliorare le condizioni del popolo afgano. 

C’è, tuttavia, un altro intervento, o meglio una costellazione di interventi, che sono stati realizzati in Afghanistan negli ultimi vent’anni. Molti di questi, promossi da organizzazioni della società civile afgane e internazionali, hanno adottato un approccio partecipato e dal basso, che ha messo al centro le comunità afgane e seguito le priorità da loro definite. Si è trattato di un lavoro basato sul dialogo e su di una visione incrementale del cambiamento. E questi sforzi sono stati capaci di raggiungere diversi risultati positivi.

Uno di questi si vede nel settore dei media, che ha portato servizi di telecomunicazione e d’informazione, come quello del canale televisivo Tolo News, che molti afgani non solo non avevano mai sperimentato, ma di cui oggi non vogliono fare a meno. 

Lo stesso vale per il tema dei diritti delle donne: nelle province più conservatrici del paese questo rimane un tabù, ma in altre si è visto un miglioramento non solo nelle opportunità che si sono aperte per le donne, ma anche nella mentalità degli afgani.  Su questo tema, il dialogo con le comunità ha avuto un ruolo cruciale, portando alla luce la necessità di coinvolgere anche gli uomini: i mariti, i padri, i leader religiosi e gli anziani che detengono il potere. Dove è stato fatto, questo lavoro è riuscito a ridefinire i rapporti di genere, trasformando gli uomini in sostenitori dei diritti delle donne e contribuendo all’emancipazione di queste sia dentro casa che nella società.

Questi risultati non hanno cambiato l’Afghanistan, paese in cui la situazione per le donne rimane molto difficile. E anzi, il ritorno dei Talebani mette a rischio anche i pochi successi raggiunti. Detto ciò, è importante riconoscere come il lavoro di diversi attori sia riuscito a portare a dei cambiamenti importanti, che non possono essere trascurati, ed è importante sottolineare che questi sono stati raggiunti grazie a un approccio alternativo a quello dell’intervento militare.  

Quest’approccio basato sul dialogo e sull’inclusività vuole rendere le comunità colpite da violenze le vere protagoniste dei processi decisionali. Ed è un approccio che ha funzionato non solo in Afghanistan, come sottolinea Séverine Auteserre, docente alla Columbia University. Nel suo libro, The Frontlines of Peace (“Il fronte della pace”), Auteserre descrive, infatti, diversi altri esempi d’interventi partiti dal basso che sono riusciti a portare la pace in zone, dalla Colombia alla Somalia, dove la violenza armata è la norma ormai da decenni.

Nonostante il quadro di un intervento in generale fallimentare, gli sforzi compiuti in Afghanistan negli ultimi vent’anni offrono pertanto delle lezioni importanti sulla necessità di accompagnare interventi imposti dall’alto con altri lanciati dal basso, locali e partecipativi. Ripartire da questi interventi deve pertanto essere visto come necessario per costruire una pace duratura in futuro. 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia