• Dom. Ott 24th, 2021

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L’America voleva lasciare l’Afghanistan, non ci sarà un’onda lunga

Con quasi un’intera giornata di anticipo sulla tabella di marcia, i militari statunitensi hanno definitivamente abbandonato Kabul, e con essa l’Afghanistan, allo scoccare della mezzanotte del 31 agosto.

Finita la guerra più lunga della storia degli Stati Uniti, dopo vent’anni, 2 triliardi e circa 200mila vittime, rimangono sul tavolo dubbi che solo il tempo potrà chiarire: il governo americano collaborerà con quello talebano? Cosa sarà delle migliaia di afghani non ancora evacuati che, avendo lavorato con gli USA, sono in pericolo nel loro paese? I “nuovi” talebani manterranno le promesse di distinguersi dai predecessori?

Rimangono però anche tre punti certi: tutti volevano andarsene dall’Afghanistan, a nessuno è piaciuto come è avvenuto, ma tutto sommato importerà il giusto.

Tanto quanto l’invasione dell’Afghanistan nel 2001 fu completamente bipartisan – nell’intero Congresso soltanto una rappresentante democratica votò contro –, altrettanto è stato il ritiro. Tutto lo spettro politico chiedeva da anni di riportare a casa le truppe: da Sanders a Trump, da Biden alla Warren. Sul sito dell’ex presidente si leggeva una sua dichiarazione in cui lamentava che Biden fosse troppo lento nel ritiro delle forze americane, salvo poi cancellare la pagina alla vigilia della caduta di Kabul.

E per una volta, la classe politica sembra aver assecondato esattamente la volontà popolare: nonostante la rapidissima avanzata talebana, l’approvazione per il ritiro delle truppe rimane sopra il 60% secondo un sondaggio condotto dalla CBS. C’è molto meno supporto, invece, per come il ritiro è stato eseguito: quasi tre quarti dei cittadini, secondo Gallup, ritengono sia stata una débâcle dettata dalla mancanza di preparazione dell’amministrazione Biden.

I suoi critici lo chiamano “the Blob”: l’establishment di funzionari, politici, ma anche giornalisti e opinionisti che a Washington controllano la politica estera da decenni e, secondo i detrattori, sistematicamente non imparano e non pagano per i loro errori. Come sottolineato da Ezra Klein, la lezione centrale a cui gli Stati Uniti sembrano impermeabili, che avrebbero dovuto apprendere dalla guerra del Vietnam, e poi dalla Siria, dalla Libia, platealmente dall’Iraq ed ora, innegabilmente, anche dall’Afghanistan, è che conoscono e comprendono in realtà pochissimo dei paesi che invadono, avvalendosi di informazioni che finiscono per rivelarsi false.

Come spiegare vent’anni di occupazione, di finanziamento, di addestramento, di ripetuti tentativi falliti di stabilizzare un governo filoamericano che hanno in fin dei conti rafforzato i Talebani, se non ammettendo che qualcuno, nella catena di comando, non aveva il polso della situazione? Rimane da chiedersi allora su quali fondamenti fattuali l’intero dibattito estero si basi, e con esso le decisioni prese.

Purtroppo, però, non ha poi così tanta importanza. Nonostante qualche repubblicano stia cercando di affilare i coltelli e lucrare qualche voto sulla situazione afghana, i sondaggi mostrano che non è la priorità nemmeno dell’1% della popolazione. Una popolazione che storicamente non si interessa particolarmente di politica estera, perché non c’è capitale da sfruttare per nessuno nel portarla al centro del dibattito nazionale: Biden, da senatore, ha supportato la guerra in Afghanistan quanto quella in Iraq, ma lo stesso può essere detto di tutti i suoi colleghi Repubblicani. Anche per questo c’è voluto Trump per decidere una volta per tutte di ritirare le truppe dall’Afghanistan: serviva davvero un outsider (o presunto tale).

Secondo Politico tradizionalmente i presidenti non pagano elettoralmente per le loro politiche estere, nemmeno quelle considerate all’unanimità come assoluti fallimenti, a meno che queste non si distinguano per inusuale truculenza, come è stato per Truman o Johnson. Neppure la caduta di Saigon ebbe un grande impatto sulla presidenza di Gerald Ford, che anzi godette di un certo aumento di popolarità nelle settimane successive. Bush è stato rieletto nonostante l’Iraq e Biden ha perso un solo punto percentuale di approvazione nell’ultimo mese.

Mancano dieci giorni al ventennale dell’attacco alle Torri Gemelle, e quando arriverà su Kabul sventolerà la bandiera talebana, ma forse non importerà poi tanto.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia