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Una difesa comune. Perché nella Nato l’Ue paga molto e pesa poco

La crisi drammatica dell’Afghanistan ha riaperto anche il dibattito sul ruolo della Nato e della difesa comune europea. Romano Prodi in un lucido articolo ha argomentato che la euro-difesa dovrebbe fare perno sulla Francia per ragioni politiche (seggio nel Consiglio di Sicurezza Onu) e militari avendo l’apparato di difesa (oltre che una capacità nucleare) più forte di tutti i Paesi della Ue. Egli evidenzia tuttavia la riluttanza francese e altre difficoltà e tuttavia ribadisce che “la conclusione è perciò una sola: non ci può essere alternativa alla situazione attuale se non compiamo un grande passo in avanti per costruire una comune difesa europea”. Egli aggiunge che questo non è per rompere la Nato ma anzi per renderla più efficace anche dal punto di vista politico, che non può essere disgiunto da quello militare difensivo. Ciò significa che la cooperazione allo sviluppo (di cui Prodi ha spesso trattato ed anch’io specie con riferimento alla banca multilaterali) deve sempre affiancare la difesa comune europea sulla quale mi soffermo qui. L’auspicio è che questi temi siano sul tavolo dell’incontro  di stasera a Marsiglia fra Emmanuel Macron e Mario Draghi.

Costo della Difesa Nato, della Ue e rilevanza euro-politica

Il costo della Nato è di circa 1.100 miliardi di dollari pari al 56% della spesa militare globale, che è di circa 1.900 miliardi annui. Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia, Italia e Canada rappresentano insieme il 90% (circa 995 miliardi di dollari) della spesa totale della Nato e il 50% della spesa militare globale. La spesa complessiva (inclusa quella extra Nato) dei 27 Paesi membri dell’Unione Europea è stata di 232,8 miliardi di dollari. Quindi in modo diretto e indiretto (perché la “regia Nato” c’è quasi sempre!) la spesa militare dei Paesi della Ue è notevole anche se non paragonabile a quella degli Usa che è di 778 miliardi. Da varie parti si stima che una maggiore integrazione tra le spese militari dei vari paesi europei ed in particolare tra Francia (53 miliardi), Germania (53 miliardi) e Italia (26 miliardi) – che arrivano al 58% – ridurrebbe notevolmente i costi (si stima tra 25 e 100 miliardi!) legati alle duplicazioni a parità di capacità difensiva.

Il peso economico della Ue è evidentemente ben maggiore di quello nella Nato non solo per il Pil e la popolazione, ma anche per la valuta e il commercio internazionale. Ciò che manca alla Ue nel campo delle spese per la difesa è proprio il coordinamento che passa anche attraverso quello delle industrie e della tecno-scienza a tali fini e che ha, tra l’altro, un forte indotto civile. Allo stato attuale mi sembra chiaro che nella Nato l’Ue ha un peso politico minore dei costi che sostiene e del peso economico-politico.

Progetti europei per una difesa comune

Non avendo una stima attendibile dei moltiplicatori civili delle spese nell’industria della difesa mi limito a ricordare alcune iniziative istituzionali. Una è la recente approvazione del Fondo Europeo per la Difesa (Edf) da parte del Parlamento europeo con una dotazione di 7,9 miliardi (sancita dall’accordo tra Commissione e Consiglio a dicembre 2020) per il bilancio 2021-2027. Si tratta di un passo importante, che ha chiuso un percorso sperimentale iniziato nel 2017 con due precursori del Fondo stesso: l’Edidp (il programma di sviluppo dell’industria europea della difesa) per 500 milioni 2019-2020; e la Padr (l’azione preparatoria nel campo della ricerca) per 90 milioni.

Sono entità piccole, ma conta l’aspetto qualitativo perché si punta a stimolare gli investimenti nel comparto industriale europeo della difesa e la R&S anche a livello di pmi. L’Edf opera per il co-finanziamento nella cooperazione industriale trans-frontaliera intra-Ue (in primo luogo) selettivamente (in secondo luogo) con qualche paese extra-Ue. Altre iniziative di cui Edf verrà completato dalla Card (Coordinated Annual Review on Defence) e dal futuro Strategic Compass, che dovrebbe vedere la luce nel 2022 con il fine di varare ‘concetto strategico’ dell’Unione.

Queste iniziative intraprese a livello di Ue possono anche essere considerate come la presa d’atto che, al netto dei volumi finanziari che fluiscono in un determinato settore economico, nel comparto della difesa (così come in molti altri settori industriali) l’unica strada è quella della cooperazione che aumenta l’efficienza dei processi produttivi e l’efficacia delle somme investite rispetto agli obiettivi prefissati.

Sinergia tra industrie civili, di difesa e dello spazio

In questo senso, è rilevante un’ulteriore iniziativa Ue che è l’adozione, a febbraio 2021, del Piano d’azione sulle sinergie tra l’industria civile, della difesa e dello spazio. Si tratta di un’iniziativa che mira a promuovere l’innovazione europea attraverso l’individuazione e lo sfruttamento delle nuove tecnologie applicate agli ambiti comuni dell’industria civile, della difesa e dell’aerospazio. A questo fine, il Piano ha individuato una serie di obiettivi fondamentali, così riassumibili:

  • rafforzare la complementarietà tra i programmi e gli strumenti dell’Ue in materia di ricerca, sviluppo e disseminazione per accrescere l’efficienza degli investimenti e l’efficacia dei risultati;

  • promuovere i vantaggi economici e tecnologici per i cittadini europei derivanti dai finanziamenti dell’Ue nei settori della difesa e dello spazio (spin-off);

  • favorire l’utilizzo dei risultati della ricerca industriale e dell’innovazione in campo civile nei progetti di cooperazione europea in materia di difesa (spin-in).

Un percorso simile, se intrapreso con determinazione, darebbe sicuramente un impulso al comparto industriale della difesa Ue che, ad oggi, si ritrova appesantito da economie di scala sottoutilizzate, una struttura dei costi crescente anche a causa sia delle complicazioni logistiche nelle catene globali di approvvigionamento sia delle numerose sovrapposizioni produttive nazionali ed europee.

Euro-cooperazione industriale e allo sviluppo

È auspicabile, quindi, che a livello di industria europea della difesa sorgano degli attori economici che possano oltrepassare le frammentazioni delle industrie nazionali che, spesso, sono dovute a considerazioni di carattere strategico-politico di stampo “nostalgicamente nazionale” come testimonia il diniego francese nell’acquisizione di Stx da Fincantieri. Eppure esempi virtuosi già esistono come il consorzio francese Mbda missile system, leader mondiale dei sistemi missilistici, di cui fanno parte il gruppo Airbus (37,5%), Bae Systems (37,5%) e la italiana Leonardo (25%). Solo una visione e azione europea complementare a quella nella cooperazione allo sviluppo (che Prodi richiama nei confronti della Unione Africana) darà alla Ue un ruolo politico internazionale pari alla sua dimensione economica.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia