• Mar. Ott 26th, 2021

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Il discorso di Biden chiude un’era, addio al “Wilsonismo con gli stivali”

Dovrebbe restare nella storia, molto più del diluvio di critiche che forse culmineranno nell’impeachment minacciato dai repubblicani. Il discorso di Biden del 31 agosto chiude una fase storica, che non è limitata alla ventennale occupazione dell’Afghanistan. Si conclude definitivamente un discorso universalista americano come principio di politica estera degli Stati Uniti e conseguentemente del sistema internazionale anticomunista prima, antinazista poi e infine, durante la lunga guerra fredda, antisovietico. Il presidente Woodrow Wilson animò il primo coerente tentativo di realizzare in politica estera il destino manifesto degli Stati Uniti d’America in risposta alla rivoluzione mondiale dichiarata dal dirigente bolscevico Vladimir I. Lenin e dalla Terza Internazionale.

Seguirono Franklin D. Roosevelt e i presidenti della lunga Guerra Fredda, seducendo il mondo con l’impero irresistibile, come titolava il bel libro di Victoria de Grazia, necessario corollario alla creazione delle organizzazioni internazionali del secondo dopoguerra, esperimento riuscito rispetto al primo dopoguerra, destinate a durare ben oltre il collasso del blocco orientale. Invece, dopo un decennio di discutibile unipolarismo americano, gli attentati dell’11 settembre unirono le vecchie strutture di mobilitazione islamica in chiave antirussa/anticomunista con il terrorismo mediorientale contro il quale la presidenza Reagan aveva elaborato dottrine e azioni.

“Wilsonismo con gli stivali” è stata la calzante definizione di Pierre Hassner per la guerra al terrore di George W. Bush, che effettivamente intendeva promuoveva l’esportazione della democrazia quale miglior antidoto al terrorismo, il nemico degli Stati Uniti dopo la fine del comunismo. E proprio dalle fila del comunismo internazionale provenivano alcuni fra i più brillanti consiglieri di Bush figlio, quei neoconservatori che dopo l’invasione dell’Afghanistan riuscirono a muovere guerra all’Iraq per esportarvi democrazia, stabilità e mercato. Una democrazia autoritaria dove prima vi era il solo autoritarismo, in un disegno incompleto perché fermato di fronte all’obiettivo finale: l’Iran.

Per uno dei paradossi che immancabilmente contraddicono le visioni ideologiche del mondo e ancor di più le prassi ad esse conseguenti, sarà proprio l’Iran degli Ayatollah a salvare la fragile e esportata democrazia irachena dall’ISIS, che in una fulminante campagna militare aveva sbaragliato le forze armate di Baghdad proclamando lo stato islamico. Le guerre del wilsonismo con gli stivali conoscevano fin dall’inizio un’opposizione interna, ugualmente convinta della necessità di giustiziare i mandanti degli attentati dell’11 settembre, chiunque essi fossero, ma decisamente scettica verso le conseguenze dell’esportazione della democrazia. L’accordo nucleare con l’Iran e l’inizio della smobilitazione dall’Iraq hanno rappresentato i principali atti concreti di rottura da parte della presidenza di Barack Obama rispetto alla guerra al terrore.

La crisi finanziaria del 2008 ha reso impellente il grande ritiro delle forze militari statunitensi iniziato da Obama e proseguito da Donald Trump, col suo personale stile. I negoziati coi Talebani sul futuro dell’Afghanistan patrocinati dalla sua presidenza hanno spinto l’acceleratore al disimpegno statunitense dalle guerre infinite con boots on the ground e alla fine dell’universalismo americano come modello da esportare. (Vale la pena di ricordare che gli accordi di Abramo fra Israele e i Paesi del Golfo, ugualmente patrocinati da Trump e con maggior eco mediatica hanno coinvolto dei rappresentanti politici con una visione dell’Islam non troppo dissimile da quella dei Talebani).

I richiami nel discorso di Biden agli accordi negoziati dal suo predecessore non sono quindi (solo) una chiamata in correità del suo principale oppositore riguardo alla gestione militare della ritirata: sono segno di continuità nel chiudere una lunga stagione non più sostenibile, coagulata attorno a un’occupazione militare lunghissima a cui Biden non ha mai creduto, per tornare a occuparsi degli americani in patria. Riportando gli stivali a casa, assieme al Wilsonismo.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia