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“Trentatré raggi ionizzanti”: il fumetto che racconta la vita di chi ha un tumore

Claudio Marinaccio non vedeva un’ecografia dal concepimento del figlio. Quella sul suo braccio, all’età di 33 anni, avrebbe rivelato una notizia di tutt’altro genere. Dopo un infortunio avvenuto durante una partita di calcetto ha scoperto di avere un tumore maligno rarissimo. Il suo percorso – dalla diagnosi alle cure – è raccontato in un libro autobiografico a fumetti, edito Feltrinelli.

Trentatré raggi ionizzanti” –  titolo dell’opera, in uscita il 2 settembre –  è un viaggio nella mente di chi scrive, dove i timori dopo la scoperta del tumore prendono forme oniriche, occupano la testa tra sogni a occhi aperti e incubi a occhi chiusi. La paura distorce le percezioni e i fumetti rendono semplice trasporre in immagini ciò che la mente restituisce come fantasie vivide. È l’ironia a esorcizzare il timore, scudo efficace da alzare di fronte a sé, quando ogni cosa è così assurda – no, non succede solo agli altri – da risultare alle volte amaramente comica. 

Marinaccio – che scrive, tra gli altri, per La Stampa, Il Foglio, Rolling Stone, Tuttosport ed è vignettista per l’Huffpost – aveva già pubblicato altri libri, ma “Trentatré raggi ionizzanti” è il suo primo a fumetti. “Questa storia doveva venire fuori, avevo la necessità di parlarne. Volevo liberarmene. Ho scelto il fumetto perché avevo l’ambizione di raccontare una vicenda un po’ drammatica, facendo ridere. Il mezzo fumetto per me era perfetto. Permetteva cambi repentini, più difficili con la scrittura”, ci racconta. 

Nel libro compaiono i passaggi cruciali del suo percorso, come l’annuncio alla famiglia, che resta al tuo fianco, in maniera alle volte involontariamente maldestra. Colpiti anche loro, sono soggetto consolatore e da consolare al tempo stesso. Perché una notizia del genere, per dirla come il padre, “è peggio di quando la Juventus è finita in serie B”. Si ironizza sulla malattia, sul timore della morte. “Ci sono stati momenti angoscianti, ho sofferto”, spiega Marinaccio, “Ma avere questo cinismo romantico mi ha aiutato ad andare avanti quando le cose andavano male. Mi ha risollevato. Il mio non è il metodo da seguire: ognuno la deve vivere come meglio crede. C’è gente che la prende di petto, chi non ce la fa, chi la vive in maniera più serena”. 

L’operazione si conclude a buon fine prima di metà libro, ma il racconto prosegue, il post operatorio è un altro viaggio: la chemioterapia, la radioterapia, i capelli che cadono mostrando a tutti la malattia, esponendoti alla loro commiserazione, agli sguardi contriti che scompigliano i tuoi piani, che sulla questione un po’ vuoi “fare lo scemo”. Il privato si fa pubblico, sfuggendo alla tua volontà, lasciando agli altri la possibilità di dedicarti una pietà non richiesta, mai voluta.

33 raggi ionizzanti, come le 33 sedute di radioterapia: la tappa finale della cura, il passaggio finale del libro, prima dell’inizio del percorso di guarigione: “Ci vogliono dieci anni per dirsi guariti, io sono ancora a due anni e mezzo”. La voluta leggerezza non nasconde lo sconforto, i “non è giusto, cazzo”, i “perché proprio a me”. Si ride, ma si comprende: la drammaticità di ciò che è stato, la prepotente e gioiosa voglia di vivere, anche se non si può dimenticare. “Nel fumetto parlo direttamente col tumore”, ricorda lo scrittore, “Lui dice a me: ‘Mi hanno tolto dal corpo, ma mai veramente dalla mente’. Questa è la parte difficile, è vero che è sempre lì. Ma fare i conti con ciò che ho passato lo ha un po’ normalizzato. Come se fosse stato un passaggio, che non è ancora finito. Mi è servito”.

Le prime 11 tavole del libro:

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Articolo proveniente da Huffington Post Italia