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Rivolta dei sindaci Pd contro Letta: “Dimissioni o niente seggio”

Non è una rivolta. Ma una forte rimostranza. Dei sindaci Pd alla segreteria Pd. Oggetto del dissidio, detta in sintesi e senza tanti giri di parole: impedite la nostra candidatura alle politiche. Forse i colleghi parlamentari temono la competizione con i sindaci che hanno voti e consenso?

La rimostranza al momento è allo stadio della segnalazione gentile. Ma ci mette un attimo ad assumere le forma di una rivolta. È stata offerta martedì sera su un vassoio d’argento dal sindaco di Pesaro Matteo Ricci al pubblico della Festa nazionale dell’Unità a Bologna. «Il Pd – ha riconosciuto Ricci che è anche coordinatore nazionale dei sindaci Pd – ha avuto il coraggio di presentare un pacchetto di norme per la tutela dei sindaci e speriamo che questo provvedimento vada avanti velocemente. Manca però – ha denunciato – una parte che riguarda l’incandidabilità dei sindaci. Oggi i sindaci Pd sopra i 20mila abitanti sono gli unici amministratori che devono dimettersi sei mesi prima del voto se vogliono candidarsi in Parlamento. È chiaramente una norma discriminatoria, tutta interna nostra, che purtroppo non viene tolta neppure questa volta».

Ricci va oltre ed esplicita i dubbi suoi e raccolti tra i colleghi: «L’emendamento che presenteremo al testo della legge Zanda-Parrini vuole superare questo ostacolo (incandidabilità se non ci sono state dimissioni sei mesi prima, ndr) spesso e volentieri insormontabile perché dimettersi significa far scattare i commissariamenti prefettizi nei Comuni». Oltre al fatto che sei mesi prima uno lascia l’incarico di primo cittadino al buio, senza garanzie, visto che le liste vengono chiuse un mese prima del voto. Ricci è stato ancora più esplicito quando, “ringraziando il Pd” ha annunciato l’emendamento ribattezzato “non aver paura dei sindaci” che “sono una risorsa per il centrodestra ma al momento, per via di quella norma, non per il centrosinistra”. E invece, fa notare Ricci senza false modestie, «soprattutto per i Pd i sindaci possono essere una carta in più per vincere le elezioni perché raccolgono consensi in maniera trasversale». La proposta è che il Pd «tolga l’incandidabilità facendo rimanere l’incompatibilità che c’è per qualsiasi altra carica istituzionale». Se non si dovesse procedere in queste direzione, il gentile invito si trasformerebbe in breve in un’accusa specifica al Nazareno: avete paura che un sindaco popolare tolga voti e consensi al candidato deputato o senatore deciso dalla segreteria. Una situazione che di sicuro Enrico Letta vorrà evitare.

Le feste dell’Unità, quella centrale e quelle minori, sono sempre un utile termometro per capire dove vanno gli umori delle base e dei quadri intermedi, i sindaci appunto. Erano scesi in piazza nel caldo afoso di luglio con le fasce tricolori per chiedere più garanzie, ad esempio contro gli avvisi di garanzia spesso infondati ma intanto paralizzanti. Per avere più strumenti per decidere, spendere fondi già assegnati e mandare avanti cantieri e dossier. Per non dover più combattere contro la burocrazia. E per avere la chance di potersi candidare. Il tutto era stato raccolto nel manifesto “Italia veloce”. Il ddl Zanda-Parrini ha recepito qualcosa, di cui i primi cittadini hanno ringraziato ma sempre troppo poco sul fronte delle semplificazioni e del codice degli appalti. Del tutto ignorato il nodo incandidabilità.

Dice Dario Nardella, sindaco di Firenze al secondo mandato dopo averne vinti due al primo turno: «Non posso immaginare neanche lontanamente che il mio partito che fa della rappresentanza democratica e della forza del territorio le sue armi vincenti, voglia bloccare la candidatura di tante sindache e sindaci bravi e popolari». Addirittura, pare che alle prossime elezioni – quando saranno – non ci sarà neppure la norma transitoria che talvolta ha liberato i sindaci da questo cappio condannandoli all’incandidabilità. Il motivo di tanta severità è semplice: i posti in Parlamento saranno pochi ed è chiaro che un sindaco popolare avrebbe più chance e porterebbe più voti e consenso di un candidato/a di seconda e terza fila ma fedele al capo corrente o al segretario.

Vedremo come andrà a finire. L’avviso è stato consegnato. Direttamente alla festa dell’Unità. Che non si dica che si è giocato nell’ombra. Matteo Ricci, Valeria Mancinelli, Dario Nardella, Giorgio Gori, Antonio De Caro e tanti altri e tante altre: sono amministratori di prima linea, politici capaci, risorse apprezzate e invidiate, “marchi che funzionano” e non sarebbe comprensibile non vederli correre, se lo vorranno, per entrare in Parlamento.

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