• Dom. Ott 24th, 2021

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Cosa hanno a che fare 5G e Afghanistan?

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L’Afghanistan, con la vittoria dei lillipuziani talebani rispetto al gigante americano, o le forme di diffusione della pandemia, con il contagio che colpisce soprattutto le aree più sviluppate del paese, hanno a che fare con la prevalenza della comunicazione mobile su quella stanziale? Le domande sono meno peregrine di quanto possano sembrare dato il processo di sconvolgimento delle gerarchie e delle forme di convivenza sociale che si stanno registrando come conseguenza dell’esplosione delle reti mobili a grande velocità.

Il 5G supera per la prima volta gli abbonamenti tradizionali nella telefonia mobile. Il mobility Ericsson informa che nel secondo trimestre di quest’anno, da aprile a giugno, i collegamenti nel nuovo standard a banda larga sono arrivati in tutto il pianeta a 84 milioni di linea, superando i 71 contratti stipulati nello standard ordinario 4G.

Un risultato che conferma come in poco più di un triennio la nuova modalità di connessione mobile ha già coinvolto quasi mezzo miliardo di persone, dando ormai al mercato ultraveloce una dimensione centrale. Il passaggio al 5G non comporta solo una maggiore velocità di collegamento ma soprattutto rende decentrabile la banda larga in tutte le aree del mercato. Questo significa che il video diventa sempre più il linguaggio più accessibile e comune, trasformando radicalmente le relazioni e le interconnessioni fra individui e organizzazioni.

Dalla Telemedicina, alla Pubblica Amministrazione, dallo smart working ai nuovi modelli di informazione, ma anche il modo di fare la guerra e di diffondere i virus, sono indotti dal trasferimento su piccolo schermo della nostra vita. Questo cambio di sistema tecno sociale comporta la garanzia, ma anche la pretesa ormai, di ubiquità per queste attività: ovunque sia devo poter accedere a servizi, prestazioni e opportunità che solo fino a 5 anni fa era esclusivamente di pertinenza di grandi apparati stanziali. E mostra come il processo di miniaturizzazione delle tecnologie separa ormai grandi prestazioni dai grandi apparati, permettendo a gruppi e comunità anche marginali di poter integrare soluzioni sofisticate ad alto pregio.

La guida di ordigni, il monitoraggio di autoveicoli, l’elaborazione di consistenti masse di dati, come appunto abbiamo visto in Afghanistan, sono oggi alla mercé di soggetti anche limitati nelle possibilità economiche e organizzative.

Il mobile non è un gadget, ma un standard di vita che muta la stessa evoluzione della specie.

I segnali sono ormai molteplici.

Non a caso Dazn annuncia che nel nostro Paese già il 25% dei suoi abbonati segue le partite di calcio del campionato di serie A, che quest’anno sono distribuite dalla piattaforma in streaming, su smartphone. Ma per dare una dimensione globale alla transizione su terminali mobile delle nostre attività vale ancora di più l’esperienza di Apple, che ha diffuso i dati macroeconomici dell’ultimo decennio, quello trascorso dopo la scomparsa di Steve Jobs. Il gruppo della mela ha segnato uno stupefacente incremento di valore del 1100%, portando agli azionisti un ritorno sull’investimento del 32%. Una performance determinata non più, e non prevalentemente dalla vendita dei suoi telefonini, quanto da servizi mobili alla persona.

Ripensare le forme di organizzazione sociale alla luce di questi dati implica un passaggio epocale. Carlo Marx, all’avvento dell’industrializzazione meccanica, nel XIX secolo, spiegava appunto che “il mulino ad acqua ti darà la società feudale, il mulino a vapore la società industriale“. Intendendo come il modo di produrre e di vivere determini l’intera gamma di forme sociali, dalla politica alle istituzioni all’economia. La domanda ora sarebbe: il mulino mobile che società ti darà?

Da qui bisogna partire per decifrare fenomeni come ad esempio la crisi dei grandi apparati di massa, l’instabilità del consenso politico, la volubilità di opinioni e forme di consumo. L’ebollizione di movimenti immateriali, dai no vax alla resistenza nei paesi autoritari, dalle organizzazioni indipendentiste, fino agli snodi fra realtà marginali che acquistano peso, come una valanga digitale, connettendosi da una parte all’altra di un territorio, introducono una nuova dialettica  con le istituzioni e danno una nuova forma al concetto di partito, che sempre più è momentaneo e finalizzato a un obbiettivo immediato.

D’altra parte aumenta la potenza dei centri di raccolta ed elaborazione dei big data di profilazione.

Poter monitorare i movimenti, gli spostamenti, gli sciami sociali che si formano e si separano, oggi è forse la maggiora modalità di programmare e precostituire la volontà pubblica. Come intuì prima di morire nel 1984 Carl Schmitt, il più prestigioso filosofo della sovranità, nel suo ultimo aforismo: il potere si determina con il controllo delle onde elettriche.

La potenza di un telefonino, integrato dalla capacità di collegare direttamente punto a punto l’intera umanità, permettendo in real time, senza latenza di tempo, ciò è senza alcuna dispersione nel collegamento anche a lunga distanza, di relazionarsi in video come se si fosse nella stessa stanza, sta già oggi ridisegnando prima delle forme la percezione stessa del lavoro e della comunità, rendendo ormai inesorabile la domanda di presenza, più ancora che di partecipazione, nei processi decisionali degli utenti.

La partita è solo all’inizio, ma il mulino mobile ha già cominciato a macinare la sua storia.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia