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Referendum sulla giustizia, per i pm anche Falcone sarebbe un pericolo sovversivo…

Ma perché certi magistrati dicono tante bugie? Ora hanno preso di mira il quesito referendario sulla separazione delle funzioni. Che non è la divisione tra le carriere, ma loro fanno finta che lo sia per agitare le toghe più reazionarie, quelle affezionate al sistema inquisitorio. È la vera bestia nera, lo spauracchio più gigantesco che ci sia, per le toghe: la separazione tra il rappresentante dell’accusa e il giudice.

Quando gli si agita davanti agli occhi il drappo rosso, o anche solo rosa come in questo caso, il pm mostra subito la sua faccia feroce, come se qualcuno gli stesse strappando dalla bocca la sua preda, il suo prigioniero politico, il giudice. Tanto da non tollerare, dopo gli schiamazzi di un anno fa quando per la prima volta e per un solo giorno l’aula di Montecitorio affrontò il tema, dopo che l’Unione delle Camere penali aveva presentato la legge di iniziativa popolare di modifica costituzionale, neppure il timido referendum che divide in modo netto le funzioni.

Il quesito presentato da radicali e Lega infatti modifica solo le norme che regolano l’accesso alla magistratura, così come la formazione e l’aggiornamento dei magistrati e la loro progressione economica, eliminando ogni riferimento ai passaggi da una funzione all’altra. In modo netto e definitivo. Lo si decide all’inizio di carriera: o si fa il giudice o si fa il pm, vietata la transumanza. È vero che, se il referendum vincesse, si aprirebbe un bel varco. Ma non sarebbe risolto il problema dell’unicità delle carriere, l’anomalia italiana che, nonostante il passaggio a quel sistema che la riforma del 1989 ha definito solo “tendenzialmente” accusatorio, è ferma al codice Rocco del ventennio. Il concetto stesso di “magistratura” puzza ancora di inquisizione. Non mette il Giudice sullo scranno più alto, lo mantiene a braccetto di una delle due parti processuali.

La descrizione più gustosa del rapporto malato tra la toga inquirente e quella giudicante pare uscire dalla bocca di Berlusconi, invece è quella di un pm rampante, John Woodcock. L’ha scritto qualche tempo fa addirittura sul Fatto, dicendosi favorevole alla separazione delle carriere: «Oggi i pm si sono un po’ troppo abituati a vincere facile. Loro compito è infatti di persuadere un giudice, che spesso, e in particolare rispetto a un certo tipo di criminalità, è però già in perfetta sintonia coi loro argomenti, perché si è formato alla loro stessa scuola, perché li conosce e si fida di loro, perché si frequentano e chiacchierano insieme agli stessi convegni, agli stessi matrimoni, agli stessi compleanni, sulle stesse chat».

È così chiaro! E lo dice uno dei protagonisti dell’anomalia italiana nell’occidente. Le carriere sono infatti separate in Germania, Svezia, Spagna, Portogallo, Inghilterra, Stati Uniti, Australia, Canada, Nuova Zelanda, Giappone. Ma non c’è verso di far cambiare mentalità. L’argomento preferito dai magistrati più colti e di sinistra è che se liberiamo la pubblica accusa dalle braccia del suo giudice, il pm diventerebbe una sorta di poliziotto e perderebbe “la cultura della giurisdizione”. Lo ha detto esplicitamente Stefano Musolino, pm “antimafia” di Reggio Calabria, e neo-segretario di Magistratura Democratica, la corrente di sinistra del sindacato delle toghe. Ci sono «quesiti che ci vedono nettamente contrari- ha detto parlando a nome del suo gruppo politico- e penso soprattutto alla separazione delle carriere, perché portare il pm fuori dal rapporto con la giurisdizione significa spingerlo a farlo diventare l’espressione della voglia securitaria del momento». Una sola domanda: mi può portare il dottor Musolino una decina di esempi in cui lui o altri pm di sua conoscenza abbiano, per esempio, portato al giudice qualche prova a discarico dell’indagato o dell’imputato? Di quale cultura della giurisdizione stiamo parlando?

Non si sottrae neppure l’ex procuratore Giancarlo Caselli, che ha sempre avuto buona stampa. Lo aveva scritto l’anno scorso, nei giorni in cui si discuteva la riforma costituzionale, e lo ha ripetuto ieri. Anche lui dà per scontato che il referendum proponga carriere separate. «Si basa sull’affermazione – dice- che i giudici sono appiattiti sul pm, dunque bisogna separarli». Una banalizzazione del problema, quanto meno. Ma diciamo la verità, dovrebbe essere proprio necessario spiegare a un magistrato preparato come Caselli, che nessuno vuole, come lui aveva detto l’anno scorso, “limare le unghie alla magistratura”, perché nessuna toga dovrebbe essere fornita di unghie? E che la riforma del 1989, avendo introdotto, per quanto timidamente, il sistema accusatorio, ha stabilito che gli elementi raccolti dal pm vanno valutati nel contraddittorio tra le parti e non sono prove inconfutabili? Certo, quella riforma avrebbe dovuto essere completata con la separazione delle carriere e l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale.

Purtroppo non è stato fatto e in questo modo si è lasciato spazio a quella (gran) parte dei magistrati che ancora non riescono a distaccarsi dal rimpianto del sistema inquisitorio, quello in cui la segretezza delle indagini dava il massimo dei poteri al corpo della magistratura. Bisogna avere il coraggio di dirlo, però, senza fare ogni volta il gioco delle tre tavolette. Come quando si dice “eh, ma così si finisce con il sottoporre il pm all’esecutivo”, pur sapendo che nella proposta di legge di riforma popolare questo non è previsto, e men che meno nel referendum. E bisognerebbe avere anche il coraggio, ogni volta che viene celebrato il nome di Giovanni Falcone (anche da parte degli ipocriti di sinistra che lo hanno combattuto), di citare quel suo saggio sulla separazione delle carriere.

Basta ricordarne un passaggio. «Disconoscere la specificità delle funzioni requirenti rispetto a quelle giudicanti, nell’anacronistico tentativo di continuare a considerarla magistratura unitariamente, equivale paradossalmente a garantire meno la stessa indipendenza e autonomia della magistratura». Occorre prendere atto, diceva ancora, che le carriere dei pm e dei giudici non potevano essere le stesse, «diverse essendo le funzioni e quindi le attitudini, l’habitus mentale, le capacità professionali…». Lo diceva e lo scriveva quarant’anni fa. Anche lui voleva tagliare le unghie alla magistratura?

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