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Trabocca di vita il viaggio di elaborazione del trauma di Paolo Sorrentino

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L’Amarcord di Paolo Sorrentino è un tripudio di colori, di odori, di sapori,
di quella contagiosa ironia che riscatta anche il dolore. Non la grande
bellezza, un gioioso miracolo. Strano a dirsi per un regista Oscar, “È stata
la mano di Dio”, che porta a Venezia 78 il primo dei cinque film italiani in
concorso, è il suo esame di maturità.

Quel gol leggendario di Maradona dei Mondiali del Messico 1986 e la
passione calcistica che risparmiò la vita del sedicenne Sorrentino quando
l’ossido di carbonio uccise i suoi genitori nella casa in montagna, piccolo
lusso sudato: a dare un nuovo senso alla frase, dopo la tragedia, fu lo zio
del regista, nel film Renato Carpentieri. La materia autobiografica è
bruciante e insidiosa, ma questo viaggio di elaborazione del trauma
trabocca di vita.

È la Napoli degli anni ’80 vista con gli occhi di Fabietto (Filippo Scotti),
alter ego di Paolo ragazzo, quella che vive la fiaba del Pibe de oro e la
domenica si ammucchia in pranzi, chiacchiere e burle che non finiscono
mai. Tante chiusure di cerchio simboliche in questo film che sembra
venire dal secolo scorso, quello di un luminoso cinema italiano che faceva
scuola nel mondo.

Chiude il cerchio tornare nella sua Napoli, dove Sorrentino aveva girato
soltanto “L’uomo in più” del suo esordio, e chiude il cerchio affidare a Toni
Servillo, dopo i cinque film capitali realizzati insieme, il ruolo del proprio
padre. Sarà anche merito della sceneggiatura – firmata dal regista – ma la
coppia Servillo-Teresa Saponangelo è irresistibile, assecondata da una
famiglia di attori che diventa la tua. E chiude il cerchio questo ‘ricordare
per dimenticare’: trasfigurare una tragedia vissuta, stemperare il dolore
con la medicina dell’arte.

Sono tutte figurine scolpite, surreali e carnali, come la seducente “zia
pazza” Patrizia (Luisa Ranieri), che si fa rimorchiare da San Gennaro,
vede incarnarsi il “Monaciello” della mitologia partenopea e abbaglia i ragazzi spogliandosi nuda. E sono donne, soprattutto, protettive e concrete, generose traghettatrici del futuro.

Il cinema ti distrae dalla realtà, perché la realtà è scadente. E le visioni
fioriscono. Oniriche come un set di Antonio Capuano, che diventerà il
primo mentore dell’aspirante regista. Pittoresche come la sala d’aspetto
delle comparse col miraggio di un film di Fellini. Comiche ma folgoranti,
come Servillo che la tivù l’accende dal divano, con un lungo bastone,
spregiando il telecomando perché lui è comunista.

“La vera differenza tra questo film e gli altri che ho fatto sta nel rapporto
tra realtà e bugie”, dice Sorrentino. “Se gli altri miei film si alimentano di
falsità nella speranza di individuare un barlume di verità, questo parte da
sentimenti reali che sono poi stati adattati in forma cinematografica”. Tra
realtà e immaginario il confine è precario, meglio di tutti ce lo ha
insegnato Fellini. D’ora in avanti mi auguro che i criticoni la smettano di
borbottare che Sorrentino prova a copiare Fellini. Non è che copia, è il
suo personale sguardo sul mondo che viaggia così. Questo film lo
certifica.

“’A tieni ’na cosa da raccuntà?”, chiede Capuano a Fabietto, che vuol
partire per Roma. La differenza tra fare buono o cattivo cinema in fondo
sta tutta qui : avere qualcosa da raccontare. Peccato solo che questo film
lo vedremo a dicembre con Netflix sul piccolo schermo, perché prima
circolerà solo “in alcune sale selezionate”. Appuntamento intanto alla
notte dei Leoni. Sorrentino ci sarà: il “Monaciello”, qui al Lido, è già
apparso a qualcuno.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia