• Mar. Ott 26th, 2021

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Il Riformista in campo per una giustizia giusta, dal 6 al 10 raccolta firme a Napoli

È tollerabile, in uno Stato di diritto, che un imputato venga messo sotto accusa o giudicato da un magistrato scelto per l’appartenenza a questa o a quella corrente prima ancora che per le competenze e l’esperienza? È accettabile, in una democrazia matura, che in un solo anno finiscano in carcere 750 innocenti che lo Stato deve poi indennizzare sborsando 46 milioni di euro? Ed è ammissibile che i magistrati non paghino per gli errori commessi né col proprio patrimonio, visto che l’attuale normativa stabilisce che sia lo Stato a risarcire le vittime della malagiustizia, né a livello disciplinare, visto che la valutazione del loro operato risulta positiva quasi nel 100% dei casi? La risposta è tanto semplice quanto ovvia: no, no e ancora no. Ecco perché il Riformista scende in campo schierandosi a favore del referendum sulla giustizia giusta promosso dai Radicali.

E lo fa in prima linea, a viso aperto e in modo concreto, proprio come si addice a un giornale convintamente garantista e deciso a svolgere un ruolo da protagonista in quella grande operazione culturale destinata a liberare l’Italia dal giustizialismo. In questa prospettiva, da lunedì 6 a venerdì 10 settembre (dalle 9 alle 13), giornalisti, opinionisti e anche semplici sostenitori del Riformista saranno in piazza Giovanni Porzio, all’ingresso del Palazzo di Giustizia di Napoli, per raccogliere le firme a sostegno del referendum e illustrare a chi fosse interessato la storica occasione di cambiamento che quel voto offre a tutti gli italiani, primi fra tutti i napoletani.

Sì, perché la nostra città è stata per troppo tempo l’avamposto della malagiustizia. Risale al 1983, infatti, una delle vicende più strazianti della storia italiana: quella di Enzo Tortora, arrestato per ordine dei pm partenopei sulla base di accuse lunari, dato in pasto alla peggiore canèa giustizialista e definitivamente assolto solo dopo quattro anni di sofferenze. Da quel momento che cosa è cambiato? Poco o nulla. Basti pensare che Napoli è da anni ai vertici della poco lusinghiera classifica dei distretti di Corte d’appello dove si registra il più alto numero di ingiuste detenzioni: solo nel 2020 sono stati sbattuti in cella 101 innocenti per ricostruire la vita dei quali non basteranno certo i tre milioni di euro sborsati dallo Stato per indennizzarli. Quelle vite e quelle carriere distrutte impongono ora di limitare l’eccessivo ricorso alla misura cautelare. Ma è altrettanto indispensabile separare le carriere di pm e giudici, prevedere una responsabilità diretta delle toghe che commettono certi errori, introdurre nuovi meccanismi di valutazione dell’operato dei magistrati e di scelta dei componenti del Csm.

Senza dimenticare la necessità di evitare che intere classi politiche vengano spazzate via sulla base di un semplice sospetto, come purtroppo impone la legge Severino. Il referendum offre l’occasione di centrare questi obiettivi lanciando un forte segnale di rinnovamento sia ai tanti magistrati che operano correttamente e che vengono sistematicamente emarginati dal “partito delle Procure” sia a quella politica che, soprattutto in tema di giustizia, si è puntualmente rivelata incapace di decidere. È importante che a lanciare questo segnale siano milioni di italiani, a cominciare dai napoletani: il Riformista c’è ed è pronto a guidare questa grande mobilitazione civile.

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